mercoledì 1 ottobre 2008

I laghi, gli acquitrini e il fiume

di Gianni Marchetto (vs. Vittorio Rieser)

Il dente avvelenato

A leggere il primo dei tuoi samiz/bar la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata: “ma Vittorio non avrà mica il dente avvelenato nei confronti di Fausto?”. Immediatamente dopo, riflettendo sulla mia esperienza di sindacalista impegnato in lunghi anni sul fronte della difesa della salute dei lavoratori, a promuovere la produzione di centinaia e centinaia di inchieste (la produzione delle mappe grezze di rischio e i questionari di gruppo omogeneo che presupponevano delle domande ai tecnici da una parte ma ancora di più delle richieste al padrone dall’altra) ho cambiato idea e ti do ragione. Che senso ha fare delle ricerche (l’inchiesta) fine a se stesse? Ancora adesso l’attività della mia associazione è quella appunto di fare delle ricerche-intervento (vedi quella sulla condizione degli anziani a Carmagnola, con il relativo bisticcio con la Direttrice del Consorzio CISA 31 che all’inizio si sarebbe accontentata della sola ricerca).

Alzare l’asticella…

Per una buona parte della sinistra italiana (dal PCI al PSI e specie per i quadri di partito e ancora di più se di origine intellettuale) questa era ed è la pratica. Mi viene in mente il divario tra il “piano quinquennale sovietico” e la miseranda realtà delle cose che avvenivano nella pratica. Forse in Italia chi si è salvato sono state le sinistre impegnate nei sindacati e negli Enti Locali. Quando dico sinistre intendo anche quelle di origine cattolica impegnate nei sindacati, nelle associazioni e nella DC. Perché di riffe o di raffe più a contatto con le domande concrete. Per tua memoria ti riporto alcune cose dette da Fausto qualche anno fa ad un Comitato Politico Nazionale:

“dobbiamo valutare con severità lo stato del partito. Vi abbiamo accennato molte volte ma con scarsa profondità… non possiamo nascondere l’inadeguatezza della nostra capacità di azione che affonda le sue cause in una modalità di organizzazione del partito da superare. Non ci siamo nel rapporto tra partito e società. Voglio ricordare tre elementi:

1. l’inadeguatezza del nostro radicamento reale nella società, nella classe, nei luoghi di lavoro;
2. il rapporto con i movimenti che spesso è intriso di integralismo, di sospetto, di superficialità, di plebeismo;
3. l’assoluta insufficienza di una adeguata apertura culturale. Direi proprio che la resistenza all’innovazione culturale e alla apertura alla società costituiscono un mix negativo di cui liberarsi.

E con un “non partito” così come lui lo descrive vuole fare quanto segue (trascrivo fedelmente) al capitolo “le nostre direttrici”:

1. dobbiamo dare vita ad una sorta di Costituente programmatica della sinistra alternativa……. (dopo aver tentato le varie consulte, ecc. ecc.);
2. dobbiamo definire una piattaforma economico-sociale e cercare le convergenze per una ferma ed efficace opposizione al governo delle destre…. (ma un partito, specie se di sinistra, non dovrebbe averla già una piattaforma economico-sociale?..)
3. dobbiamo riaprire il discorso sulla costruzione di una sinistra di alternativa. Non siamo paghi del nostro 5%…
4. dobbiamo perseguire l’obiettivo della costruzione di una sinistra plurale, che è coessenziale al nostro progetto…
1. dobbiamo infine contribuire alla costruzione e alla connessione dei movimenti… (nella Federazione di Torino, federazione a forte presenza operaia RC è presente in poche unità di luoghi di lavoro – domanda: alla fine del 2006 in quanti altri luoghi di lavoro ci sarà una presenza organizzata di RC?).

sul “morire da Prodi”

anch’io rimango sempre stupito rispetto alle uniche cose che la sinistra “radicale” sa fare, al massimo dei suoi obiettivi: fare delle grandi manifestazioni di piazza! A sostegno ovviamente dei suoi obiettivi. Ora, intendiamoci, nessuna sottovalutazione per le manifestazioni di piazza. Ma è tutto lì? Nella mia esperienza (di militante del PCI e Sindacale) ho imparato invece a usare “tutta la tastiera”. Dalla riunione in sezione, alla convocazione del Consiglio comunale aperto, alle assemblee di fabbrica, di quartiere, al volantinaggio e via via un insieme di iniziative mirate e continue, fino ad usare il necessario conflitto quando questo era possibile, con un obiettivo: coinvolgere il più alto numero di lavoratori e cittadini possibili, per recuperare da loro gli elementi critici e portarli alla partecipazione.

Quale critica al capitalismo…

non mi addentro in cose più grandi di me (vedi il dibattito tra R. Rossanda e R. Bellofiore sulla natura dell’attuale capitalismo). Mi viene solo da dire che la migliore critica allo stato di cose esistente è “la proposta altra, se possibile alternativa” sia quella sul locale che quella sul globale.
Ed è evidente che la proposta altra se non vuole avere il valore di un “dollaro bucato” deve camminare sulle gambe della gente per avere efficacia. Vedi ad esempio tutto il mio attuale lavoro di “progettificio” che rimane solo sulla carta e al massimo può interessare qualche amico come te.

Lo statalismo, il localismo, il rigorismo…

Sai come la penso in proposito: il PCI era statalista nella dottrina ma nella pratica era “localista”, non per scelta ma per “necessità”, dovuta alla propria esclusione dai governi nazionali e nel senso di avere sviluppato in decenni di buona amministrazione una cultura “del fare” nell’amministrazione degli Enti Locali e nella creazione di decine e centinaia di Cooperative. Ovviamente sempre assieme al PSI. È un mondo che andrebbe meglio indagato per gli esiti attuali.
Nel mondo cattolico per la natura della DC quale partito-stato e per la natura delle associazioni cattoliche abbiamo assistito ad un mix di statalismo (le partecipazioni statali per es.) e di forme di cooperazione molto estese nella società civile. Andrebbero meglio indagate nei loro esiti attuali.
Al contrario il PSI nella dottrina era per una società molto più autogestita che non strutturata e diretta centralmente, ma nella pratica fu statalista e specie nella sua componente di sinistra (Lombardi e compagni). Così come lo furono statalisti uomini come Ugo La Malfa, Scalfari, Bocca e un eccetera molto lungo.
Mi pare siano le contraddizioni che esistono nella vita delle persone e delle forze sociali, tra le cose che si dicono e quelle che si fanno.

Si potrebbe parlare delle contraddizioni tra il PCUS e il PCI e la DC per es. per dover rilevare che se c’era una analogia tra questi partiti era tra il PCUS e la DC in quanto tutti e due partiti-stato con la distorsione nefanda che ambedue ci hanno lasciato: io non rompo le balle a te, tu dai un voto a me. Vedi la scarsissima produttività nelle aziende sovietiche e nella pubblica amministrazione in Italia. In tutti e due i paesi la burocrazia e la corruzione imperante, accanto ad una visione della società del tutto paternalista (che è sempre l’altra faccia dell’autoritarismo).
Sul rigorismo. Me ne intendo poco di economia e di politica economica. Mi pare però che nella pratica specie nelle amministrazioni di sinistra la politica della sinistra fosse orientata da una sorta di Keynesismo. Anche la migliore politica della DC (quella depurata dalla corruzione, dal clientelismo e dall’assistenzialismo era essenzialmente di questo tipo). Il rigorismo (e non il rigore) era tutto di destra, a partire dalle vicende della destra storica del tardo ottocento a partire da Quintino Sella.

Ho in mente come fosse oggi, il susseguirsi anno dopo anno negli anni ’60 e ’70 di consigli comunali aperti tenuti nei comuni della cintura della zona Ovest di Torino (Collegno e Grugliasco): “cari concittadini, e anche quest’anno, devo annunciarvi che il bilancio comunale dobbiamo chiuderlo in rosso, perché abbiamo dovuto fare una strada, aprire un asilo….” E via enunciando! Così ricordo Cianin Rossi sindaco di Grugliasco. E dove andavano a imparare la lezione: a Bologna, Carpi, Modena, ecc..

Ora a me pare che nella sinistra (a tutti i livelli e in tutti i partiti!) sia avvenuta una sorta di mutazione genetica: dal Keynesismo al rigorismo.
Un rigorismo di risulta peraltro, dove al dunque la sinistra (dal sindaco al ministro di sinistra) fa da “gabelliere” rispetto ad altri: nel nostro caso nei confronti di superpagati burocrati liberisti delle varie commissioni europee. E siccome sono totalmente d’accordo con la tua affermazione (che è quella di Bellofiore) in merito ad un rinnovato intervento del pubblico nell’economia (dico del pubblico e non direttamente dello stato, non fosse altro per marcare una differenza rispetto a quanto accaduto – in termini negativi – nell’era democristiana) mi pongo anche il problema da che cosa dovrebbe partire questo rinnovato intervento: penso per es. nel togliere l’auto dal terreno della competizione dei costi per fornirlo sul terreno di una mobilità volta ad essere una sorta di servizio ai cittadini (la gabola la sai).

Un rinnovato intervento del pubblico nell’economia non come fatto ideologico, ma derivante dall’analisi concreta dell’attuale capitalismo italiano: per oltre il 90% delle imprese siamo ad una media di 10 addetti che nella quasi totalità fanno carabattole – con gli attuali proprietari che hanno l’aspirazione massima di “diventare ricchi in fretta” come giustamente denunciava già oltre 10 anni fa Volponi. Chi fa più investimenti a carattere differito? Chi è in grado di fare ricerca e innovazione? Qual è il valore aggiunto dei prodotti? Chi investe in formazione e sicurezza per i lavoratori? E potrei continuare….

Ma anche qui rispetto a questo rinnovato intervento del pubblico nell’economia occorre sapere fare quella critica e autocritica (mai fatta) rispetto da un lato alle esperienze di “socialismo reale” e anche alle più riuscite esperienze nel campo della socialdemocrazia europea: + democrazia = + produttività (anche qui la gabola la conosci) – ovviamente una sfida tutta al nostro interno. Senza una analisi di quanto è avvenuto specie negli anni ’70 nelle imprese italiane e traguardata con questo assunto, io ho l’impressione che non si va da nessuna parte.

Un interrogativo però me lo sono posto più volte, dal tuo secondo samiz/bar mi è ritornato: come far quadrare un rinnovato intervento dello stato nell’economia con l’aspirazione altrettanto giusta di avere un quadro come minimo europeo? Sarkozy in Francia, ci sta tentando e mi affascina. Così come sono d’accordo con lui rispetto ai rapporti da tenere con i prodotti che vengono dalla Cina, ovviamente in senso opposto a quanto Sarkozy si propone: lui ha in mente di salvaguardare i prodotti e le imprese nazionali. Io faccio il seguente ragionamento: i prodotti che vengono dalla Cina hanno dei prezzi bassissimi ma hanno un costo enorme. E un costo umano e sociale intollerabile. Per cui l’interscambio fra i nostri paesi dovrebbe avere come contropartita un miglioramento continuo delle condizioni di vita e di libertà dei lavoratori cinesi e questo misurato per ogni partita di prodotti comperati. Ho l’impressione nettissima che l’attuale situazione (specie in Italia) sia quella opposta: sono i prezzi dei prodotti cinesi che ci omologano alla situazione cinese (è un po’ forzato me ne rendo conto, ma per rendere l’idea). Domanda: ma qual è ad oggi un bilancio “sociale” delle imprese italiane in Cina?

La nuova mappa del lavoro

La mappa del lavoro che tu tratteggi è la più attuale e la più veritiera. Però basta? Domanda: da che cosa e da dove partire con “l’inchiesta” che tu proponi?
Così come è giusta l’affermazione che ogni tanto Fausto fa nelle sue “perorazioni” all’interno del partito per far riconoscere una “nuova comunità scientifica allargata”. Domanda: anche qui da chi è composta questa nuova comunità scientifica allargata? Dalla nuova classe operaia, magari così come tu la disegni? Non mi pare la soluzione. Nel senso che a questa nuova classe operaia è venuta a mancare e manca sempre di più la “coscienza di classe” nel senso del progetto per una società altra, (vedi il fenomeno della precarietà e l’ingresso nel mondo del lavoro degli immigrati da un lato e dall’altro per la quasi scomparsa dei partiti di classe dai luoghi di lavoro e per un diverso ruolo dei sindacati nel luoghi di lavoro, che la fanno diventare molto di più somigliante alla classe operaia americana).

Però il problema di riconoscere che a livello della società a partire dai luoghi di lavoro la capacità di “problem solving” esiste in maniera diffusa ed è una capacità che non attiene solo agli “esperti tecnici”, (tra i quali ci metto pure i politici di professione) ma che accanto a questi ci sono tutta un’altra serie di “esperti grezzi” a carattere individuale e collettivo che sono portatori di esperienze, competenze, progetti che andrebbero raccolti, conosciuti e fatti riconoscere. Metterli in rete. Si tratta in ultima analisi di rimettere a confronto con pari dignità "esperienza e scienza". Su tematiche definite e anche su obiettivi modesti. In pratica riconoscere tra i lavoratori i produttori.


E a partire da questi che io chiamo “i produttori” che bisognerebbe fare l’inchiesta. E farci la dovuta “propaganda leninista” come tu dici. Per me va meglio il riferimento a Gramsci quando dice che: “le esperienze positive vanno conosciute e socializzate per farle diventare un nuovo ordine morale per i lavoratori e i cittadini”.
Ed è ovvio che l’ambito privilegiato rimane la classe operaia, ma nella ricerca dei “produttori” l’ambito deve saper guardare ad ogni settore della società. Anche nelle file dei padroni!

I laghi, gli acquitrini e il fiume…

La metafora che mi viene è raffigurata dalla seguente triade: i laghi, gli acquitrini e il fiume. Se vuoi è un ritornare alla mia infanzia e prima giovinezza, quando abitavo nel Basso Polesine vicino al Po. Ogni anno, in ben due occasioni, in primavera per lo scioglimento delle nevi e in autunno per le grandi piogge, il Po si ingrossava e pericolosamente. L’acqua scorreva in maniera veloce e caotica. Sporca e portava con sé di tutto: da carcasse di animali morti, a tronchi d’albero, eccetera. Però scorreva la vita. Alimentava il mare in un ciclo infinito.
La situazione politica, sindacale e persino sociale attuale io me la raffiguro come la triade prima detta. Vedo dei laghi con dell’acqua magari pulita ma anche stagnante. Con le piene non alimentano il fiume ma si scaricano in una moltitudine di acquitrini e ciò che arriva al mare è acqua che non sai se sia dolce o salata, non scorre più la vita, almeno come una volta. Occorre una operazione di “dragaggio”.
Il dragaggio deve partire dai laghi (i sindacati) dove secondo me al fondo ci sono ancora dei depositi di conoscenza, esperienza, motivazioni: si tratta ovviamente di uomini e di donne in carne ed ossa. E deve poi procedere nei partiti, nelle associazioni, ecc.
La draga (la macchina) per me deve essere una proposta la più chiara, la più definita possibile che la “sinistra radicale” deve fare in ordine all’unità dei lavoratori e dei loro sindacati: un nuovo sindacato unitario con ambizioni europee. Non può essere che dell’unità sindacale ne parlino altre persone (con ben altre mire) e che la sinistra non ne parli o ne subisca l’impostazione da altri rifugiandosi caso mai nelle ipotesi identitarie.
Ipotesi identitarie che sarebbero del tutto minoritarie (e corporative) incomprensibili alla maggioranza dei lavoratori. Lavoratori i quali non si commuovono neanche più alle parole socialismo e comunismo!
È evidente che la proposta di unità deve poggiare su dei contenuti: 1° un mix di rappresentanza delegata con una rappresentanza diretta – 2° due appuntamenti contrattuali: uno nazionale (il contratto di comparto andando oltre il contratto di categoria) – uno aziendale e uno per la piccola impresa a livello territoriale – 3° la diffusione sul territorio della struttura delle Camere del Lavoro (sulla scorta dell’esperienza dei Sindacati dei pensionati), per tentare di recuperare per questa via un rapporto con il lavoro disperso, precario: la fiducia delle persone ha bisogno per realizzarsi, di stimolare gli organi di senso, dall’odore, al sudore di una persona, non ce la caviamo solo con l’informatica e lo dice uno che è un po’ patito per questa tecnologia! Per farle diventare anche luoghi di incontro di persone per poter sperimentare nuove forme solidali – 4° una scuola per i lavoratori (a partire dagli immigrati) con tre “indirizzi”:

  • l’indirizzo riguardante l’apprendimento della lingua, della storia, della costituzione e delle leggi italiane;
  • l’indirizzo riguardante il problema dei diritti e delle strategie per applicarli (il problema del potere), quindi tutto il problema della trasmissione dell’esperienza concreta da parte di chi l’ha vissuta;
  • l’indirizzo riguardante le professioni: immagino dei laboratori (officine, uffici, ecc.) il tutto volto al mercato del lavoro;

perché lasciare tutta la partita in mano alle scuole religiose o in mano alle attuali scuole professionali a carattere pubblico con gli evidenti limiti che tutto ciò comporta? In CGIL per es. vi sono le competenze professionali e di esperienza per fare fronte a tutto ciò!

È chiaro che nel mio ragionare c’è una tensione per tutte quelle forme di lavoro, imprese, progetti a carattere autogestito. Penso che questa ipotesi possa essere quella sulla quale investire sul “fare società (altra)”. Ovviamente facendo tesoro delle esperienze di autogestione avvenute e tentate in altre parti del mondo. A partire da quella più conosciuta come quella jugoslava (fallita) a quelle molto più vicine a noi nel senso del tempo come quelle dell’america latina (vedi le centinaia di aziende autogestite dopo l’esperienza della “dollarizzazione”.
Il limite di queste esperienze mi pare risieda sul fatto di tentare quando la merda arriva alla bocca, mentre a mio avviso sono esperienze che dovrebbero maturare dove “va tutto bene signora la marchesa”.

Un diverso uso del tempo

· Io così ragiono oggi, rispetto anche alla riduzione di orario di lavoro. Non mi entusiasma più di tanto la RO a 35 ore perché rimane tutta in una logica industrialista. Un diverso e innovato uso del tempo che tenti di andare oltre la divisione storica del lavoro produttivo e riproduttivo (che in ultima analisi è anche gran parte della divisione del lavoro tra uomo e donna).
· Certamente vanno battute (o comunque va fatta resistenza) verso tutte quelle forme di riduzione di orario che tendono a ridurre la settimana con un allungamento della giornata lavorativa. Ne andrebbe della integrità psico-fisica dei lavoratori, nei fatti riducendo il lavoro al solo salario e il tempo "libero" dedicato al solo consumo. Sarebbe il trionfo del modello americano (in Italia!), costruendo un individuo sostanzialmente schizofrenico, che accetta un lavoro stupido ed eterodiretto in fabbrica, con una falsa possibilità di realizzarsi fuori.
· Quindi il problema di un superamento della divisione del lavoro continua ad esistere, anche e soprattutto nella fabbrica integrata, in quanto il nocciolo duro del Taylorismo, la divisione tra chi pensa e chi esegue, non viene minimamente scalfito.
· Invece vanno sperimentate tutte quelle forme di un diverso uso del tempo nella accezione che dicevo più sopra. Rifaccio la proposta:

· 20 ore di lavoro produttivo
· 8 ore di lavoro riproduttivo
· 8 ore di formazione, professionale e/o culturale

· La scansione delle tre fette di orario risponde ciascuna ai problemi della società moderna. La prima (le 20 ore, con una ipotesi settimanale sui 5/6 giorni lavorativi), risponde alla necessità di ridistribuire il lavoro esistente. La seconda entra dentro la crisi dello stato sociale evitandone lo sfaldamento (con un rapporto di lavoro sostanzialmente fatto dagli Enti Locali), tra l'altro il costo sarebbe compensato da un recupero produttivo della CIG, CIGS, Mobilità, ma ancora di più da un dato culturale che nel tempo si può realizzare e cioè quello di avere un individuo (l'uomo), costruito anche da una attività non direttamente produttivistica, ma su una attività dove l'accento non viene solo dall'efficienza ma dell'efficacia del suo lavoro. La terza, vuole essere nei fatti il superamento della logica borghese sulla formazione degli individui, che vuole l'individuo interessato ai processi formativi quasi esclusivamente nella età giovanile e poi tutta la vita dedicata al lavoro.
· In pratica io scelgo lo stato per la sua capacità di creare il “lavoro di efficacia” e il sistema delle imprese per il “lavoro di efficienza”.
· In URSS c’era una netta divisione tra quello che io chiamo il lavoro di efficacia e quello di efficienza – il lavoro di efficacia oltre che alla cura delle persone e la loro istruzione, era volto alla produzione di strumenti di morte = le armi (perché è questa una attività dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficacia = una mitragliatrice deve sparare sempre senza mai incepparsi, un aereo deve stare sempre in aria, ecc.), il lavoro di efficienza verso la produzione di beni di consumo durevoli (dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficienza = quanta produzione oraria). Intanto una prima contraddizione nella costruzione del socialismo = che il meglio della capacità, della scienza e della tecnica era tutto fiondato sulla produzione di strumenti di morte! Quando Lenin aveva vinto la sua battaglia per la egemonia sulla parola d’ordine: Basta con le guerre e la terra ai contadini! Mentre sul lavoro di efficienza c’era la maggiore inefficienza!

I tempi della “rivoluzione”

Tutte le rivoluzioni che si sono succedute nell’ultimo secolo hanno dato vita a lotte esaltanti con immani sforzi e sacrifici (fino alla morte) di masse di lavoratori e di popolo. Tutte le rivoluzioni (compresa quella cubana) hanno fallito l’obiettivo di costruzione dell’uomo “nuovo”. Io penso che in parte ciò sia dovuto al fatto di non avere rispettato i tempi di maturazione di coloro i quali erano stati protagonisti degli elementi di rottura. Valga per tutte l’affermazione di Che Guevara che nel suo libro di istruzioni per la guerriglia dice che l’andatura della banda guerrigliera deve essere data “dall’ultimo della pattuglia”. In caso contrario i più forti rimarranno soli e alla fine perderanno. Così come è avvenuto.

I comunisti e il loro partito, ovvero: tra il dire e il fare

di Gianni Marchetto – 8 Aprile 2008 Premessa · Di questi tempi sono abbastanza incazzato per tutto ciò che si va menando sulle supposte capacità “del fare del Berlusca”. Dalle mie parti si dice che uno del genere è un “affarista”. · E non c’è nessuno nella sinistra che dica che la capacità di fare è sempre stata una prerogativa della sinistra e in particolar modo dei comunisti (quelli del PCI). E devo riconoscere che anche nel mondo cattolico (un po’ meno nelle fila della DC) ci fu un analogo processo. · È stata questa una coscienza e consapevolezza dei gruppi dirigenti della sinistra (e del PCI)? No! Anzi man mano che procedevano gli anni, questa consapevolezza di essere a capo di un vero esercito di persone con esperienze e competenze è scemata, fino a incarnarsi nella capacità di fare di Fassino (il poverino). Una storia degli uomini · Nella mia gioventù, al paese, ho conosciuto la differenza tra i comunisti e i socialisti: gli uni, i comunisti, con un’ansia di riscatto fenomenale, persone di origini umilissime (braccianti) con una scarsissima scolarità, che alla sera andavano in Lega per imparare a leggere, scrivere e far di conto – gli altri, i socialisti, molto simpatici – che però erano sempre al bar a litigare con i democristiani e molte volte tra di loro. · Siccome per anni avevo visto che la Festa dell’Unità si faceva sempre prima di quella dell’Avanti (sempre nello stesso luogo), ad un certo punto ne avevo chiesto spiegazione ad un compagno, il quale così mi aveva risposto: “e beh, sai com’è, i socialisti hanno tutti “un braccio più corto” (stava per non aver voglia di lavorare), per cui loro la loro festa la fanno sempre dopo di noi perché così non devono “piantare i pali” (perché così si montavano i vari stand della festa), al massimo devono mettere gli striscioni e i manifesti del loro partito, e poi alla fine siamo noi comunisti che smontiamo il tutto”. La capacità di fare · Quella di costruire una Lega di braccianti, fatta da un bracciante! · Quella di rappresentare i propri elettori in un consiglio comunale – fatta da un calzolaio, da un bracciante, da un operaio; · O quella di diventare assessore a fare cose per le quali non c’era nessuna preparazione per cui di nuovo a scuola; · O quella di far scrivere un piccolo gruppo di operai per un bollettino periodico di fabbrica, di quartiere, di comune (sono a Torino); · Quella di essere il capo cellula di una fabbrica o di un caseggiato; · Quella di essere un segretario di sezione di una fabbrica o di un quartiere, per non dire di essere il responsabile amministrativo; · Quella di organizzare la diffusione dell’Unità; · Quella di organizzare una campagna elettorale: trovare i candidati, gli scrutatori, i rappresentanti di lista – di garantire l’attacchinaggio dei manifesti, la convocazione dei comizi, la distribuzione dei volantini, e un eccetera molto lungo; · Per non dire quella di organizzare le tanto vituperate Feste dell’Unità; · E questo in tutti i comuni d’Italia; · O quella di promuovere, organizzare la Cooperativa: di consumo, di produzione, edilizia, ecc. · O ancora quella di garantire la presenza del sindacato nella fabbrica, nel quartiere, nel comune e quindi di prendere la parola in assemblea, in pubblico, di contrattare con tutta una serie di figure tecnico-specialistiche di cose di produzione, e quindi di scontare delle “figure di merda” nei confronti di queste, – quindi quella di organizzare lo sciopero, il corteo, la manifestazione pubblica; · O quella di organizzare la serata culturale, con la proiezione del film, del dibattito con il regista, o con l’intellettuale famoso; · O quella di costruire la Casa del popolo, con tutte le relative iniziative di sostegno; · Attraverso un percorso anche faticoso di sperimentazione e di imitazione delle esperienze positive di altri; · Il PCI fu sul serio un grande crogiolo di intraprendenza, di “imprenditori sociali”, mossi unicamente da una grande passione politica e da un totale altruismo – e anche se dall’URSS arrivavano pacchi e pacchi di rubli, la totalità dei suoi militanti hanno dato tutto di sé e in maniera del tutto disinteressata, senza un quattrino in cambio. · Man mano che passano gli anni il gruppo dirigente diventa sempre più supponente e perde memoria di “se stesso”, del percorso molecolare, intenso che ha portato migliaia di persone, militanti sconosciuti, a percorrere di queste strade. Oggi che rimane · A me pare che oggi non rimane niente di questa storia. È passata la peronospora e la filossera in questi vigneti: non cresce più ne uva buona, né si fa più del vino buono. · Quando è che questo movimento entra in crisi: io ritengo che entra in crisi nella seconda metà degli anni ’70 perché fanno “divorzio” la scienza con l’esperienza. Mi spiego: per tutto un periodo molto lungo il matrimonio tra esperienza e scienza funzionò a meraviglia in quasi tutti i partiti di massa a cominciare dal PCI, ma anche nel PSI e nella stessa DC. Di che cosa si trattava: di un processo di “educazione permanente” (alla democrazia e alla partecipazione) di masse enormi di persone che nel ventennio fascista ne erano state private. · Nella DC a partire dalla educazione alla democrazia di ceti che nel ventennio furono la base di massa del fascismo: il ceto piccolo-borghese delle professioni, del mondo contadino, del ceto medio urbano impiegato nella Pubblica Amministrazione. Fino alla fine degli anni ’50 il matrimonio funzionò, evidentemente in relazione alle idee egemoni della DC: la dottrina sociale della Chiesa cattolica. · Così come nel PSI, si può affermare che nella vita piuttosto turbolenta di quel partito il matrimonio funzionò fino alla fine degli anni ’60. · Nel PCI ho visto il matrimonio funzionare alla meraviglia su di me fino alla prima metà degli anni ’70 per poi raffreddarsi con la seconda metà degli anni ’70. Che cosa era successo: era successo che prima della mia esperienza come Delegato sindacale, andavo in federazione al partito e lì incontravo A. Minucci che con mirabile pazienza mi ascoltava e tra tante sciocchezze ponevo pure delle domande di interpretazione della realtà che mi circondava al che con la dovuta pazienza di un intellettuale, Minucci mi restituiva una interpretazione razionale di tutto il casino che gli raccontavo. · Quando però a partire dalla mia esperienza di Delegato sindacale a contatto con tutta una serie di tecnici e di saperi (dal medico di fabbrica, al tecnologo, al sociologo, al capo del personale, ecc.) con i quali facevo abbondantemente delle “figure di merda”, riportavo al partito le questioni con le quali ero in sofferenza: “me la buttavano in politica”. Il partito era stato una fucina di quadri però quasi tutti di origine umanistica, quasi assenti i quadri con origine “tecnica” e quando ne conoscevi qualcuno era del tutto omogeneo alla cultura dominante. Un po’ meno nel sindacato dove per alcuni anni ho trovato delle risposte competenti. Ma passando gli anni anche nel sindacato: “me la buttavano in politica”. A mio modo di vedere la stessa cosa accadde per decine di altri compagni. · Forse quello che è rimasto (in termini del tutto striminziti) è una capacità organizzativa che si manifesta in occasione delle Feste o della campagne elettorali. · Prevalgono le opinioni sulle competenze. Nei fatti si è diventati “tutti socialisti”: tutti opinionisti. Si sa di tutto un po’ e quasi niente su tutto. · Siamo diventati tutti dei “caproni”, e i caproni devono perdere. Non perché i nostri avversari non siano dei caproni, anzi lo sono molto di più di noi, ma loro maneggiano il grano con il quale assoldano le competenze.

Io la penso così

di Gianni Marchetto – Lunedì 30 Giugno 2008


PREMESSA

Ho 66 anni e mi sono iscritto al PCI nel lontano 1966 alla FIAT Ausiliarie di Grugliasco (oggi COMAU). Non mi andava tanto stare alla FIAT. I miei compagni di lavoro, specie i più giovani, erano tutti dei crumiri. Io facevo sciopero con quei pochi compagni di Commissione Interna della FIOM. Per cui avevo maturato una profonda disistima nei confronti dei miei compagni di lavoro.
Ed ero diventato un po’ (tanto) settario. Specie la UILM e il SIDA erano del tutto venduti al padrone.
Ho cambiato idea sui miei compagni di lavoro allo sciopero sulle pensioni dei primi mesi del ’68.
Sentivo della proposta della FIOM di passare dalle Commissioni Interne ai Delegati (eletti su scheda bianca tra tutti i lavoratori del Gruppo Omogeneo). La cosa aveva certamente un suo fascino, però pensavo: “ma chi eleggeranno quella banda di crumiri che conosco: un crumiro”. Al che mi venivano dei dubbi.
Fatto stà che le lotte di li a poco tempo dopo esplosero in maniera del tutto imprevedibile. I lavoratori presero coraggio e su indicazione di FIM, FIOM e UILM elessero i primi 200 Delegati alle linee di montaggio della Mirafiori a metà del 1968. Un anno dopo la FIAT fu costretta a riconoscere 56 di questi Delegati: 14 per ogni sindacato presente in FIAT. FIM, FIOM, UILM, SIDA. Quasi tutti i Gruppi extraparlamentari bocciarono quell’accordo perché da una parte (vedi Lotta Continua) dicevano “siamo tutti Delegati”, dall’altra perché una parte dei gruppi non volevano stare con i sindacati “venduti” (la UILM e il SIDA).
Nell’arco di pochi anni la FIOM (e il PCI) diventarono le organizzazioni di massa tra i lavoratori.
Tra i comunisti c’era allora un dibattito anche aspro: da una parte i comunisti della Camera del Lavoro di Torino (Garavini, Pugno, Pace, ecc.) che erano sparati per il “superamento delle Commissioni Interne”. All’interno del partito Torinese salvo l’allora segretario Minucci c’era un’ala piuttosto robusta che predicava invece a favore delle C.I. (evidentemente con un diverso ruolo e molto più numerose).

Prima lezione: i comunisti nel sindacato

Meno male che vinse la proposta dei comunisti della Camera del Lavoro. Perché è vero che era una scommessa, ma si fondava sulla fiducia sui lavoratori. Era un tentativo (in gran parte riuscito) di portare a sintesi i lavoratori più radicali con i più moderati. Da una parte, e dall’altra era il riconoscimento che la CGIL dava alla presenza in fabbrica delle altre organizzazioni sindacali, dalle quali negli anni precedenti non sempre aveva avuto solidarietà e comprensione (salvo la posizione della FIM negli ultimi 10 anni).
Quindi ne viene che a differenza di esperienze di altri paesi come la Francia, il tutto non si è bruciato in un “maggio” ma è durato per oltre un decennio. È vero che il motore furono quei giovani lavoratori, ma senza la FIOM (e i comunisti) non ci sarebbe stata la FLM e il processo unitario. La FIOM (e i comunisti) furono l’elemento di mediazione tra la FIM che rappresentava i lavoratori più radicali e la UILM che era sempre lì a ricordarci la massa imponente di lavoratori moderati quando non corporativi.
Domanda: non sarebbe il caso di ripristinare la figura del Delegato eletto su scheda bianca come rappresentanza dei lavoratori: per “metterli nelle grane” unica ricetta per garantire la partecipazione dei lavoratori e per non prenderci una delega a cui non sappiamo mai come dare risposta.

Seconda lezione: i comunisti negli enti locali

Era di quegli anni il tentativo (poi fallito) di unificazione socialdemocratica (tra il PSI di Nenni e il PSDI di Saragat) in funzione di un centrosinistra che tra i suoi obiettivi aveva quello di emarginare la grande forza rappresentata dai comunisti nel sindacato e negli Enti Locali. Il tutto creava grosse tensioni in CGIL (visto la tentazione di andare alle costruzione del sindacato socialista) e in tutte le amministrazioni governate dalla sinistra dove se non davi posti superiori alla rappresentanza del PSI, questi da un giorno all’altro li potevi vedere alleati alla DC.
Va certamente a merito dei compagni socialisti della CGIL aver tenuto botta. Ma anche qui occorre riconoscere un vero talento tattico e strategico dei comunisti a livello locale. Ricordo come fosse ieri la modalità di quasi tutte le amministrazioni governate dai socialcomunisti: ogni anno presentavano i bilanci dei comuni governati “sempre in rosso”. Elencando ovviamente i motivi: investimenti e forme di solidarietà per i cittadini più bisognosi.
È attraverso questa pratica che le “giunte rosse” civilizzarono l’Italia. Basta vedere cosa erano l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria e via via fino alla lunga stagione delle “giunte rosse” di tutti gli anni ’70. Intanto che la DC sfasciava e indebitava l’Italia. Basta vedere le delegazioni che venivano da tutto il mondo (e anche dagli USA) a vedere come erano amministrate le “giunte rosse”.
Oggi mi pare che gli amministratori della sinistra (sia radicale che riformista) siano diventati tutti “rigoristi”, dei moderni Quintino Sella: il pareggio di bilancio è l’alfa e l’omega di questi “moderni” amministratori. Nei fatti diventando (può darsi inconsapevolmente) dei gabellieri ieri di Prodi, oggi di Berlusconi e sempre di quella banda di malfattori che sono i Commissari dell’Unione Europea, liberisti a parole e statalisti con i nostri soldi.
Domande: 1° a quando un movimento di “sindaci disobbedienti”? - 2° quand'è che nelle amministrazioni di sinistra i sindaci promuoveranno degli “Spacci Comunali” per favorire il fare la spesa per tutte quelle persone che non tirano il mese? – 3° a quando la costruzione a livello comunale dei “Tabelloni Comunali di Rischio” per permettere ai sindaci una volta l'anno di mettere attorno ad un tavolo le parti sociali (datori di lavoro e sindacati) per proporre loro una diminuzione dei rischi da lavoro nelle aziende del territorio comunale?

Conclusione

È tempo di congressi in tutte le forze di sinistra. È bene riflettere su una storia che ha avuto anche dei suoi meriti.
Una storia che è stata, con alti e bassi, unitaria. Che ha sempre privilegiato la sintesi tra diverse opinioni che si manifestavano tra i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali e politiche.
Pensiamoci!

Lo spaccio territoriale

Nota/proposta a cura del Gruppo di Progetto (Inchiesta a Venaria sulla condizione della popolazione) a cura della “Sinistra a Venaria”

· Nel Piano di Zona redatto dal CISSA di Pianezza per gli anni 2006-2008 si dice che sul totale dei redditi dichiarati a Venaria ve ne sono ben il 34% circa al di sotto di 15.000 €/anno – sono dati del Piano di Zona che risalgono al 2002. Ovvio che da allora saranno lievitati. Si tratta di avere un aggiornamento.
· Al tempo stesso l’ISTAT ci dice che i redditi che stanno sotto la soglia di povertà sono 540 €/mese per una persona e 950 €/mese per una coppia. È evidente che dovremmo capire in questo 34% quanti sono i redditi per una persona e quanto sono per una coppia. Non sappiamo con quali criteri l’ISTAT sia pervenuta a queste cifre. Si tratterà di chiedere informazioni più dettagliate.
· È di questi giorni un articolo apparso sulla Stampa di Torino a firma di Henry Kissinger il quale ci dice che occorre nel breve futuro aspettarsi il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile. Ricordiamo che solo alcuni anni fa il prezzo di un barile di petrolio era di 60 dollari, attualmente siamo a circa 130 dollari.
· SIAMO FRITTI! In quanto il prezzo del petrolio è l’unica indicizzazione che ancora vale in Italia. Quando aumenta il prezzo del petrolio a cascata fa aumentare tutto.
· La soluzione sarebbe quella di avere una altrettanta indicizzazione dei salari e delle pensioni attraverso un meccanismo automatico che annualmente ci ripara (totalmente) dall’aumento dei prezzi.
· Intanto, ci pare che sia ormai da 2 anni che sui giornali si va parlando del problema della 4 settimana, nel senso che una fetta crescente di cittadini (a basso reddito) non ce la fanno più a chiudere il mese.
· Ora a noi pare di dover esprimere la nostra opinione 1° a tutte le associazioni in oggetto per vedere se è condivisa, per sapere da loro le loro opinioni e/o proposte in merito (è ipotizzabile una assemblea pubblica su tale questione?) Facendo tesoro di alcune esperienze di Torino in merito ai GAS – Gruppi di Acquisto Solidali), 2° alle autorità locali competenti.
· Si tratta in pratica della proposta al Comune di Venaria che si faccia promotore della costruzione di una Spaccio Territoriale volto a favorire il fare la spesa per la povera gente.
· È evidente che in prima battuta si tratterà di verificare la fattibilità o meno di questa proposta attraverso un “piano di fattibilità”, il quale dovrà passare almeno 2 test: il 1° verificare un reale abbattimento dei prezzi sui prodotti che verranno commercializzati nello spaccio (frutta e verdura, generi di prima necessità) – il 2° la disponibilità delle associazione laiche e religiose presenti a Venaria di fornire a questa impresa una parte dei loro aderenti, soci, militanti per la gestione dello spaccio al fine di abbattere i costi di gestione.
· Il tutto potrebbe procedere attraverso una serie di convocazioni da parte degli assessori competenti per avere degli incontri con le aziende agricole e delle aziende di prodotti alimentari di prima necessità, presenti sul territorio, per verificare la loro disponibilità, i prezzi, i giorni di apertura dello spaccio, ecc. stessa cosa con le associazioni laiche e religiose per verificare le disponibilità in rapporto all’utilizzo di loro aderenti, militanti, soci, ecc.

Come procedere

· Vi chiediamo cortesemente di rispondere a questa nostra lettera e sollecitazione, mandando ovviamente anche le vostre idee in proposito e se del caso la vostra disponibilità a ritrovarci per discutere la questione che ci appare molto stringente.

Distinti saluti

Osservazioni sul Welfare di Venaria

A partire dalla lettura del Piano di Zona del CISSA di Pianezza del triennio 2006/2008

· Osservazioni;
· Proposte;

Appunti a cura di Gianni Marchetto dell’Associazione Esperienza & Mappe Grezze

Premessa

Queste note sono delle semplici osservazioni e prime proposte a carattere del tutto personale dopo aver esplorato il Piano del CISSA di Pianezza . Spero che servano allo scopo per cui sono fatte e sarei contento di ricevere delle opinioni altre.


Il Piano del CISSA di Pianezza

1. Il Piano riguarda evidentemente i 6 Comuni del CISSA di Pianezza: Druento; Givoletto, La Cassa, Pianezza, San Gillio, Venaria - (Alpignano e Valdellatorre non sono presenti in questo piano).
2. È evidente che a noi interesserà estrapolare da questo piano tutti i dati e le informazioni riguardanti Venaria.

Dal Piano: “si è deciso di suddividere l’analisi attraverso l’individuazione di 4 aree tematiche e dei relativi “tavoli tematici,” specifiche riguardanti i bisogni e le risorse esistenti sul territorio in relazione a:

· ANZIANI
· ADULTI
· DISABILI
· MINORI GIOVANI


Il percorso di lavoro dei 4 tavoli tematici si è strutturato in una serie di incontri, per ciascun tavolo individuato, al fine di procedere:

· Alla conoscenza reciproca;
· Alla costruzione di un linguaggio comune;
· All’analisi dei bisogni emergenti;
· Alla messa in rete delle conoscenze su quanto già attivo sul territorio;
· All’analisi della percentuale di soddisfazione dei bisogni garantita da quanto già attivo sul territorio;
· Alla programmazione di azioni sinergiche intercomunali;
· Alla definizione delle strategie future;
· All’individuazione delle priorità di intervento;
· All’individuazione della realtà che si sarebbero rese disponibili nell’ambito delle azioni necessarie che si sarebbero individuate;

Questo lavoro ha impegnato i gruppi dei tavoli tematici nel periodo Gennaio – Maggio 2005 ed ha visto la presenza dei soggetti sottoelencati, suddivisi per tavolo tematico al quale hanno preso parte.

Tavolo tematico: Minori e Giovani
Esperti Tecnici (*) 13 - Esperti Grezzi (*) 16

Tavolo tematico: Anziani
Esperti Tecnici 4 - Esperti Grezzi 15

Tavolo tematico: Disabili
Esperti Tecnici 9 - Esperti Grezzi 18

Tavolo tematico: Adulti
Esperti Tecnici 10 - Esperti Grezzi 11

(*) la disposizione tra tecnici e grezzi è di Marchetto

Per finire si riportano in questo specchietto il metodo espositivo della programmazione seguito per ogni tavolo:”

  • I problemi, i bisogni, le criticità
  • Obiettivi che si vuole raggiungere
  • Azioni necessarie per il raggiungimento degli obiettivi
  • RISORSE: realtà che si rendono disponibili / istituzioni preposte

Osservazioni

1° - manca un “criterio ordinatore” = la disposizione della popolazione per fasce di età (di tutta la popolazione), e per ogni fascia di età i rischi e/o i problemi prioritari (i più gravi, i più frequenti e/o diffusi, i più prevenibili) sui quali costruire la mappizzazione partecipata (metodo dal quale si ha il maggior recupero, diffusione e condivisione delle conoscenze (le immagini) e competenze (i piani) diffuse tra “gli esperti tecnici e gli esperti grezzi”). Anche se nella parte riguardante “l’analisi del contesto territoriale” vi è una ottima descrizione del contesto analizzato.

2° - siamo di fronte “all’assiemaggio” (mi pare), di lavori in corso e progettati, molto ben fatti e bene esposti – il taglio è chiaro: da assistenti sociali, non so se siano in numero sufficiente alla bisogna però mi sembrano sufficientemente motivati, efficienti (almeno dal punto di vista dell’esposizione).

3° - nel Piano si parla del processo di partecipazione. Non essendoci stato non sono in grado di dare un giudizio di merito. Voglio unicamente dire che un processo di partecipazione deve vedere il recupero della esperienza e della competenza di ogni Esperto (sia Tecnico che Grezzo) se no siamo alla partecipazione passiva;

4° - la disposizione della popolazione per fasce di età non è solo una risposta metodologica utile per mettere a confronto la popolazione con i vari servizi dell’ente locale, ma obbedisce ad un criterio “culturale” che vuole il controllo della persona dal suo concepimento sino alla sua dipartita. Per cui per esempio, nella stesura del Piano, è del tutto assente una riflessione sui problemi della “età fertile” (dai 14 ai 45 anni) in termini di “danni alle cellule seminali” e di “gravidanze non desiderate” così come di “gravidanza-parto” in termini di aborti, danni al feto, mortalità perinatale e così via per una serie di altre fasce di età. È vero che vengono in parte recuperate attraverso i “tavoli tematici”, però il tutto subisce un evidente frastagliamento.

5° - La cosa, almeno per me, è alquanto preoccupante perché negli anni si è perso di vista da parte dell’ente locale “il criterio ordinatore” = la persona nella sua interezza che per comodità e utilità la si vedeva per fascia di età – assistiamo invece a vedere le persone dal punto di vista dei modi con i quali sono organizzati culturalmente e organizzativamente i servizi sociali i quali dovrebbero invece essere loro a modellarsi attorno ai problemi delle persone del territorio.

6° - e fin qui le cose non sono poi del tutto così negative – ma il buco nero è quello legato alla fascia di età lavorativa (dai 18 ai 65 anni) – in pratica manca il lavoro, mancano i lavoratori! Nel Piano vi è una interessante analisi delle attività produttive, della loro mutazione a partire dagli anni ’80, ecc. Manca del tutto una analisi per es. dei rischi da lavoro, dell’andamento dello stato di salute dei lavoratori. E sì che i dati ci sono: nelle imprese e nell’ASL! Buona invece la tabella della “distribuzione per fasce di reddito dei contribuenti” (anche se andrebbe aggiornata al 2008).

Manca in pratica quello che una volta si sarebbe detto il “taglio di classe” – domanda: perché manca? È colpa degli estensori dei piani? È colpa della presenza massiccia delle varie organizzazione del 3° settore o delle parrocchie, ecc. – nulla di tutto questo ovviamente – la colpa di questa delega totale ai tecnici (=assistenti sociali) è dei sindacati (basta vedere la presenza nel solo tavolo tematico degli anziani delegata per la CGIL al solo SPI!) una delega che rivela una subordinazione culturale per giunta. La cosa vale nello stesso identico modo per i partiti (quelli che hanno a riferimento i lavoratori) e forse per loro la cosa è aggravata dal fatto che nella zona presa in considerazione sono al governo degli Enti Locali!

7° - gli anziani – “la parte del leone” la fa il tavolo degli anziani, (vedi le buone tabelle sulle “Tipologie pensioni per sesso e per numero di beneficiari” e gli “Importi pensioni per fasce e per numero beneficiari”) si capisce dal fatto di dover gestire al meglio l’integrazione della Bindi/ter (sanità) con la Turco (assistenza). Però anche qui vi è la totale assenza di utilizzo della banca dati sulla mortalità dell’Arpa di Torino (vedi il lavoro di Geppo Costa) dalla quale si potrebbe utilmente avere degli elementi di confronto sui dati di mortalità, le cause, le professioni, ecc. e per esempio ciò che è accaduto l’estate del 2003 = in campo nazionale si sono contati dai 5 a 6 mila decessi in più degli altri anni! Se la prossima estate sarà come quella del 2003 continueremo a contare i morti?!

8° - non emerge nessun rapporto numerico tra le persone assistite e quante ne hanno diritto e non vengono assistite. Mi pare che la ragione sia la seguente: gli Enti Locali (sia di sinistra che di destra) funzionano tutti alla stessa maniera, come un supermercato. Se sai dov’è, ci vai, prendi, paghi e porti via, se no… ciccia! Ovvero gli Enti Locali danno assistenza solo a coloro i quali si rendono visibili. E gli “invisibili”?

9° - siamo di fronte, in pratica, ad una “officina di riparazioni”. Ora, non muovo nessuno scandalo rispetto alle riparazioni (ci mancherebbe), così come non mi scandalizza più di tanto il fatto che gli assistenti sociali o i medici nello stilare i piani abbiano pensato alle “riparazioni”: è la loro competenza! Però ciò non può esimere i sindacati e le forze di sinistra nel delineare una “situazione altra” fondata sulla prevenzione.

Le ipotesi di proposte

Puntare alla costruzione di un “Tabellone di territorio” che misura l’avvicinamento ad un “territorio liberato”:

sul lavoro - monitorare lo sviluppo o il declino di ogni territorio dal punto di vista delle attività produttive, delle chiusure, ristrutturazioni, della CIG, della mobilità, della precarietà, ecc.
· liberato prima di tutto dalle schifezze della recente L. 30, a partire dalla porzione di territorio occupato dagli Enti Locali e Pubblici (che in questi anni in proprio o attraverso le esternalizzazioni hanno provocato non poche delle schifezze esistenti) – i dati ci sono e sono del tutto accessibili per un ente locale o una ASL;
· liberato dai costi umani, sociali ed economici derivanti dai rischi per la salute nei luoghi di lavoro (es. le ASL hanno l’andamento degli infortuni – dai 4 giorni e oltre - per ogni azienda del loro territorio – nel solo 1994 alla Mirafiori il totale degli infortuni ho calcolato che faceva un totale di 3 miliardi e 61 milioni) – le ASL hanno montagne di valutazioni di rischio da cui si possono ricavare i rischi da lavoro prioritari nel territorio – le ASL insieme all’INAIL hanno poi tutte le malattie professionali del territorio di loro competenza (e in parte il numero e la tipologia delle visite periodiche di legge), ecc. – si può quindi individuare le priorità sulle quali fare controlli e prevenzione. Obiettivo: la costruzione di un “Tabellone Comunale di Rischio”;
- sugli anziani - andare alla individuazione del gruppo a maggior rischio: 1° richiedere le informazioni all’Arpa; 2° incrociare i dati dei ricoveri negli ospedali del territorio, degli anziani per: deficienze respiratorie, scompensi cardiaci, problemi vascolari derivanti da ipertensione (per restare alle estati torride) con le stesse patologie presenti nei pazienti dei medici di base dello stesso territorio = avremmo costruito il gruppo a maggiore rischio sul quale esercitare un controllo attento e improntare l’intervento mirato alla specifica condizione;
- sulla povertà: va promossa la costituzione di uno Spaccio Territoriale per dare una mano alla povera gente di sbarcare il lunario a fine mese;
- sulla sicurezza: va demistificato il problema con una accorta opera di informazione alla opinione pubblica per rendere esplicito il fenomeno della delinquenza in calo costante e la “sicurezza percepita”;
- sulla casa: una suddivisione tra proprietà, proprietà con mutuo, in cooperativa, in affitto: com’è la situazione e quanto costa?
· Eccetera…

Attenzione

È chiaro che questa proposta si situa in un contesto che è già in moto, quindi si deve obbligatoriamente scontare una certa difficoltà. A mio modo di vedere può essere accettata come una implementazione di “sistemi informativi” che poi in seguito potranno avere degli sviluppi di intervento programmato. L’implementazione non deve in nessun modo apparire come messa in discussione del lavoro fin qui svolto dai vari servizi. Sta di fatto però che il tutto ne verrebbe positivamente stravolto. Il risultato sarebbe l’ingresso della “politica” nei piani con un chiaro taglio di classe.

Proposta di lavoro

1. intanto va verificato se i compagni che fanno parte dei tavoli tematici sono stati convocati (dallo SPI o dalla CGIL o dai compagni delle varie formazioni della Sinistra) per fare un bilancio della attività da essi svolta nell’ambito dei tavoli;
2. va tentata una riunione per i compagni consiglieri comunali di Venaria per fare un bilancio della conoscenza del Piano, delle sue ricadute, dei problemi di attuazione, ecc.
3. nel lavoro che propongo al gruppo di compagni della Sinistra di Venaria, ovviamente vi è l’intenzione chiarissima da parte mia di “saccheggiare” positivamente il lavoro del Piano.
4. è evidente che il lavoro che propongo di fare nei fatti può diventare una sorta di “piattaforma sociale” che come interlocutori/controparti può avere la giunta di Venaria;

Per il sottoscritto è sufficientemente chiaro il salto culturale e metodologico di un impianto di questa natura: significa non delegare a nessuno e saper esserci non con le chiacchiere ma con le proprie esperienze e competenze, con il proprio saper fare – tanto per capirci, non è vero che gli anni ’70 furono gli anni “dei soli cortei e dei pestaggi dei capi” come più di qualcuno va ancora dicendo, basta andare a vedere cosa era l’allora “Progetto S. Donato” (per altro assunto in toto dall’ente locale) – in quegli anni i lavoratori e la classe operaia (almeno la parte più cosciente) sperimentarono in proprio il matrimonio più felice tra “esperienza e scienza”.

Per questo accanto alla proposta suddetta mi permetto di farne un’altra: quella che “se si vuole progettare il futuro, occorre pianificare il proprio passato” – cominciamo a farlo!

Si può parlare male di Garibaldi (o della madonna)??

di Gianni Marchetto – 8 Giugno 2008


· Siccome non sono per niente d’accordo con le interpretazioni della sinistra (in generale) sul fenomeno degli immigrati e sui problemi della sicurezza-insicurezza che ne conseguono, voglio dire la mia anche se in maniera provocatoria. È vero ciò che oggi imperversa è una buona dose di “cattivismo” che attraversa tutte le classi e i ceti sociali del nostro paese. Ma non è certo con il “buonismo” che la sinistra se la può cavare.

· Intanto va detto che da circa 10 anni vivo insieme ad una ragazza nera, di 38 anni, proveniente da Benin City (Nigeria), e che insieme abbiamo deciso 5 anni fa di far venire in Italia i suoi 2 gemelli con il “ricongiungimento familiare”, li abbiamo mandati alle scuole professionali. Adesso hanno 21 anni, lavorano e sono ben inseriti. L’anno scorso abbiamo fatto i documenti per far venire (sempre da Benin City) una sua cugina di 24 anni per fare la badante a mia madre di 86 anni: stiamo aspettando.
· La comunità nera di Torino per maggior parte proviene da Benin City. È una delle città più antiche del sud della Nigeria. La maggior parte delle ragazze sono state adescate (come la mia compagna) per fare le prostitute nel nostro paese. Il fenomeno è risaputo come una gigantesca “pipeline” che frutta un mare di quattrini per i padroni di questa gigantesca tratta. Il sottoscritto a suo tempo, aiutato da un cugino della mia compagna, ha riscattato la ragazza e l’ha tolta dalla strada. Attraverso la Caritas di Torino ho potuto conoscere da vicino una parte di questa comunità di neri (e anche di altre nazionalità) che abitano a Torino.
· E adesso vale una mia confessione personale: ho 66 anni e nella pancia sono un maschilista e sempre nella pancia sono un razzista, perché sono un vecchio, bianco, eccetera. Penso che invece, nella testa, di aver intrapreso un viaggio (da molti anni) che forse mi ha affrancato di queste mie tare. Non del tutto e non per sempre. Comunque non sono certo io ad affermare che non sono un maschilista (caso mai saranno le donne che mi conoscono) e che non sono un razzista (anche qui caso mai saranno gli stranieri che mi conoscono) a validare tutto ciò. Ciò che in parte mi consola è il vecchio detto che dice: chi ha consapevolezza di sé, è già a metà dell’opera.

· Ma forse che gli stranieri sono meno maschilisti e meno razzisti del sottoscritto? Tra i neri che conosco vige il maschilismo. Le ragazze nere che conosco della nostra cultura apprezzano invece la parità tra l’uomo e la donna (e io dico loro che è si una conquista delle donne, ma non del tutto generalizzata). I neri che conosco pensano che i marocchini siano tutti dei “rubato” (sta per ladri) e oltre tutto vengono visti come “brutti, sporchi e cattivi”. Con il fenomeno abbastanza diffuso nella comunità dei ragazzi nigeriani, che a fronte del fatto che si tratta in genere di ragazzi provvisti di una buona scolarità e intraprendenza la quale non viene minimamente riconosciuta nel nostro mercato del lavoro (così come non viene riconosciuta neanche agli italiani!) e quindi le offerte di lavoro sono squallide e misere. Dove trovano rifugio questi ragazzi (almeno per una minima parte): nel fidanzarsi con una serie di ragazze e vivere alle loro spalle.

· Nelle comunità di stranieri provenienti dall’est c’è un razzismo diffuso nei confronti dei “negri” e dei marocchini e una sostanziale diffidenza per le idee della sinistra, motivata comprensibilmente dalla loro esperienza-provenienza.

· Nella comunità dei marocchini il maschilismo la fa da padrone con un sostanziale razzismo nei confronti dei neri considerati una razza inferiore. Tutto ciò dovuto alla secolare esperienza di razziatori per conto dei bianchi nei villaggi dei neri, all’epoca della tratta dei neri per le americhe.

· Dei Rom, dei Sinti e di tutti coloro i quali vengono indicati come “zingari” so solo la mia personale diffidenza nei loro confronti. E non riesco mai a vedere (salvo che per gli abiti) quale sia la loro cultura. Sarà perché li vedo sempre affannati nei supermercati alla caccia di cose inutili.

· Dei cinesi non so. So solo che hanno il “baco” del lavoro nella testa, nella pancia, forse persino nel loro DNA!

· E non voglio continuare per tutte le etnie presenti nel nostro paese, perché sarebbe troppo lungo e magari con il rischio di continuare a dire delle castronerie.

· Mi pare che valga un po’ per tutti un sostanziale atteggiamento un po’ manicheo, che porta a dividere il mondo e le persone in buone e cattive, in bianco e in nero. In pratica una scarsa attitudine alla “dialettica”. È questo un fenomeno presente, nell’attuale momento storico, anche tra fasce crescenti di popolazione italiana.

· Mi si dirà: scopri l’acqua calda. Sono fenomeni antichi quanto il mondo. È vero, e basta andare a rileggersi le cronache americane (assieme a quello più antico dell’impero romano, il più grande esperimento di società multietnica che si conosca, e mai risolto del tutto!) che narrano dei giudizi dei bianchi locali (dei WASP) nei confronti degli italiani. O dei giudizi degli italiani nei confronti dei neri e viceversa.

· Il problema del fenomeno della sicurezza-insicurezza a mio avviso ha a che fare con il fatto che nell’attuale momento storico l’incontro di diverse etnie, diverse colture, religioni, ecc. si viene a trovare con un combinato disposto fatto di una situazione di crisi economica da una parte che ovviamente non offre a queste persone tutto ciò per il quale loro sono venute speranzose di trovare nel nostro paese e dall’altra da un confronto tra una società di “vecchi” (la nostra) ed una moltitudine di giovani (gli stranieri). Se la crisi che si annuncia all’orizzonte si farà più seria io temo che ne vedremo di brutte, a partire dagli effetti che avrà sull’anello più debole rappresentato dalla presenza degli stranieri. Pensiamo ad una contrazione dei redditi (da inflazione, ecc..) e la possibilità per decine di migliaia di famiglie di mantenersi (anche in nero) la badante. Ovvero la contrazione produttiva derivante dall’aumento dei costi (vedi il petrolio e le materie prime, ecc.), dove taglieranno per primo le aziende che andranno in crisi? Sulla manodopera straniera! Sul fenomeno della prostituzione si vede già adesso la follia e la stupidità quando non il becero tornaconto elettorale dell’attuale compagine governativa.

· A Torino ben il 41% della popolazione vive in un nucleo familiare da solo. Nel 1978 la % era del 29,8% (dati nel Quartiere San Donato). Siamo quindi ad un aumento di oltre l'11%. Chi ci sta in quel 41%: penso io, una fetta di stranieri, ovviamente, che specie per i primi anni arrivano qui da soli e sufficientemente giovani e si insediano dove altri come loro sono già insediati.

· Ma la stragrande maggioranza si tratta di anziani, specie donne (in quanto campano più a lungo). Come ben si sa l'anziano è un individuo molto stanziale, se ha una casa se la tiene, non va all'avventura, non si sposta facilmente da una zona all'altra.

· E a Torino se uno è solo, lo è come un cane. La sua vita è scandita da una desolante solitudine (problema per il quale è sempre indicato tra i primi in ogni ricerca), in qualche caso mitigata dalle visite di qualche parente, da rapporti più o meno buoni con il vicinato, ecc. Quindi siamo di fronte ad una società (la nostra), fatta essenzialmente di anziani che incontra dei giovani (di altra provenienza, cultura, religione, costumi, ecc.) e ne ha paura... La scienza (medica e la psicologia) ci spiega che a 75 anni gli individui diventano "fragili": non hanno più le “attrezzature” per affrontare il nuovo, nuovo che appunto crea timore, fa paura.. e io penso che la “fragilità” psicologica abbia un’età molto inferiore ai 75 anni. Se poi ci aggiungi che nella solitudine questi individui (anziani) si sorbiscono 4 ore di attuale TV, la frittata è fatta...

· Queste mie annotazioni possono spiegare in parte il divario che esiste tra i dati sulla criminalità, in calo, che ci dicono che l'Italia tra i paesi d'Europa è quella più tranquilla e la "percezione del rischio" che invece va alle stelle. Una delle risposte può forse ritrovarsi in queste mie considerazioni.

· Non capisco come si fa a mettere nel calderone della sicurezza-insicurezza il fenomeno della prostituzione, quasi che le vittime (molte volte queste sì sacrificali) che sono queste povere ragazze che esercitano in stato di schiavitù o quasi, siano loro un pericolo, mentre non si parla quasi mai di coloro i quali hanno nelle mani la “pipeline” dello sfruttamento e dei relativi guadagni astronomici che ne ricavano.

· Così come una volta tentato di leggere il comportamento degli anziani, mi permetto di analizzare anche il comportamento "medio" di uno straniero. La maggioranza di questi ragazzi e ragazze che arrivano dall'Africa (e anche da altre parti) a contatto con la nostra società (e di ciò che a loro appare più evidente) sviluppano nei loro comportamenti l'obiettivo di "farsi i soldi in fretta", e specie tra quelli che "intraprendono" (coloro i quali si mettono in proprio) cresce un atteggiamento di sostanziale fastidio per il rispetto delle "regole del gioco" che lo stato sociale impone a tutti compreso loro. Somigliando in questa maniera come due gocce d'acqua ai nostri leghisti e berluscones!

· Ovviamente non è per tutti così, perché se no non si spiegherebbero le adesioni molto numerose alle organizzazioni sindacali, ma appunto anche questa adesione è un processo, che ha bisogno di attraversare una non breve esperienza a carattere individuale, in qualche caso collettiva.

· Nella mia esperienza di formatore sindacale per centinaia e centinaia di Delegati sindacali (italiani) specie negli anni '90 mi ero accorto che specie tra i più giovani niente si sapeva sulla natura dello stato sociale in Italia. Lo stato sociale come veniva conosciuto dai più: attraverso le zampate che ogni governo che si succedeva all'altro esercitava nei confronti delle conquiste fatte. Domanda, se i nostri indigeni non sanno nulla dello stato sociale del loro paese, come si può pensare che ciò sia conosciuto da un arabo, da un sub-sahariano, da uno che viene dai paesi dell'est, o dalla Cina??

· Questa questione pone un lavoro (immane) da fare per le amministrazioni locali e per altri enti (penso alle scuole) che oltre a fornire gli strumenti linguistici dovrebbero fornire anche allo straniero (e anche agli italiani!) i primi rudimenti di conoscenza dello stato sociale nel nostro paese. Ed è un compito che dovrebbe vedere impegnati gli Enti Locali più di quanto non lo siano già. Es.: monitorare tutte le varie associazioni presenti sul territorio per favorire la “germinazione” di pratiche solidaristiche, di mutuo-aiuto, di mutuo soccorso, ecc. In un periodo di “matio” (impazzimento generale) che può vedere persino le classi popolari darsi a pratiche di esclusione, di xenofobia, di razzismo, ecc. Un lavoro lungo, ma necessario per le forze di sinistra. Domanda: in quanti comuni vi è una delega assessorile a queste questioni?

· Perché comunque a me interessano gli stranieri? Mi interessano perché sono e saranno loro il moderno proletariato, e quindi mi interessano in quanto lavoratori a prescindere dalla loro provenienza, colore, religione, eccetera.

· Per ultimo, nella mia non più breve esperienza di militante sindacale ho avuto occasione di prendere a calci nel sedere molte volte i "crumiri" sia in fabbrica che fuori, convinto come ero che questa fosse una utile "pedagogia sociale" da esercitare nei confronti di questi miei compagni di lavoro che secondo me sbagliavano. Ora a prescindere o meno da questa particolare "pedagogia sociale" (ad oggi molto discutibile), è mai possibile il "buonismo o il paternalismo" che caratterizza il comportamento della sinistra del nostro paese nei confronti del diverso e del più sfortunato tra noi? Io credo invece che bisogna avere un sano atteggiamento laico nei confronti delle persone per prenderle sul serio, e non insistere oltre nelle pratiche, tutte cattoliche, di paternalismo nei confronti queste persone.

· A pensare alla mia esperienza, quando è che è iniziato il viaggio (lungo e faticoso) verso la mia emancipazione, verso la tolleranza, verso la solidarietà? È cominciato con l’incontro tra la mia esperienza di operaio e la “scienza”, rappresentata dalla cultura della sinistra (e dal confronto con la cultura cattolica democratica del nostro paese) che ho trovato nei sindacati e nei partiti della sinistra.

· A me pare che si tratti di un percorso, di un viaggio da rifare assieme a queste persone che vengono nel nostro paese per scoprire assieme il valore dei diritti individuali e collettivi che chiamano in causa i doveri, tra i primi quelli della solidarietà e della propria emancipazione individuale. In pratica una scuola, particolare, dove accanto a “imparare a scrivere, leggere e far di conto” occorre imparare anche a fare la lotta di classe, qui ed ora.

Compagno Vendola, non mi hai convinto!

di Gianni Marchetto – Domenica 25 Maggio 2008

· Sono rimasto favorevolmente colpito dalla preparazione culturale del compagno Vendola, specie nella prima parte del suo ragionare all’assemblea del PRC Venerdì 23 maggio alla GAM di Torino, ai suoi riferimenti continui a Gramsci, al fatto che in lui non ho scorto la presunzione tutta leninista di avere già le soluzioni per le mani e quindi di avere solo bisogno di un gruppo di compagni ben addestrati ad andare a predicare il verbo tra il colto e l’inclita.
· Epperò proprio i suoi riferimenti continui a Gramsci mi hanno dato la sua cifra: il compagno Vendola è sostanzialmente di formazione umanista. Non che questo sia una colpa evidentemente, ma lo è un limite molto grosso. Infatti Gramsci lo si può leggere come un pensatore di origine umanista (e lo era, e la disposizione che Togliatti fece dei suoi Quaderni dal Carcere obbedisce a tale interpretazione) così come un pensatore di altra origine, vedi le bellissime pagine su “Americanismo e fordismo”, vedi la bellissima frase: “fare rivoluzione è intanto socializzare le scoperte scientifiche” o quando dice, riflettendo sulla formazione dell’uomo, che “l’uomo non può non sapere”, quindi un pensatore marxista che non rifugge dalla dimensione individuale, dal carattere della formazione personale e quindi dalla particolare responsabilità delle nostre azioni individuali. Non sfugge a nessuno la differenza tra questa impostazione e quella classica dei vari altri marxismi tutti bacati da una sorta di Pavlovismo: gli umani sarebbero come i cani con cui Pavlov ha condotto i suoi esperimenti fino a formulare la sua “Teoria sui riflessi condizionati”. E no, dice Gramsci, per gli umani vale certo il riflesso condizionato (lo stimolo-risposta), ma anche il suo libero arbitrio.
· Questa storia del libero arbitrio la si può declinare diversamente: in chi addestra e in chi redime. Negli anni ’30 negli USA nacque una sorta di pensiero (padronale) che diceva che gli operai erano dei gorilla da addestrare per la produzione, per contro Ivar Oddone nei primi anni ’70 mi disse così che per gran parte della sinistra italiana gli operai non erano dei gorilla da addestrare per la produzione ma bensì da redimere per la rivoluzione… (rivoluzione di chi? dei redentori, ovviamente)… e gli operai? sempre gorilla rimanevano!
· Quindi un Gramsci del tutto irrituale, il quale negli anni ’30, poco prima di morire, era affascinato dalla rivoluzione produttiva americana del Fordismo (e del Taylorismo) e non invece dai piani quinquennali sovietici, perché lui scorgeva una autentica rivoluzione in questo nuovo modo di produrre, che informava di sé anche il comportamento umano nei modi di consumare e di vivere per larghe masse di umani. Un Gramsci che non è stato minimamente accennato nel ragionare di Vendola.
· Nella mia vicenda di giovane operaio a Torino a contatto con il PCI, nella fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70, io che ero sostanzialmente parte del gruppo molto numeroso di compagni “socialconfusi”, venni a confrontare la mia esperienza di operaio con un intellettuale a nome di Adalberto Minucci che appunto aveva letto fino ad impararlo quasi a memoria (credo sia stato uno dei pochi intellettuali italiani ad averlo fatto) Americanismo e Fordismo e che appunto metteva a servizio la sua “scienza” nei confronti della esperienza di noi giovani operai. Facendo appunto quello che diceva Gramsci: “il primo compito di un intellettuale è quello di socializzare il sapere, le scoperte scientifiche”.
· Quando è che questo movimento entra in crisi: io ritengo che entra in crisi nella seconda metà degli anni ’70 perché fanno “divorzio” la scienza con l’esperienza. Mi spiego: per tutto un periodo molto lungo il matrimonio tra esperienza e scienza funzionò a meraviglia in quasi tutti i partiti di massa a cominciare dal PCI, ma anche nel PSI e nella stessa DC. Di che cosa si trattava: di un processo di “educazione permanente” (una sorta di pedagogia sociale alla democrazia e alla partecipazione) di masse enormi di persone che nel ventennio fascista ne erano state private.
· Nella DC (che ebbe il compito più gravoso) a partire dalla educazione alla democrazia di ceti che nel ventennio fascista furono la base di massa del fascismo: il ceto piccolo-borghese delle professioni, del mondo contadino, del ceto medio urbano impiegato nella Pubblica Amministrazione. Fino alla fine degli anni ’50 il matrimonio funzionò, evidentemente in relazione alle idee egemoni della DC: la dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
· Così come nel PSI, si può affermare che nella vita piuttosto turbolenta di quel partito il matrimonio funzionò fino alla fine degli anni ’60.
· Nel PCI ho visto il matrimonio funzionare alla meraviglia su di me fino alla prima metà degli anni ’70 per poi raffreddarsi nella seconda metà degli anni ’70. Che cosa era successo: era successo che prima della mia esperienza come Delegato sindacale, andavo in federazione al partito e lì incontravo appunto A. Minucci che con mirabile pazienza mi ascoltava e tra tante sciocchezze ponevo pure delle domande di interpretazione della realtà che mi circondava al che con la dovuta pazienza di un intellettuale, Minucci mi restituiva una interpretazione razionale di tutto il casino che gli raccontavo e mi offriva pure delle nuove categorie per interpretare la realtà che mi circondava.
· Quando però a partire dalla mia esperienza di Delegato sindacale a contatto con tutta una serie di tecnici e di saperi (dal medico di fabbrica, al tecnologo, al sociologo, al capo del personale, ecc.) con i quali, attraverso la contrattazione, facevo abbondantemente delle “figure di merda”, riportavo al partito le questioni con le quali ero in sofferenza: “me la buttavano in politica”. Il partito era stato una fucina di quadri però quasi tutti di origine umanistica, quasi assenti i quadri con origine “tecnica” e quando ne conoscevi qualcuno era del tutto omologato alla cultura dominante. Un po’ meno nel sindacato dove per alcuni anni ho trovato delle risposte competenti. Ma passando gli anni anche nel sindacato: “me la buttavano in politica”. E siccome nella mia esperienza (così come quella di numerosi altri compagni) non mi accontentavo di avere come risultato della contrattazione il solo “uomo in più”, ma ho sempre teso ad avere delle motivazioni razionali, diciamo “scientifiche” per l’uomo in più, in maniera tale che le conquiste non fossero solo legate ai soli rapporti di forza, ho sempre avuto l’ansia di capire e conoscere i modelli e i piani del mio avversario per potermene riappropriare. A mio modo di vedere la stessa cosa accadde per decine di altri compagni.
· Siamo qui oramai dopo la gestione del partito di Minucci, dopo Iginio Ariemma, dopo Renzo Gianotti, siamo nell’era Fassino, nella seconda metà degli anni ’70.
· Quindi il compagno Vendola mi propone un partito che ho già conosciuto e che non mi ha dato le risposte che io cercavo. E questo da un bel po’! Riconosco in lui il meglio della tradizione del PCI, specie quella depurata da ogni presunzione leninista, però molto datata che andava bene negli anni ’50 e negli anni ’60 come appunto “pedagogia sociale”, ma del tutto impreparata a fare i conti con i moderni saperi e i moderni “intellettuali”: quelli che ne sanno dei modi di produzione, di consumo, ecc.
· Sul leninismo nessuna demonizzazione, sia chiaro, però si può dire che fu una impostazione del partito politico (non solo comunista) che andava bene in una epoca contraddistinta da masse enormi di persone e di proletariato nella quasi totalità non solo impreparato ma sostanzialmente analfabeta, in epoche di “ferro e di fuoco”, che avevano bisogno di una “avanguardia consapevole” (e votata al sacrificio aggiungo io). Ma come si può ora pensare che la situazione sia ancora quella. Non è in fondo leggere la storia come immutata, quasi che un secolo di lotte non abbia cambiato alcunché nella condizione degli sfruttati.
· Dove e con chi il sottoscritto ha trovato le risposte cui andava in cerca? Le ho trovate con un intellettuale comunista di nome Ivar Oddone (oggi ha 86 anni ed è di una lucidità impressionante), medico, ha insegnato per lunghi anni Psicologia del Lavoro all’Università di Torino, con il quale abbiamo fatto 2 corsi delle 150 ore su Psicologia del Lavoro il quale nei primi anni ’70 quando gli ho chiesto cos’era il “133 di rendimento” mi ha dato delle risposte competenti derivate dagli studi della medicina del lavoro (sono gli studi sul metabolismo basale). E quando neanche lui sapeva, o si documentava o mi indicava dei testi di carattere tecnico-scientifico su cui documentarmi. Ovvero sempre in quegli anni ho appreso nei corsi 150 ore a Medicina del Lavoro la differenza tra la ghisa grigia e quella sferoidale (che fu una rivoluzione apportata nel modo di produrre l’auto), la differenza tra la vernice ad acqua e quella alla nitro, il processo che porta alla verniciatura pastello e quello che porta alla verniciatura metallizzata, e un eccetera lunghissimo. Tutte risposte che non trovavo più né nel partito né nel sindacato. È vero che un partito non può essere una sorta di enciclopedia universale di tutti gli aspetti concreti del vivere delle persone, ma neanche una sorta di club di opinionisti! (così come mi pare si sia trasformata l’attuale sinistra sia radicale che riformista).
· Da quando (un po’ provocatoriamente lo ammetto) davanti alle porte della Mirafiori, ai giovani radicali di allora chiedevo: “ma secondo te da quanti pezzi è composta la 127? E come bisogna montarli per far si che ne venga fuori un’auto invece che un triciclo?” al che vedevo disegnarsi sul loro volto una crassa ignoranza. Da quei giorni e dagli insegnamenti che continuavano a farmi compagni come Longo, Surdo, Pace, Pugno ho imparato il valore della competenze su quello delle opinioni. Ovvero come mi diceva sempre Ivar Oddone la differenza di stare sul tema (che può essere svolto all’infinito) al problema che ha sempre bisogno di una soluzione.
· Ma è su un’altra dimensione su cui vedo il compagno Vendola anche lui molto appassionato, innamorato quasi, che mi vede al lato opposto: l’elemento più dannoso per l’attuale sinistra è dato da tutti coloro che amano continuamente il “mettere il lievito sulla merda”. Così Pugno una volta (era il 1970) mi aveva interrotto durante una delle mie solite tirate su come stavano male i lavoratori: “co’ ti Marchett” e proseguì tutto in torinese, “anche tu Marchetto ti diverti a mettere il lievito sulla merda, quasi che i “ruscun” abbiano bisogno di sentire da te quanto male stanno loro… ma va a caghè”. Aveva ragione lui.
· Nella socializzazione delle scoperte scientifiche di gramsciana memoria vi è appunto la socializzazione degli esempi positivi che devono essere appunto socializzati per farli diventare come diceva Gramsci: “un nuovo ordine morale”. Da Bertinotti a Giordano passando per Ferrero e a tutti gli attuali dirigenti della sinistra sia radicale che riformista c’è una autentica passione per parlare sempre delle disgrazie del proletariato. Il quale alla fine si è proprio stufato e ci ha lasciato sul pavè. Dalla mia esperienza di operaio alla FIAT che cosa ne ho tratto: che se non c’era una officina che partiva rappresentando per questa via un esempio positivo da imitare col fischio che ci sarebbe stato un movimento così tumultuoso che in poche settimane e mesi si allargò a macchia d’olio per tutta la Mirafiori, per tutta la FIAT, per tutte le fabbriche, ecc.
· Sempre il compagno Ivar Oddone una volta mi disse: “vedi Marchetto, il baco della sinistra (era il 1972!) è quello che quando fa delle ricerche, delle inchieste studia sempre la “normalità” = la sginga, mentre dovrebbe fare ricerche, inchieste sulla “devianza” (a carattere positivo)”.
· Ma in fondo, non è un dato caratteristico dell’esperienza umana (fin dai suoi primordi) questo percorso e questo processo. Quand’è che la sinistra (a cominciare dai suoi dirigenti, compreso Nicki Vendola) ne apprenderà la lezione?
· Per ultimo. Io mi raffiguro un movimento, una “società di liberi e uguali”, alla quale possano aderire tutti coloro i quali si identificano in quelle tre parole (compresi quelli come me che si considerano ancora comunisti – alla mia maniera ovviamente), con l’obiettivo di costruire una società con molta autogestione (per favorire la crescita della responsabilità non solo collettiva ma individuale) e la forma di un partito-movimento dove nei gruppi dirigenti si pratichi la “validazione consensuale”, dove la presenza nei gruppi dirigenti sia a rotazione sulla base di poche opinioni e molte competenze. In pratica rifare il matrimonio tra Esperienza e Scienza.

fin de parti

un samizbar beckettiano? (o forse solo un samizbar ferragostano) di VITTORIO RIESER

"no Marxism, no party" (o "no Maoism no party"? - la lezione è incerta)
(GEORGE CLOONEY?)

1. die Zerstoerung der Partei

(NB. - non è solo un "calembour lukacsiano" - nella distruzione del partito si è anche distrutta la sua "Vernunft", cioè la logica razionale che ne stava a fondamento).

C'era in Italia un partito "operaio" di massa (uso qui il termine "operaio" per brevità, per indicare il riferimento alle masse lavoratrici più in generale), il Pci. C'è poi stato un suo "sottoprodotto", però non puramente "residuale" (nel senso che non era una pura raccolta di "residui" del PCI), e cioè Rifondazione Comunista. Oggi, non ci sono più nè uno nè l'altro, e non c'è niente al loro posto.

Sia chiaro, queste osservazioni non sono mosse da nostalgie conservatrici.
Il PCI era reso per certi versi "obsoleto", anzitutto dai mutamenti nella società capitalistica, e (secondariamente e indirettamente) dal crollo del sistema del socialismo reale, che costituiva pur sempre (anche solo in termini simbolici), un riferimento dell'adesione al partito. Rifondazione, pur non essendo un puro residuo, poteva solo essere un elemento transitorio verso un approdo nuovo.

L'ipotesi-guida di queste osservazioni è un'altra. Un partito "operaio" di massa deve applicare la "linea di massa" ("dalle masse alle masse"- ricordate?) anche al suo interno, anche - e soprattutto - quando le condizioni oggettive impongono una sua (talvolta radicale) trasformazione. Questa deve realizzarsi attraverso un processo di "lotta-critica-trasformazione" (anche qui: ricordate?), che può anche essere molto duro e comportare la "perdita di pezzi" - ma anche aprire la possibilità di conquistare "pezzi nuovi".

Questo è un punto teorico, e non solo una questione di tattica spicciola (tipo "stiamo attenti a non disorientare la base"). Infatti, il partito di massa, là dov'è praticabile - ed è il caso delle democrazie capitalistiche avanzate) ha senso in quanto rappresenti (sia pure in modo imperfetto) uno "spaccato" del settore di masse (del "blocco sociale") a cui la strategia del partito fa riferimento. Applicare all'interno del partito la "linea di massa" significa allora - per così dire - fare del partito un "laboratorio" in cui si sperimenta la linea che verrà poi applicata a livello di massa in generale.

Nè il PCI nè Rifondazione hanno applicato, nei loro - spesso rapidi e radicali - processi di trasformazione, una linea di massa. Gli obiettivi/esiti della trasformazione sono stati "importati dall'esterno", dalla cultura delle classi dominanti, o comunque determinati da "fattori esogeni" (il crollo del muro!) - nel caso del PCI. Nel caso di Rifondazione, non c'è stata l'"importazione" di modelli borghesi, ma le logiche del cambiamento sono state largamente guidate dall'evoluzione ideologica del suo massimo dirigente - il che le ha rese ancora più incapaci di innescare una "linea di massa" nel rapporto con la base del partito.

Nelle note che seguono, proverò ad analizzare sommariamente alcuni aspetti di questi processi - nell'uno e nell'altro dei due partiti. Non si tratterà, ovviamente, di un'analisi complessiva dei loro contenuti (ci vorrebbe ben altro che un samizbar!). Ci si limiterà ad analizzare come e perchè questi obiettivi di cambiamento non si siano innestati su una "linea di massa" all'interno del partito, e come questo abbia portato ad esiti negativi, anche dal punto di vista degli stessi obiettivi che ci si era prefissi.

2. dal PCI al PD (ovvero: dall'essere al nulla?)

Ripercorriamo alcune tappe salienti del processo:

BERLINGUER

B. ha probabilmente avvertito per primo, o più profondamente di altri, l'esigenza di trasformazione del partito. Come nel caso (che poi esaminerò) di Rifondazione, gli impulsi partivano dai ripensamenti (quasi solitari) del leader. Alcuni di questi, però, si collegavano a mutamenti in atto nella "coscienza di base". Lo "strappo" con l'URSS (nei termini molto misurati in cui lo formulava Berlinguer - era probabilmente maturo nella coscienza di buona parte dei militanti (non certo di tutti!). La parallela, orgogliosa rivendicazione di una "diversità del PCI", che si collegava da un lato alla "questione morale", dall'altro a ipotesi di "via europea al socialismo" (ricordate la - pur fugace - formula dell'"euro-comunismo"?) delineavano una trasformazione del partito attorno alla quale era possibile avviare una feconda dialettica con la sua base.

B. però era abbastanza solo, anche nel gruppo dirigente. Da un lato, c'erano resistenze conservatrici (di cui Cossutta era il più limpido esponente), dall'altro, in buona parte dei dirigenti più giovani, il processo veniva "interpretato" nei modi che emergeranno esplicitamente tempo dopo (cfr su questo "i dolori del giovane Walter"). B. sopperiva in parte a questo con un rapporto carismatico con la base, surrogato efficace ma molto fragile di una "linea di massa" nel partito.
Ma, dopo la sua morte, i nodi sono venuti al pettine.

OCCHETTO e seguenti

O. estremizza il metodo "dispotico-illuminato" dell'introduzione dei cambiamenti. Qui, il cambiamento non risponde a esigenze maturate (sia pure incompiutamente) nella base, e viene imposto con un uso spregiudicato proprio degli elementi residui di cultura "autoritario-stalinista" (si vedano i congressi di Modena, dove i compagni, dopo essersi scagliati contro l'ipotesi di cambiamento del partito, concludevano però dicendo "io voto per il Segretario").

Probabilmente, l'ipotesi di O. non era del tutto "di destra" (al di là delle dichiarazioni con cui la "veste di sinistra" oggi, col senno di poi...), ma hanno innescato il processo in cui le idee egemoni sono state quelle da tempo latenti in parte del gruppo dirigente del PCI, e che sono emerse con chiarezza nei passaggi successivi, per concludersi nell'approdo al Partito Democratico.

Nei passaggi da PCI a PDS a DS, si sono non solo "persi dei pezzi" della base (il che può essere inevitabile in un processo di trasformazione radicale), ma si è progressivamente dissolto il tipo di rapporto con la "base superstite" e il modo di funzionamento del partito che su esso si basava.

La fase che porta, infine, al Partito Democratico esplicita e sistematizza gli elementi già operanti nelle tappe precedenti. Si assume la visione della società delle classi dominanti, cioè - più specifi-
camente - l'interpretazione che esse danno del "superamento della fase fordista" con ciò liquidando anche il patrimonio politico-culturale socialdemocratico). Ricordiamo, "per etichette", i capisaldi di questa "nuova cultura" del partito:
- la flessibilità del lavoro (con superficiali riferimenti correttivi alla flexsecutiry");
- le privatizzazioni: fine dell'intervento pubblico in economia e riscoperta della "libera concorrenza";
- una nuova filosofia del bilancio statale e un conseguente ridimensionamento del Welfare State;
- una visione del partito come meccanismo istituzionale-elettorale di ricerca del consenso, guidata da quello che potremmo chiamare "il mito del centro".

A questo punto, non è più chiara la discriminante tra la "cultura del partito" e quella delle forze a cui esso dovrebbe opporsi (e infatti...). In questo contesto, la "cultura del partito" si ritrova incapace di sostenere anche alcuni tradizionali terreni di "lotta democratica": si vedano le questioni della laicità, dell'immigrazione, della sicurezza.

E' chiaro che questa non può essere la cultura che innesca un rapporto dialettico, di lotta-critica-trasformazione, col patrimonio culturale del PCI (e più in generale del movimento operaio italiano). E', se mai, la cultura che può guidare (con quanta efficacia è tutto da vedere) una "trasformazione genetica", non solo dell'ex-PCI ma della sua concezione del partito di massa.
I risultati elettorali, e le vicende interne del PD, possono far dubitare anche di questa "efficacia"...

3. ascesa e caduta del partito di Rifondazione ovvero: la dannazione di Fausto (mi scuso dell'auto-citazione, ma non mi veniva altro...)

La situazione di partenza di Rifondazione:

- una fetta consistente ereditata dal PCI, con elementi di contraddizione interna, tra la parte (Cossutta) che seguiva una tradizionale linea moderata "togliattiana" e una parte fortemente caratterizzata a sinistra;
- Democrazia Proletaria ed altri frammenti dell'estrema sinistra.

L'ipotesi di partenza era però quella di un "movimento per la rifondazione comunista" (Garavini, anche su suggerimento di Pugno): un'ipotesi "aperta", che poteva innescare un processo di lotta-critica-trasformazione, attraverso il quale omogeneizzare le diverse "anime" di Rifondazione e - insieme - aprire Rifondazione a nuove forze.

Questa situazione "aperta" dura poco. L'estromissione di Garavini e la formazione di un "asse Cossutta-Bertinotti" cristallizza Rifondazione in partito e blocca temporaneamente i processi di cambiamento. Con la rottura con Cossutta, conseguente alla decisione di togliere l'appog-
gio al governo Prodi, Rifondazione passa sotto la monarchia faustiana. Di qui hanno inizio una serie di "svolte", che delineano un processo di trasformazione del partito deciso dall'alto, e sempre più indifferente a un rapporto organico (anche se dialettico) con la base.

Sulle tappe di questo processo mi sono già soffermato in altri samizbar; qui vorrei soffermarmi su due punti particolarmente decisivi, perchè sono centrali nell'esperienza e nel "senso comune" delle masse (e quindi anche della base del partito): la questione del governo e la questione del sindacato.

a) la questione del governo

L'appoggio al primo governo Prodi rifletteva probabilmente un compromesso tra un'impostazione di Cossutta, che seguiva grosso modo i criteri del vecchio PCI, e quella di Bertinotti, che ben presto "trovò stretto" il vincolo dell'appoggio al governo, e lo ruppe "a freddo", cioè non su un preciso punto di scontro. Con ciò Rifondazione perse molti consensi - ben al di là di quelli "ricuperati" dall'improvvisato partito di Cossutta.

Più complicato è il rapporto col secondo governo Prodi. A questo Rifondazione arriva dopo una fase "movimentista", in cui - al suo interno - si è dato largo spazio a spinte estremiste contro ogni ipotesi di governo di centro-sinistra e contro la linea della CGIL. Rifondazione sceglie - anche dopo che il risultato elettorale ha mostrato la precarietà della maggioranza di centro-sinistra e la sua ricattabilità da parte delle sue frange più di destra - di entrare non solo nella maggio-
ranza ma nel governo; per di più, indebolisce la sua presenza nel governo attraverso lo"scambio" con la presidenza della Camera per Fausto (il quale mostrerà in tutto il periodo un "distacco aristocratico" verso le prosaiche vicende del governo).

In questo quadro, la tattica di Rifondazione verso il governo finisce per essere abbastanza schizofrenica (e in ultima analisi suicida). Da un lato, essa conduce - attraverso il suo unico ministro e attraverso momenti di mobilitazione di massa - una giusta battaglia contro i "vincoli moderati" a cui il governo è soggetto. Dall'altro, essa denigra sistematicamente l'operato di Prodi (e, implicitamente, il proprio ruolo nel governo), atteggiamento che si accentuerà proprio nella campagna elettorale: (pensate come invece si sarebbe comportato il vecchio PCI: che, finchè
decideva di mantenere l'appoggio al governo, avrebbe valorizzato ogni sua pur minima decisione positiva, sottolineando come questa fosse stata possibile solo grazie al proprio ruolo di stimolo e pressione). Il risultato è che, alle elezioni, Rifondazione perde "da ambedue i lati":
il malcontento verso l'inadeguata azione di governo spinge una parte verso l'astensione, mentre chi ritiene tuttora indispensabile tentare un governo di centro-sinistra sceglie il "voto utile" (!) al PD.

b) la questione del sindacato

I primi due segretari di Rifondazione sono stati due eminenti dirigenti della CGIL, su posizioni di sinistra. Questo non ha impedito che, sotto la direzione del secondo dei due, la linea sindacale di Rifondazione sia stata assai incerta e oscillante (forse riflettendo in questo le caratte-
ristiche, più ideologiche che concrete, della "battaglia di sinistra" data a suo tempo dal suo leader nella CGIL). C'è stato, fin dall'origine, un dualismo non risolto tra adesione alla
CGIL e adesione alle varie forme di "sindacati autonomi di base". Questa "apertura" verso i sindacati di base aveva le sue ragioni; il fatto è che non era chiaro il criterio discriminante, l'individuazione della contraddizione in riferimento alla quale fare la scelta. L'effetto è
stato, al tempo stesso, paralizzante e "deregolatore": da un lato, i circoli di luogo di lavoro - che dovevano essere un elemento qualificante del "nuovo partito" - erano paralizzati dalla pluralità di appartenenze sindacali; dall'altro, la pluralità di appartenenza sindacale si è estesa a CISL, UIL e financo alla CISAL (e spesso nelle categorie dove quest'appartenenza era particolarmente equivoca).

Ma il nodo non risolto più grave riguarda la CGIL, e si è visto a più riprese. Quando Cofferati ("la storia è stata con lui generosa: dice di rispettarne la memoria" - per parafrasare Fortini su Alicata) scelse una posizione autonoma della CGIL rispetto agli altri sindacati, la posizione iniziale di Rifondazione fu di minimizzarla/denigrarla (ricordate "lo sciopericchio?"). Ma lo stesso rischia di accadere adesso, in una fase in cui la CGIL sembra comunque essere il riferimento poli-
tico principale di Rifondazione e le illusioni sui "sindacati di base" sembrano essersi attenuate. Prendiamo l'atteggiamento verso il "documento unitario" sull'assetto contrattuale. Il problema principale non sono i suoi contenuti (largamente accettabili: sono più avanzati dell'
accordo del 23/7/93), ma sono altri due: il fatto che solo una forte iniziativa di lotta può imporlo alle controparti, e il fatto che CISL e UIL sono del tutto inaffidabili nel sostenerlo fino in fondo. In questa situazione, è puramente accademico sostenere "critiche da sinistra" a quel documento. In sostanza, oggi il problema centrale è la prospettiva di isolamento di una CGIL che sostiene posizioni "dignitose" e che però è incapace di attivare iniziative di lotta capaci di realiz-
zarle e di rispondere agli stessi tentativi di isolarla.

In sostanza, in questo caso (come più indirettamente sulla questione del governo) è mancata a Rifondazione la capacità di individuare le "contraddizioni principali" e di costruire a partire da queste la sua tattica.

E questo rinvia a un tema più di fondo: l'analisi di classe e la capacità di farne il fondamento di una costruzione della linea politica. Diversamente da PDS-DS-PD, Rifondazione non ha assunto l'analisi proposta dall'avversario di classe. Ha, in modi magari inadeguati ma ragionevoli, tentato di aggiornare l'analisi di classe propria di una ampia sinistra del movimento operaio italiano, in particolare ponendo al centro il nuovo problema della precarietà/flessibilità. Il fatto è che quest'analisi non ha operato praticamente come guida nelle scelte politiche di Rifondazione. Le sue varie "svolte", le sue scelte sul governo e sul sindacato, sono state largamente determinate
da altri fattori. Nella stessa scelta (giusta) di "apertura ai movimenti", il riferimento era più ad aspetti ideali e simbolici che al rapporto tra questi movimenti e la struttura di classe.

Il risultato è stato che tra "l'esperienza di classe" dei suoi militanti e la linea politica che veniva loro proposta è sempre più mancato un rapporto - con un effetto di dispersione (anzichè di orientamento e potenziamento) delle esperienze immediate e spontanee di lotta vissute dalla base, e con un effetto di crescente distacco tra la base e il partito.

E' in questo quadro che matura la "sorprendente" sconfitta elettorale. Come ha reagito Rifondazione? Sia pure per accenni, proveremo a parlarne nel prossimo paragrafo.


4. epilogo?

E' possibile che il "partito operaio di massa", quale l'abbiamo conosciuto nell'esperienza del PCI e (parzialmente) di Rifondazione, sia una forma ormai superata di organizzazione politica. Il PD ha assunto questa ipotesi, approdando però a una forma di partito ancora più vecchia, mutuata dalla storia dei partiti borghesi: un partito che è un insieme di lobbies di varia estrazione e radici (isti-
tuzionali, burocratiche, economiche) - di cui al momento si mostra, tra l'altro, incapace di una sintesi sufficientemente operativa.

Rifondazione, almeno per ora, non ha buttato a mare l'ipotesi di un "partito operaio di massa". Tra l'altro, la "convergenza formale" di tutte le mozioni sul fatto che "bisogna ripartire da Rifondazione" - al di là degli aspetti di tatticismo - dovrebbe significare proprio questo: che si cerca di costruire, in forme nuove, un partito di questo genere.

Anche per questo (oltre che per "motivi di appartenenza") dedicherò a Rifondazione queste righe conclusive.

Se questa è l'ipotesi di lavoro (come partire da una realtà, sia pure imperfetta, di "partito operaio di massa", per trasformarla in modo da adeguarla alle nuove condizioni della lotta di classe e della lotta politica), il primo passo da compiere sarebbe stato un bilancio critico dell'esperienza di Rifondazione, da fare già da tempo e comunque imprescindibile dopo la sconfitta elettorale. Un bilancio da fare unitariamente, per costruire a partire da esso le eventuali diverse posizioni. (E' possibile che, in ultima analisi, fosse questo lo spirito della "mozione De Cesaris"). Questo non è stato fatto, e si sono ripresentate (estremizzandole) ipotesi elaborate a priori: "a priori" sia cronologicamente (cioè già prima della sconfitta elettorale), sia - soprattutto - "metodologica-
mente", cioè prescindendo da un bilancio dell'esperienza di Rifondazione.

La mozione 2 ha ripresentato "l'ipotesi arcobaleno", senza riflettere adeguatamente sul perchè ha fallito nelle elezioni, e - soprattutto - senza riflettere su quale processo di trasformazione del partito essa implica e con quali sbocchi nuovi (e su come questi sbocchi si differenziano dalla "forma partito" proposta dal PD).

Più complesso è il discorso sulla mozione 1. Paolo Ferrero ha delineato, alla vigilia del congresso, un'ipotesi di ricostruzione/trasformazione del partito (di 2rifondazione di Rifondazione") e di costruzione graduale di una nuova formazione politica attraverso un rapporto con i movimenti (oltre che con gli altri "spezzoni" della Sinistra Arcobaleno), che secondo me era largamente condivisibile (così come lo era, a suo tempo, la sua illustrazione del rapporto tra Rifondazione e il governo Prodi). Ma questa impostazione avrebbe dato frutti se fosse stata praticata prima" (due-tre anni prima), cosa che non è avvenuta perchè il leader del partito aveva ben altre cose per la testa. Dopo la sconfitta elettorale e col congresso, essa si è calata in meccanismi che finiscono per determinarla, "schiacciandola" su una pura logica di conservazione del partito. Non a caso, ha prevalso grazie all'alleanza con mozioni che non hanno certo lo spirito innovatore di
Paolo Ferrero.

Di qui, il rischio che si arrivi inevitabilmente all'uno o all'altro di due sbocchi, ambedue irrimediabilmente "minoritari":

- una "nuova DP", più ricca di spunti di elaborazione anche innovatori ma esposta a una "deriva estremista";
- la cosiddetta "unità dei comunisti", sbocco forse più duttile tatticamente ma più chiuso e sterile in termini di elaborazione politica.

In ambedue i casi, l'ipotesi di costruire "qualcosa di nuovo" che si innesti (senza sprecarlo anche se "superandolo") sul ricco patrimonio di esperienze, di idee, di persone, formatosi lungo il percorso che parte dal PCI, sembra tramontata. Quale percorso alternativo sia possibile per costruire una nuova forza politica di classe, è un tema che esula da queste note (e, probabil-
mente, dalla life chance di chi le scrive).