mercoledì 1 ottobre 2008

I comunisti e il loro partito, ovvero: tra il dire e il fare

di Gianni Marchetto – 8 Aprile 2008 Premessa · Di questi tempi sono abbastanza incazzato per tutto ciò che si va menando sulle supposte capacità “del fare del Berlusca”. Dalle mie parti si dice che uno del genere è un “affarista”. · E non c’è nessuno nella sinistra che dica che la capacità di fare è sempre stata una prerogativa della sinistra e in particolar modo dei comunisti (quelli del PCI). E devo riconoscere che anche nel mondo cattolico (un po’ meno nelle fila della DC) ci fu un analogo processo. · È stata questa una coscienza e consapevolezza dei gruppi dirigenti della sinistra (e del PCI)? No! Anzi man mano che procedevano gli anni, questa consapevolezza di essere a capo di un vero esercito di persone con esperienze e competenze è scemata, fino a incarnarsi nella capacità di fare di Fassino (il poverino). Una storia degli uomini · Nella mia gioventù, al paese, ho conosciuto la differenza tra i comunisti e i socialisti: gli uni, i comunisti, con un’ansia di riscatto fenomenale, persone di origini umilissime (braccianti) con una scarsissima scolarità, che alla sera andavano in Lega per imparare a leggere, scrivere e far di conto – gli altri, i socialisti, molto simpatici – che però erano sempre al bar a litigare con i democristiani e molte volte tra di loro. · Siccome per anni avevo visto che la Festa dell’Unità si faceva sempre prima di quella dell’Avanti (sempre nello stesso luogo), ad un certo punto ne avevo chiesto spiegazione ad un compagno, il quale così mi aveva risposto: “e beh, sai com’è, i socialisti hanno tutti “un braccio più corto” (stava per non aver voglia di lavorare), per cui loro la loro festa la fanno sempre dopo di noi perché così non devono “piantare i pali” (perché così si montavano i vari stand della festa), al massimo devono mettere gli striscioni e i manifesti del loro partito, e poi alla fine siamo noi comunisti che smontiamo il tutto”. La capacità di fare · Quella di costruire una Lega di braccianti, fatta da un bracciante! · Quella di rappresentare i propri elettori in un consiglio comunale – fatta da un calzolaio, da un bracciante, da un operaio; · O quella di diventare assessore a fare cose per le quali non c’era nessuna preparazione per cui di nuovo a scuola; · O quella di far scrivere un piccolo gruppo di operai per un bollettino periodico di fabbrica, di quartiere, di comune (sono a Torino); · Quella di essere il capo cellula di una fabbrica o di un caseggiato; · Quella di essere un segretario di sezione di una fabbrica o di un quartiere, per non dire di essere il responsabile amministrativo; · Quella di organizzare la diffusione dell’Unità; · Quella di organizzare una campagna elettorale: trovare i candidati, gli scrutatori, i rappresentanti di lista – di garantire l’attacchinaggio dei manifesti, la convocazione dei comizi, la distribuzione dei volantini, e un eccetera molto lungo; · Per non dire quella di organizzare le tanto vituperate Feste dell’Unità; · E questo in tutti i comuni d’Italia; · O quella di promuovere, organizzare la Cooperativa: di consumo, di produzione, edilizia, ecc. · O ancora quella di garantire la presenza del sindacato nella fabbrica, nel quartiere, nel comune e quindi di prendere la parola in assemblea, in pubblico, di contrattare con tutta una serie di figure tecnico-specialistiche di cose di produzione, e quindi di scontare delle “figure di merda” nei confronti di queste, – quindi quella di organizzare lo sciopero, il corteo, la manifestazione pubblica; · O quella di organizzare la serata culturale, con la proiezione del film, del dibattito con il regista, o con l’intellettuale famoso; · O quella di costruire la Casa del popolo, con tutte le relative iniziative di sostegno; · Attraverso un percorso anche faticoso di sperimentazione e di imitazione delle esperienze positive di altri; · Il PCI fu sul serio un grande crogiolo di intraprendenza, di “imprenditori sociali”, mossi unicamente da una grande passione politica e da un totale altruismo – e anche se dall’URSS arrivavano pacchi e pacchi di rubli, la totalità dei suoi militanti hanno dato tutto di sé e in maniera del tutto disinteressata, senza un quattrino in cambio. · Man mano che passano gli anni il gruppo dirigente diventa sempre più supponente e perde memoria di “se stesso”, del percorso molecolare, intenso che ha portato migliaia di persone, militanti sconosciuti, a percorrere di queste strade. Oggi che rimane · A me pare che oggi non rimane niente di questa storia. È passata la peronospora e la filossera in questi vigneti: non cresce più ne uva buona, né si fa più del vino buono. · Quando è che questo movimento entra in crisi: io ritengo che entra in crisi nella seconda metà degli anni ’70 perché fanno “divorzio” la scienza con l’esperienza. Mi spiego: per tutto un periodo molto lungo il matrimonio tra esperienza e scienza funzionò a meraviglia in quasi tutti i partiti di massa a cominciare dal PCI, ma anche nel PSI e nella stessa DC. Di che cosa si trattava: di un processo di “educazione permanente” (alla democrazia e alla partecipazione) di masse enormi di persone che nel ventennio fascista ne erano state private. · Nella DC a partire dalla educazione alla democrazia di ceti che nel ventennio furono la base di massa del fascismo: il ceto piccolo-borghese delle professioni, del mondo contadino, del ceto medio urbano impiegato nella Pubblica Amministrazione. Fino alla fine degli anni ’50 il matrimonio funzionò, evidentemente in relazione alle idee egemoni della DC: la dottrina sociale della Chiesa cattolica. · Così come nel PSI, si può affermare che nella vita piuttosto turbolenta di quel partito il matrimonio funzionò fino alla fine degli anni ’60. · Nel PCI ho visto il matrimonio funzionare alla meraviglia su di me fino alla prima metà degli anni ’70 per poi raffreddarsi con la seconda metà degli anni ’70. Che cosa era successo: era successo che prima della mia esperienza come Delegato sindacale, andavo in federazione al partito e lì incontravo A. Minucci che con mirabile pazienza mi ascoltava e tra tante sciocchezze ponevo pure delle domande di interpretazione della realtà che mi circondava al che con la dovuta pazienza di un intellettuale, Minucci mi restituiva una interpretazione razionale di tutto il casino che gli raccontavo. · Quando però a partire dalla mia esperienza di Delegato sindacale a contatto con tutta una serie di tecnici e di saperi (dal medico di fabbrica, al tecnologo, al sociologo, al capo del personale, ecc.) con i quali facevo abbondantemente delle “figure di merda”, riportavo al partito le questioni con le quali ero in sofferenza: “me la buttavano in politica”. Il partito era stato una fucina di quadri però quasi tutti di origine umanistica, quasi assenti i quadri con origine “tecnica” e quando ne conoscevi qualcuno era del tutto omogeneo alla cultura dominante. Un po’ meno nel sindacato dove per alcuni anni ho trovato delle risposte competenti. Ma passando gli anni anche nel sindacato: “me la buttavano in politica”. A mio modo di vedere la stessa cosa accadde per decine di altri compagni. · Forse quello che è rimasto (in termini del tutto striminziti) è una capacità organizzativa che si manifesta in occasione delle Feste o della campagne elettorali. · Prevalgono le opinioni sulle competenze. Nei fatti si è diventati “tutti socialisti”: tutti opinionisti. Si sa di tutto un po’ e quasi niente su tutto. · Siamo diventati tutti dei “caproni”, e i caproni devono perdere. Non perché i nostri avversari non siano dei caproni, anzi lo sono molto di più di noi, ma loro maneggiano il grano con il quale assoldano le competenze.

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