di Gianni Marchetto – Domenica 25 Maggio 2008
· Sono rimasto favorevolmente colpito dalla preparazione culturale del compagno Vendola, specie nella prima parte del suo ragionare all’assemblea del PRC Venerdì 23 maggio alla GAM di Torino, ai suoi riferimenti continui a Gramsci, al fatto che in lui non ho scorto la presunzione tutta leninista di avere già le soluzioni per le mani e quindi di avere solo bisogno di un gruppo di compagni ben addestrati ad andare a predicare il verbo tra il colto e l’inclita.
· Epperò proprio i suoi riferimenti continui a Gramsci mi hanno dato la sua cifra: il compagno Vendola è sostanzialmente di formazione umanista. Non che questo sia una colpa evidentemente, ma lo è un limite molto grosso. Infatti Gramsci lo si può leggere come un pensatore di origine umanista (e lo era, e la disposizione che Togliatti fece dei suoi Quaderni dal Carcere obbedisce a tale interpretazione) così come un pensatore di altra origine, vedi le bellissime pagine su “Americanismo e fordismo”, vedi la bellissima frase: “fare rivoluzione è intanto socializzare le scoperte scientifiche” o quando dice, riflettendo sulla formazione dell’uomo, che “l’uomo non può non sapere”, quindi un pensatore marxista che non rifugge dalla dimensione individuale, dal carattere della formazione personale e quindi dalla particolare responsabilità delle nostre azioni individuali. Non sfugge a nessuno la differenza tra questa impostazione e quella classica dei vari altri marxismi tutti bacati da una sorta di Pavlovismo: gli umani sarebbero come i cani con cui Pavlov ha condotto i suoi esperimenti fino a formulare la sua “Teoria sui riflessi condizionati”. E no, dice Gramsci, per gli umani vale certo il riflesso condizionato (lo stimolo-risposta), ma anche il suo libero arbitrio.
· Questa storia del libero arbitrio la si può declinare diversamente: in chi addestra e in chi redime. Negli anni ’30 negli USA nacque una sorta di pensiero (padronale) che diceva che gli operai erano dei gorilla da addestrare per la produzione, per contro Ivar Oddone nei primi anni ’70 mi disse così che per gran parte della sinistra italiana gli operai non erano dei gorilla da addestrare per la produzione ma bensì da redimere per la rivoluzione… (rivoluzione di chi? dei redentori, ovviamente)… e gli operai? sempre gorilla rimanevano!
· Quindi un Gramsci del tutto irrituale, il quale negli anni ’30, poco prima di morire, era affascinato dalla rivoluzione produttiva americana del Fordismo (e del Taylorismo) e non invece dai piani quinquennali sovietici, perché lui scorgeva una autentica rivoluzione in questo nuovo modo di produrre, che informava di sé anche il comportamento umano nei modi di consumare e di vivere per larghe masse di umani. Un Gramsci che non è stato minimamente accennato nel ragionare di Vendola.
· Nella mia vicenda di giovane operaio a Torino a contatto con il PCI, nella fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70, io che ero sostanzialmente parte del gruppo molto numeroso di compagni “socialconfusi”, venni a confrontare la mia esperienza di operaio con un intellettuale a nome di Adalberto Minucci che appunto aveva letto fino ad impararlo quasi a memoria (credo sia stato uno dei pochi intellettuali italiani ad averlo fatto) Americanismo e Fordismo e che appunto metteva a servizio la sua “scienza” nei confronti della esperienza di noi giovani operai. Facendo appunto quello che diceva Gramsci: “il primo compito di un intellettuale è quello di socializzare il sapere, le scoperte scientifiche”.
· Quando è che questo movimento entra in crisi: io ritengo che entra in crisi nella seconda metà degli anni ’70 perché fanno “divorzio” la scienza con l’esperienza. Mi spiego: per tutto un periodo molto lungo il matrimonio tra esperienza e scienza funzionò a meraviglia in quasi tutti i partiti di massa a cominciare dal PCI, ma anche nel PSI e nella stessa DC. Di che cosa si trattava: di un processo di “educazione permanente” (una sorta di pedagogia sociale alla democrazia e alla partecipazione) di masse enormi di persone che nel ventennio fascista ne erano state private.
· Nella DC (che ebbe il compito più gravoso) a partire dalla educazione alla democrazia di ceti che nel ventennio fascista furono la base di massa del fascismo: il ceto piccolo-borghese delle professioni, del mondo contadino, del ceto medio urbano impiegato nella Pubblica Amministrazione. Fino alla fine degli anni ’50 il matrimonio funzionò, evidentemente in relazione alle idee egemoni della DC: la dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
· Così come nel PSI, si può affermare che nella vita piuttosto turbolenta di quel partito il matrimonio funzionò fino alla fine degli anni ’60.
· Nel PCI ho visto il matrimonio funzionare alla meraviglia su di me fino alla prima metà degli anni ’70 per poi raffreddarsi nella seconda metà degli anni ’70. Che cosa era successo: era successo che prima della mia esperienza come Delegato sindacale, andavo in federazione al partito e lì incontravo appunto A. Minucci che con mirabile pazienza mi ascoltava e tra tante sciocchezze ponevo pure delle domande di interpretazione della realtà che mi circondava al che con la dovuta pazienza di un intellettuale, Minucci mi restituiva una interpretazione razionale di tutto il casino che gli raccontavo e mi offriva pure delle nuove categorie per interpretare la realtà che mi circondava.
· Quando però a partire dalla mia esperienza di Delegato sindacale a contatto con tutta una serie di tecnici e di saperi (dal medico di fabbrica, al tecnologo, al sociologo, al capo del personale, ecc.) con i quali, attraverso la contrattazione, facevo abbondantemente delle “figure di merda”, riportavo al partito le questioni con le quali ero in sofferenza: “me la buttavano in politica”. Il partito era stato una fucina di quadri però quasi tutti di origine umanistica, quasi assenti i quadri con origine “tecnica” e quando ne conoscevi qualcuno era del tutto omologato alla cultura dominante. Un po’ meno nel sindacato dove per alcuni anni ho trovato delle risposte competenti. Ma passando gli anni anche nel sindacato: “me la buttavano in politica”. E siccome nella mia esperienza (così come quella di numerosi altri compagni) non mi accontentavo di avere come risultato della contrattazione il solo “uomo in più”, ma ho sempre teso ad avere delle motivazioni razionali, diciamo “scientifiche” per l’uomo in più, in maniera tale che le conquiste non fossero solo legate ai soli rapporti di forza, ho sempre avuto l’ansia di capire e conoscere i modelli e i piani del mio avversario per potermene riappropriare. A mio modo di vedere la stessa cosa accadde per decine di altri compagni.
· Siamo qui oramai dopo la gestione del partito di Minucci, dopo Iginio Ariemma, dopo Renzo Gianotti, siamo nell’era Fassino, nella seconda metà degli anni ’70.
· Quindi il compagno Vendola mi propone un partito che ho già conosciuto e che non mi ha dato le risposte che io cercavo. E questo da un bel po’! Riconosco in lui il meglio della tradizione del PCI, specie quella depurata da ogni presunzione leninista, però molto datata che andava bene negli anni ’50 e negli anni ’60 come appunto “pedagogia sociale”, ma del tutto impreparata a fare i conti con i moderni saperi e i moderni “intellettuali”: quelli che ne sanno dei modi di produzione, di consumo, ecc.
· Sul leninismo nessuna demonizzazione, sia chiaro, però si può dire che fu una impostazione del partito politico (non solo comunista) che andava bene in una epoca contraddistinta da masse enormi di persone e di proletariato nella quasi totalità non solo impreparato ma sostanzialmente analfabeta, in epoche di “ferro e di fuoco”, che avevano bisogno di una “avanguardia consapevole” (e votata al sacrificio aggiungo io). Ma come si può ora pensare che la situazione sia ancora quella. Non è in fondo leggere la storia come immutata, quasi che un secolo di lotte non abbia cambiato alcunché nella condizione degli sfruttati.
· Dove e con chi il sottoscritto ha trovato le risposte cui andava in cerca? Le ho trovate con un intellettuale comunista di nome Ivar Oddone (oggi ha 86 anni ed è di una lucidità impressionante), medico, ha insegnato per lunghi anni Psicologia del Lavoro all’Università di Torino, con il quale abbiamo fatto 2 corsi delle 150 ore su Psicologia del Lavoro il quale nei primi anni ’70 quando gli ho chiesto cos’era il “133 di rendimento” mi ha dato delle risposte competenti derivate dagli studi della medicina del lavoro (sono gli studi sul metabolismo basale). E quando neanche lui sapeva, o si documentava o mi indicava dei testi di carattere tecnico-scientifico su cui documentarmi. Ovvero sempre in quegli anni ho appreso nei corsi 150 ore a Medicina del Lavoro la differenza tra la ghisa grigia e quella sferoidale (che fu una rivoluzione apportata nel modo di produrre l’auto), la differenza tra la vernice ad acqua e quella alla nitro, il processo che porta alla verniciatura pastello e quello che porta alla verniciatura metallizzata, e un eccetera lunghissimo. Tutte risposte che non trovavo più né nel partito né nel sindacato. È vero che un partito non può essere una sorta di enciclopedia universale di tutti gli aspetti concreti del vivere delle persone, ma neanche una sorta di club di opinionisti! (così come mi pare si sia trasformata l’attuale sinistra sia radicale che riformista).
· Da quando (un po’ provocatoriamente lo ammetto) davanti alle porte della Mirafiori, ai giovani radicali di allora chiedevo: “ma secondo te da quanti pezzi è composta la 127? E come bisogna montarli per far si che ne venga fuori un’auto invece che un triciclo?” al che vedevo disegnarsi sul loro volto una crassa ignoranza. Da quei giorni e dagli insegnamenti che continuavano a farmi compagni come Longo, Surdo, Pace, Pugno ho imparato il valore della competenze su quello delle opinioni. Ovvero come mi diceva sempre Ivar Oddone la differenza di stare sul tema (che può essere svolto all’infinito) al problema che ha sempre bisogno di una soluzione.
· Ma è su un’altra dimensione su cui vedo il compagno Vendola anche lui molto appassionato, innamorato quasi, che mi vede al lato opposto: l’elemento più dannoso per l’attuale sinistra è dato da tutti coloro che amano continuamente il “mettere il lievito sulla merda”. Così Pugno una volta (era il 1970) mi aveva interrotto durante una delle mie solite tirate su come stavano male i lavoratori: “co’ ti Marchett” e proseguì tutto in torinese, “anche tu Marchetto ti diverti a mettere il lievito sulla merda, quasi che i “ruscun” abbiano bisogno di sentire da te quanto male stanno loro… ma va a caghè”. Aveva ragione lui.
· Nella socializzazione delle scoperte scientifiche di gramsciana memoria vi è appunto la socializzazione degli esempi positivi che devono essere appunto socializzati per farli diventare come diceva Gramsci: “un nuovo ordine morale”. Da Bertinotti a Giordano passando per Ferrero e a tutti gli attuali dirigenti della sinistra sia radicale che riformista c’è una autentica passione per parlare sempre delle disgrazie del proletariato. Il quale alla fine si è proprio stufato e ci ha lasciato sul pavè. Dalla mia esperienza di operaio alla FIAT che cosa ne ho tratto: che se non c’era una officina che partiva rappresentando per questa via un esempio positivo da imitare col fischio che ci sarebbe stato un movimento così tumultuoso che in poche settimane e mesi si allargò a macchia d’olio per tutta la Mirafiori, per tutta la FIAT, per tutte le fabbriche, ecc.
· Sempre il compagno Ivar Oddone una volta mi disse: “vedi Marchetto, il baco della sinistra (era il 1972!) è quello che quando fa delle ricerche, delle inchieste studia sempre la “normalità” = la sginga, mentre dovrebbe fare ricerche, inchieste sulla “devianza” (a carattere positivo)”.
· Ma in fondo, non è un dato caratteristico dell’esperienza umana (fin dai suoi primordi) questo percorso e questo processo. Quand’è che la sinistra (a cominciare dai suoi dirigenti, compreso Nicki Vendola) ne apprenderà la lezione?
· Per ultimo. Io mi raffiguro un movimento, una “società di liberi e uguali”, alla quale possano aderire tutti coloro i quali si identificano in quelle tre parole (compresi quelli come me che si considerano ancora comunisti – alla mia maniera ovviamente), con l’obiettivo di costruire una società con molta autogestione (per favorire la crescita della responsabilità non solo collettiva ma individuale) e la forma di un partito-movimento dove nei gruppi dirigenti si pratichi la “validazione consensuale”, dove la presenza nei gruppi dirigenti sia a rotazione sulla base di poche opinioni e molte competenze. In pratica rifare il matrimonio tra Esperienza e Scienza.
mercoledì 1 ottobre 2008
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