un samizbar beckettiano? (o forse solo un samizbar ferragostano) di VITTORIO RIESER
"no Marxism, no party" (o "no Maoism no party"? - la lezione è incerta)
(GEORGE CLOONEY?)
1. die Zerstoerung der Partei
(NB. - non è solo un "calembour lukacsiano" - nella distruzione del partito si è anche distrutta la sua "Vernunft", cioè la logica razionale che ne stava a fondamento).
C'era in Italia un partito "operaio" di massa (uso qui il termine "operaio" per brevità, per indicare il riferimento alle masse lavoratrici più in generale), il Pci. C'è poi stato un suo "sottoprodotto", però non puramente "residuale" (nel senso che non era una pura raccolta di "residui" del PCI), e cioè Rifondazione Comunista. Oggi, non ci sono più nè uno nè l'altro, e non c'è niente al loro posto.
Sia chiaro, queste osservazioni non sono mosse da nostalgie conservatrici.
Il PCI era reso per certi versi "obsoleto", anzitutto dai mutamenti nella società capitalistica, e (secondariamente e indirettamente) dal crollo del sistema del socialismo reale, che costituiva pur sempre (anche solo in termini simbolici), un riferimento dell'adesione al partito. Rifondazione, pur non essendo un puro residuo, poteva solo essere un elemento transitorio verso un approdo nuovo.
L'ipotesi-guida di queste osservazioni è un'altra. Un partito "operaio" di massa deve applicare la "linea di massa" ("dalle masse alle masse"- ricordate?) anche al suo interno, anche - e soprattutto - quando le condizioni oggettive impongono una sua (talvolta radicale) trasformazione. Questa deve realizzarsi attraverso un processo di "lotta-critica-trasformazione" (anche qui: ricordate?), che può anche essere molto duro e comportare la "perdita di pezzi" - ma anche aprire la possibilità di conquistare "pezzi nuovi".
Questo è un punto teorico, e non solo una questione di tattica spicciola (tipo "stiamo attenti a non disorientare la base"). Infatti, il partito di massa, là dov'è praticabile - ed è il caso delle democrazie capitalistiche avanzate) ha senso in quanto rappresenti (sia pure in modo imperfetto) uno "spaccato" del settore di masse (del "blocco sociale") a cui la strategia del partito fa riferimento. Applicare all'interno del partito la "linea di massa" significa allora - per così dire - fare del partito un "laboratorio" in cui si sperimenta la linea che verrà poi applicata a livello di massa in generale.
Nè il PCI nè Rifondazione hanno applicato, nei loro - spesso rapidi e radicali - processi di trasformazione, una linea di massa. Gli obiettivi/esiti della trasformazione sono stati "importati dall'esterno", dalla cultura delle classi dominanti, o comunque determinati da "fattori esogeni" (il crollo del muro!) - nel caso del PCI. Nel caso di Rifondazione, non c'è stata l'"importazione" di modelli borghesi, ma le logiche del cambiamento sono state largamente guidate dall'evoluzione ideologica del suo massimo dirigente - il che le ha rese ancora più incapaci di innescare una "linea di massa" nel rapporto con la base del partito.
Nelle note che seguono, proverò ad analizzare sommariamente alcuni aspetti di questi processi - nell'uno e nell'altro dei due partiti. Non si tratterà, ovviamente, di un'analisi complessiva dei loro contenuti (ci vorrebbe ben altro che un samizbar!). Ci si limiterà ad analizzare come e perchè questi obiettivi di cambiamento non si siano innestati su una "linea di massa" all'interno del partito, e come questo abbia portato ad esiti negativi, anche dal punto di vista degli stessi obiettivi che ci si era prefissi.
2. dal PCI al PD (ovvero: dall'essere al nulla?)
Ripercorriamo alcune tappe salienti del processo:
BERLINGUER
B. ha probabilmente avvertito per primo, o più profondamente di altri, l'esigenza di trasformazione del partito. Come nel caso (che poi esaminerò) di Rifondazione, gli impulsi partivano dai ripensamenti (quasi solitari) del leader. Alcuni di questi, però, si collegavano a mutamenti in atto nella "coscienza di base". Lo "strappo" con l'URSS (nei termini molto misurati in cui lo formulava Berlinguer - era probabilmente maturo nella coscienza di buona parte dei militanti (non certo di tutti!). La parallela, orgogliosa rivendicazione di una "diversità del PCI", che si collegava da un lato alla "questione morale", dall'altro a ipotesi di "via europea al socialismo" (ricordate la - pur fugace - formula dell'"euro-comunismo"?) delineavano una trasformazione del partito attorno alla quale era possibile avviare una feconda dialettica con la sua base.
B. però era abbastanza solo, anche nel gruppo dirigente. Da un lato, c'erano resistenze conservatrici (di cui Cossutta era il più limpido esponente), dall'altro, in buona parte dei dirigenti più giovani, il processo veniva "interpretato" nei modi che emergeranno esplicitamente tempo dopo (cfr su questo "i dolori del giovane Walter"). B. sopperiva in parte a questo con un rapporto carismatico con la base, surrogato efficace ma molto fragile di una "linea di massa" nel partito.
Ma, dopo la sua morte, i nodi sono venuti al pettine.
OCCHETTO e seguenti
O. estremizza il metodo "dispotico-illuminato" dell'introduzione dei cambiamenti. Qui, il cambiamento non risponde a esigenze maturate (sia pure incompiutamente) nella base, e viene imposto con un uso spregiudicato proprio degli elementi residui di cultura "autoritario-stalinista" (si vedano i congressi di Modena, dove i compagni, dopo essersi scagliati contro l'ipotesi di cambiamento del partito, concludevano però dicendo "io voto per il Segretario").
Probabilmente, l'ipotesi di O. non era del tutto "di destra" (al di là delle dichiarazioni con cui la "veste di sinistra" oggi, col senno di poi...), ma hanno innescato il processo in cui le idee egemoni sono state quelle da tempo latenti in parte del gruppo dirigente del PCI, e che sono emerse con chiarezza nei passaggi successivi, per concludersi nell'approdo al Partito Democratico.
Nei passaggi da PCI a PDS a DS, si sono non solo "persi dei pezzi" della base (il che può essere inevitabile in un processo di trasformazione radicale), ma si è progressivamente dissolto il tipo di rapporto con la "base superstite" e il modo di funzionamento del partito che su esso si basava.
La fase che porta, infine, al Partito Democratico esplicita e sistematizza gli elementi già operanti nelle tappe precedenti. Si assume la visione della società delle classi dominanti, cioè - più specifi-
camente - l'interpretazione che esse danno del "superamento della fase fordista" con ciò liquidando anche il patrimonio politico-culturale socialdemocratico). Ricordiamo, "per etichette", i capisaldi di questa "nuova cultura" del partito:
- la flessibilità del lavoro (con superficiali riferimenti correttivi alla flexsecutiry");
- le privatizzazioni: fine dell'intervento pubblico in economia e riscoperta della "libera concorrenza";
- una nuova filosofia del bilancio statale e un conseguente ridimensionamento del Welfare State;
- una visione del partito come meccanismo istituzionale-elettorale di ricerca del consenso, guidata da quello che potremmo chiamare "il mito del centro".
A questo punto, non è più chiara la discriminante tra la "cultura del partito" e quella delle forze a cui esso dovrebbe opporsi (e infatti...). In questo contesto, la "cultura del partito" si ritrova incapace di sostenere anche alcuni tradizionali terreni di "lotta democratica": si vedano le questioni della laicità, dell'immigrazione, della sicurezza.
E' chiaro che questa non può essere la cultura che innesca un rapporto dialettico, di lotta-critica-trasformazione, col patrimonio culturale del PCI (e più in generale del movimento operaio italiano). E', se mai, la cultura che può guidare (con quanta efficacia è tutto da vedere) una "trasformazione genetica", non solo dell'ex-PCI ma della sua concezione del partito di massa.
I risultati elettorali, e le vicende interne del PD, possono far dubitare anche di questa "efficacia"...
3. ascesa e caduta del partito di Rifondazione ovvero: la dannazione di Fausto (mi scuso dell'auto-citazione, ma non mi veniva altro...)
La situazione di partenza di Rifondazione:
- una fetta consistente ereditata dal PCI, con elementi di contraddizione interna, tra la parte (Cossutta) che seguiva una tradizionale linea moderata "togliattiana" e una parte fortemente caratterizzata a sinistra;
- Democrazia Proletaria ed altri frammenti dell'estrema sinistra.
L'ipotesi di partenza era però quella di un "movimento per la rifondazione comunista" (Garavini, anche su suggerimento di Pugno): un'ipotesi "aperta", che poteva innescare un processo di lotta-critica-trasformazione, attraverso il quale omogeneizzare le diverse "anime" di Rifondazione e - insieme - aprire Rifondazione a nuove forze.
Questa situazione "aperta" dura poco. L'estromissione di Garavini e la formazione di un "asse Cossutta-Bertinotti" cristallizza Rifondazione in partito e blocca temporaneamente i processi di cambiamento. Con la rottura con Cossutta, conseguente alla decisione di togliere l'appog-
gio al governo Prodi, Rifondazione passa sotto la monarchia faustiana. Di qui hanno inizio una serie di "svolte", che delineano un processo di trasformazione del partito deciso dall'alto, e sempre più indifferente a un rapporto organico (anche se dialettico) con la base.
Sulle tappe di questo processo mi sono già soffermato in altri samizbar; qui vorrei soffermarmi su due punti particolarmente decisivi, perchè sono centrali nell'esperienza e nel "senso comune" delle masse (e quindi anche della base del partito): la questione del governo e la questione del sindacato.
a) la questione del governo
L'appoggio al primo governo Prodi rifletteva probabilmente un compromesso tra un'impostazione di Cossutta, che seguiva grosso modo i criteri del vecchio PCI, e quella di Bertinotti, che ben presto "trovò stretto" il vincolo dell'appoggio al governo, e lo ruppe "a freddo", cioè non su un preciso punto di scontro. Con ciò Rifondazione perse molti consensi - ben al di là di quelli "ricuperati" dall'improvvisato partito di Cossutta.
Più complicato è il rapporto col secondo governo Prodi. A questo Rifondazione arriva dopo una fase "movimentista", in cui - al suo interno - si è dato largo spazio a spinte estremiste contro ogni ipotesi di governo di centro-sinistra e contro la linea della CGIL. Rifondazione sceglie - anche dopo che il risultato elettorale ha mostrato la precarietà della maggioranza di centro-sinistra e la sua ricattabilità da parte delle sue frange più di destra - di entrare non solo nella maggio-
ranza ma nel governo; per di più, indebolisce la sua presenza nel governo attraverso lo"scambio" con la presidenza della Camera per Fausto (il quale mostrerà in tutto il periodo un "distacco aristocratico" verso le prosaiche vicende del governo).
In questo quadro, la tattica di Rifondazione verso il governo finisce per essere abbastanza schizofrenica (e in ultima analisi suicida). Da un lato, essa conduce - attraverso il suo unico ministro e attraverso momenti di mobilitazione di massa - una giusta battaglia contro i "vincoli moderati" a cui il governo è soggetto. Dall'altro, essa denigra sistematicamente l'operato di Prodi (e, implicitamente, il proprio ruolo nel governo), atteggiamento che si accentuerà proprio nella campagna elettorale: (pensate come invece si sarebbe comportato il vecchio PCI: che, finchè
decideva di mantenere l'appoggio al governo, avrebbe valorizzato ogni sua pur minima decisione positiva, sottolineando come questa fosse stata possibile solo grazie al proprio ruolo di stimolo e pressione). Il risultato è che, alle elezioni, Rifondazione perde "da ambedue i lati":
il malcontento verso l'inadeguata azione di governo spinge una parte verso l'astensione, mentre chi ritiene tuttora indispensabile tentare un governo di centro-sinistra sceglie il "voto utile" (!) al PD.
b) la questione del sindacato
I primi due segretari di Rifondazione sono stati due eminenti dirigenti della CGIL, su posizioni di sinistra. Questo non ha impedito che, sotto la direzione del secondo dei due, la linea sindacale di Rifondazione sia stata assai incerta e oscillante (forse riflettendo in questo le caratte-
ristiche, più ideologiche che concrete, della "battaglia di sinistra" data a suo tempo dal suo leader nella CGIL). C'è stato, fin dall'origine, un dualismo non risolto tra adesione alla
CGIL e adesione alle varie forme di "sindacati autonomi di base". Questa "apertura" verso i sindacati di base aveva le sue ragioni; il fatto è che non era chiaro il criterio discriminante, l'individuazione della contraddizione in riferimento alla quale fare la scelta. L'effetto è
stato, al tempo stesso, paralizzante e "deregolatore": da un lato, i circoli di luogo di lavoro - che dovevano essere un elemento qualificante del "nuovo partito" - erano paralizzati dalla pluralità di appartenenze sindacali; dall'altro, la pluralità di appartenenza sindacale si è estesa a CISL, UIL e financo alla CISAL (e spesso nelle categorie dove quest'appartenenza era particolarmente equivoca).
Ma il nodo non risolto più grave riguarda la CGIL, e si è visto a più riprese. Quando Cofferati ("la storia è stata con lui generosa: dice di rispettarne la memoria" - per parafrasare Fortini su Alicata) scelse una posizione autonoma della CGIL rispetto agli altri sindacati, la posizione iniziale di Rifondazione fu di minimizzarla/denigrarla (ricordate "lo sciopericchio?"). Ma lo stesso rischia di accadere adesso, in una fase in cui la CGIL sembra comunque essere il riferimento poli-
tico principale di Rifondazione e le illusioni sui "sindacati di base" sembrano essersi attenuate. Prendiamo l'atteggiamento verso il "documento unitario" sull'assetto contrattuale. Il problema principale non sono i suoi contenuti (largamente accettabili: sono più avanzati dell'
accordo del 23/7/93), ma sono altri due: il fatto che solo una forte iniziativa di lotta può imporlo alle controparti, e il fatto che CISL e UIL sono del tutto inaffidabili nel sostenerlo fino in fondo. In questa situazione, è puramente accademico sostenere "critiche da sinistra" a quel documento. In sostanza, oggi il problema centrale è la prospettiva di isolamento di una CGIL che sostiene posizioni "dignitose" e che però è incapace di attivare iniziative di lotta capaci di realiz-
zarle e di rispondere agli stessi tentativi di isolarla.
In sostanza, in questo caso (come più indirettamente sulla questione del governo) è mancata a Rifondazione la capacità di individuare le "contraddizioni principali" e di costruire a partire da queste la sua tattica.
E questo rinvia a un tema più di fondo: l'analisi di classe e la capacità di farne il fondamento di una costruzione della linea politica. Diversamente da PDS-DS-PD, Rifondazione non ha assunto l'analisi proposta dall'avversario di classe. Ha, in modi magari inadeguati ma ragionevoli, tentato di aggiornare l'analisi di classe propria di una ampia sinistra del movimento operaio italiano, in particolare ponendo al centro il nuovo problema della precarietà/flessibilità. Il fatto è che quest'analisi non ha operato praticamente come guida nelle scelte politiche di Rifondazione. Le sue varie "svolte", le sue scelte sul governo e sul sindacato, sono state largamente determinate
da altri fattori. Nella stessa scelta (giusta) di "apertura ai movimenti", il riferimento era più ad aspetti ideali e simbolici che al rapporto tra questi movimenti e la struttura di classe.
Il risultato è stato che tra "l'esperienza di classe" dei suoi militanti e la linea politica che veniva loro proposta è sempre più mancato un rapporto - con un effetto di dispersione (anzichè di orientamento e potenziamento) delle esperienze immediate e spontanee di lotta vissute dalla base, e con un effetto di crescente distacco tra la base e il partito.
E' in questo quadro che matura la "sorprendente" sconfitta elettorale. Come ha reagito Rifondazione? Sia pure per accenni, proveremo a parlarne nel prossimo paragrafo.
4. epilogo?
E' possibile che il "partito operaio di massa", quale l'abbiamo conosciuto nell'esperienza del PCI e (parzialmente) di Rifondazione, sia una forma ormai superata di organizzazione politica. Il PD ha assunto questa ipotesi, approdando però a una forma di partito ancora più vecchia, mutuata dalla storia dei partiti borghesi: un partito che è un insieme di lobbies di varia estrazione e radici (isti-
tuzionali, burocratiche, economiche) - di cui al momento si mostra, tra l'altro, incapace di una sintesi sufficientemente operativa.
Rifondazione, almeno per ora, non ha buttato a mare l'ipotesi di un "partito operaio di massa". Tra l'altro, la "convergenza formale" di tutte le mozioni sul fatto che "bisogna ripartire da Rifondazione" - al di là degli aspetti di tatticismo - dovrebbe significare proprio questo: che si cerca di costruire, in forme nuove, un partito di questo genere.
Anche per questo (oltre che per "motivi di appartenenza") dedicherò a Rifondazione queste righe conclusive.
Se questa è l'ipotesi di lavoro (come partire da una realtà, sia pure imperfetta, di "partito operaio di massa", per trasformarla in modo da adeguarla alle nuove condizioni della lotta di classe e della lotta politica), il primo passo da compiere sarebbe stato un bilancio critico dell'esperienza di Rifondazione, da fare già da tempo e comunque imprescindibile dopo la sconfitta elettorale. Un bilancio da fare unitariamente, per costruire a partire da esso le eventuali diverse posizioni. (E' possibile che, in ultima analisi, fosse questo lo spirito della "mozione De Cesaris"). Questo non è stato fatto, e si sono ripresentate (estremizzandole) ipotesi elaborate a priori: "a priori" sia cronologicamente (cioè già prima della sconfitta elettorale), sia - soprattutto - "metodologica-
mente", cioè prescindendo da un bilancio dell'esperienza di Rifondazione.
La mozione 2 ha ripresentato "l'ipotesi arcobaleno", senza riflettere adeguatamente sul perchè ha fallito nelle elezioni, e - soprattutto - senza riflettere su quale processo di trasformazione del partito essa implica e con quali sbocchi nuovi (e su come questi sbocchi si differenziano dalla "forma partito" proposta dal PD).
Più complesso è il discorso sulla mozione 1. Paolo Ferrero ha delineato, alla vigilia del congresso, un'ipotesi di ricostruzione/trasformazione del partito (di 2rifondazione di Rifondazione") e di costruzione graduale di una nuova formazione politica attraverso un rapporto con i movimenti (oltre che con gli altri "spezzoni" della Sinistra Arcobaleno), che secondo me era largamente condivisibile (così come lo era, a suo tempo, la sua illustrazione del rapporto tra Rifondazione e il governo Prodi). Ma questa impostazione avrebbe dato frutti se fosse stata praticata prima" (due-tre anni prima), cosa che non è avvenuta perchè il leader del partito aveva ben altre cose per la testa. Dopo la sconfitta elettorale e col congresso, essa si è calata in meccanismi che finiscono per determinarla, "schiacciandola" su una pura logica di conservazione del partito. Non a caso, ha prevalso grazie all'alleanza con mozioni che non hanno certo lo spirito innovatore di
Paolo Ferrero.
Di qui, il rischio che si arrivi inevitabilmente all'uno o all'altro di due sbocchi, ambedue irrimediabilmente "minoritari":
- una "nuova DP", più ricca di spunti di elaborazione anche innovatori ma esposta a una "deriva estremista";
- la cosiddetta "unità dei comunisti", sbocco forse più duttile tatticamente ma più chiuso e sterile in termini di elaborazione politica.
In ambedue i casi, l'ipotesi di costruire "qualcosa di nuovo" che si innesti (senza sprecarlo anche se "superandolo") sul ricco patrimonio di esperienze, di idee, di persone, formatosi lungo il percorso che parte dal PCI, sembra tramontata. Quale percorso alternativo sia possibile per costruire una nuova forza politica di classe, è un tema che esula da queste note (e, probabil-
mente, dalla life chance di chi le scrive).
mercoledì 1 ottobre 2008
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