Contro il perbenismo… malattia senile del comunismo
Cara Maria Grazia,
mi chiedi cosa ne penso del congresso di SEL e di Vendola e della proposta della Federazione della Sinistra.
Andiamo con ordine: del congresso di SEL. Non ci ho partecipato (salvo per quello di Venaria e di Torino dove sono pure intervenuto). Mi pare (anche sentendo il giudizio dei compagni che sono stati a Firenze) che si sia prodotta una certa discontinuità (positiva) rispetto al recente passato, una per tutte: la sala era sempre piena di persone e non bivacchi un po’ qui un po’ là. C’è stata molta partecipazione, molto sentire comune, anche se alla fine la lista dei 250 era fatta con il bilancino per permettere la giusta rappresentanza a tutti. Ma forse era un po’ troppo sperare nel contrario. Io ho seguito per radio i lavori del congresso. Molti interventi erano del tutto retorici, altri meno, alcuni li ho trovati sul serio una novità. Mi pare poi che “ecologia” sia entrata sul serio nel dibattito.
Per me un errore e un limite molto grosso. L’errore: essenzialmente di Claudio Fava (e forse anche di Vendola) quando dice che SEL punta all’egemonia nella sinistra per andare al governo. Governare bisogna, ma si deve pur imparare dal fallimento delle nostre esperienze e non parlo solo di quelle a noi più recenti (Prodi) ma di quelle ben più lontane: il comunismo al potere (nelle società dell’est con gli esiti conosciuti) e la socialdemocrazia (ora in crisi totale dappertutto). Per farmi capire ti riporto una parte di un libro (l’ultimo) scritto da Sergio Garavini poco prima della sua morte, “Ripensare l’illusione” (Rupertino Editore) che a me pare sia la critica e l’autocritica più puntuale della esperienza del movimento operaio del novecento:
Chi spinge l'interpretazione del nuovo ruolo della sinistra in termini sempre più riferiti al destino del paese e alla nazione, sempre meno interessati al confronto sociale e alle contraddizioni fra le classi, sfugge a interrogativi essenziali. Quale rappresentanza sociale e culturale dà oggi alla sinistra questa autorità? Domani, proprio il carattere generale assunto dalla sinistra, la universalità di rappresentanza che viene pretesa, non ne svuoterà il ruolo di mediazione? Questa mediazione non realizza forse un equilibrio che è destinato ad alterarsi con la profonda revisione della caratterizzazione sociale e culturale della forza decisiva che l'ha determinato?
Di qui l'interrogativo sul se e come reagire alla scomparsa di ogni elemento programmatico alternativo al sistema, contestuale al limite di autonomia e al cambiamento di riferimenti sociali nel discorso della sinistra. Che riguarda in Italia anche le forze politiche che si definiscono comuniste. Perché questa reazione non è vitale se semplicemente riproduce discorsi del passato, dai quali è passata e passa la crisi della sinistra, in primo luogo dei comunisti.
La domanda è se collocarsi nella linea prevalente della sinistra, assumendola con libero spirito critico, sollecitandone lo sviluppo per quanto ha di forte e originale, nel suo valore anche internazionale, oppure porsi in dialettico confronto con questa linea. In nome di una proposta di riforma del sistema che sia condizione di vitalità democratica, ci si può opporre ai rischi di regime insiti nella tendenza alla unificazione delle politiche e delle culture.
L'interrogativo attraversa orientamenti diversi, oltre la sinistra. Fuori non ci sono soltanto posizioni moderate, ma aggressività critiche che, almeno nella intenzione, non sono conservatrici, però ritengono che per cambiare si debba passare da una sconfitta o almeno un arretramento della sinistra. Posizioni che sarebbe troppo comodo catalogare come reazionarie, vanno viste anche come riflesso degli errori storici del movimento operaio, e, infatti, non per caso hanno molte volte provenienze politiche e culturali proprio da sinistra.
Non si faccia in proposito il solito terribile discorso secondo cui i peggiori sono gli "ex", i più reazionari gli ex comunisti. Per quanto irritante sia la rabbia con cui sovente queste posizioni sono espresse, la loro aggressività critica costituisce un richiamo del quale va compreso il valore. Guardiamo in proposito agli intellettuali già comunisti, cito il nome di Lucio Colletti, che hanno derivato particolarmente dalla critica degli orientamenti del Pci, e delle evoluzioni successive di questa parte della sinistra, la esigenza di collocarsi alternativamente alla sinistra, con Berlusconi e Forza Italia. È una scelta su cui riflettere anche per chi da quella critica trae opposte conclusioni politiche.
È importante che queste critiche divergenti negli esiti pongano la questione dello statalismo della sinistra. Da questa denuncia si può derivare una istanza di partecipazione sociale e di autogoverno, di sviluppo della democrazia, oppure un orientamento liberale e liberista. Che la critica dello statalismo abbia maggiore visibilità quando si lega a questa scelta è segno che il movimento operaio è rimasto fermo su un indirizzo per cui il primato sono le istituzioni, e il suo discorso riformatore non parte dalla società, si chiude nei poteri istituzionali.
In questo senso possiamo leggere i suoi precedenti storici. Esemplarmente: l'impostazione di Lassalle rispetto a quella di Marx; la traduzione istituzionale del concetto di dittatura del proletariato; la presa del potere gestita dal partito in Russia, protagonista Lenin, che ha scavalcato la sua stessa impostazione in "Stato e rivoluzione"; soprattutto la tragedia dello stalinismo.
A questo punto vale la pena, in maniera la più sintetica possibile fare una riflessione sulla nascita e lo sviluppo della borghesia. La nascita della prima borghesia la si può datare attorno al 1400 in quel di Firenze (e della Toscana) con la nascita della prime banche e delle botteghe artigiane (vedi al proposito “Storia degli italiani” di G. Procacci). I primi borghesi furono sostanzialmente degli “sbandati”: ex soldati di ventura, marinai, ecc. che divennero commercianti, artigiani, cittadini, ecc. però era gente curiosa e intraprendente. Bene, passarono più di 3 secoli, durante i quali un poco alla volta, informarono di sé l’intera società (nazionale ed europea), operando persino nel pensiero attraverso la “Riforma Protestante” che emancipava il lavoro a questione terrena togliendolo dal “castigo divino” nel quale la Chiesa Cattolica lo aveva confinato. Ed è istruttivo il fatto dell’uso del tutto moderno (di allora) delle nuove tecnologie: i caratteri da stampa di Guttembergh, per fare la traduzione che Lutero fece della Bibbia fino ad allora scritta in latino e quindi incomprensibile ai cittadini di lingua tedesca e inglese. Quindi un rapporto del tutto positivo con le scienze e la tecnica. Per arrivare al 1789 (in Francia) e produrre un movimento rivoluzionario portando via il potere al Clero e alla Aristocrazia che divenne ai loro occhi del tutto inutile: non pagavano le tasse. Quindi un percorso che andò dalla società allo stato. Mentre il movimento operaio, tutto, a carattere rivoluzionario e a carattere socialdemocratico ha fatto l’esatto contrario: vuoi con il fucile (in URSS) vuoi con il voto (in Europa occidentale) - prima prendere il potere statuale per poi di lì cambiare la società e gli individui. Con i risultati visti (nelle società dell’est) e che si vedono oggi con la crisi profonda di tutte le socialdemocrazie.
Ma particolarmente giusta è una polemica anche aggressiva sul dato più vicino a noi, che lo sbocco della politica dei comunisti, e in forme diverse di tutta la sinistra, in Italia e fuori, sia stata e sia l'autorità dello Stato, il potere delle istituzioni sulla società. In questi orientamenti c'è un principio di autoritarismo, e riconoscerlo è premessa indispensabile anche per argomentare il rifiuto della equazione fra comunismo e fascismo come regimi parimenti totalitari.
Va colto, pure quando sembra una conversione di rotta, lo stimolo a proseguire fino in fondo su questo punto nella stessa critica al Pci. La sua politica è stata attraversata dalla sottovalutazione dei rapporti sociali rispetto ai rapporti istituzionali, dal porre i primi in subordine ai secondi, dal rivendicare una autorità istituzionale capace di disciplinare e riformare la società.
Da questo punto di vista bisogna chiedersi quali siano stati gli esiti profondi nella società italiana di questa condotta politica della sinistra. Quali rapporti fra le istituzioni e i gruppi dirigenti, soprattutto quelli direttamente impegnati nella economia, siano stati accettati e sollecitati ben prima della crisi degli anni novanta, e come abbiano condizionato l'accesso della sinistra al governo del paese.
Io così la penso, come Garavini. Ma insomma anche Vendola fa la critica più puntuale al Berlusconismo, in quanto lui dice, tale “regime” si è imposto prima nella società (sostanzialmente attraverso l’uso delle televisioni e i supermercati) e poi ha trovato il sigillo nella sua “discesa in campo”. Bene, ma allora bisogna pur imparare dai successi dei nostri avversari, prima il racconto storico della nascita della borghesia e dopo la fortuna del berlusconismo. Ergo prima la egemonia nostra nella società poi (o almeno durante) il governo. Ma se qualcuno pensa che per cambiare la società bisogna andare prima al governo… è la coazione a ripetere … errori già visti e fatti.
Il limite: di Bertinotti prima, adesso di Vendola (ma anche di Ferrero ed altri): noi, ripetiamo sempre, siamo per un diverso sviluppo economico. Per favore che cos’è, un cacio cavallo appeso? Me lo si vuole declinare in una cosa più decifrabile? Se no siamo alla chiacchiera di sinistra molto colta e molto verbosa…
Io così la penso: la differenza tra noi umani e le altre specie viventi
· Noi oltre al presente ci sappiamo raffigurare dell’altro, persino un dio!;
· Gli altri vivono il presente e… basta;
Il diverso meccanismo di sviluppo: occorre tirarlo giù dal pero
· 20 di lavoro produttivo (ne aveva già parlato Keynes negli ani ’30 e lui era un liberal, non era certo un bolscevico) + 8 di lavoro riproduttivo, es. per riprodurre la natura (basta vedere ad es. ogni volta che piove in questo nostro paese che va giù a rotoli) + 8 di formazione permanente (a imparare il clavicembalo come giustamente disse Trentin alla Federmeccanica in occasione della richiesta delle 150 ore) = in pratica allargare la vita non solo allungarla come stanno facendo! Non fosse altro per distribuire il lavoro esistente e permettere ai giovani di lavorare di fare un po’ di figli per garantirsi il mantenimento di un welfare decente – se no siamo fritti… con tutti questi anziani! E se non ora quando?
· Un diverso modello di mobilità individuale = un grande “car shering” di massa, garantito dal pubblico, così lo immagino io: un consorzio fatto dai sindaci delle città con più di 100mila abitanti, che garantisca la costruzione di vetture poco più che spartane, con motori a bassa cilindrata (300 o 500 c.c.), che costino poco, ecologiche, fatte di plastica, adatte allo smontaggio, ecc. (se vuoi ti mando un mio progettino).
· Farsi cacciare fuori dalla NATO, perché? Perché è molto comodo stare dentro una alleanza militare e.. “non pagare mai il dazio”: vai avanti tu (USA) che a me viene da ridere…
Un piano per il lavoro a livello comunale, es. a Venaria
· L’Osservatorio sulla crisi e la recessione a livello comunale;
· Il Tabellone Comunale di Rischio;
· Il Tabellone Comunale sul welfare di Venaria: quanto entra e chi paga e quanto esce e a chi, qui a Venaria;
· Un Bilancio Comunale per il 2011 in rosso, per il mantenimento e per lo sviluppo delle protezioni sociali per i cittadini;
· Uno spaccio comunale a carico del Comune (gestito da una Cooperativa);
Un piano di lavoro per il Circolo di SEL di Venaria
· Lavorare un anno come circolo di Venaria per avere alla fine una ventina di giovani lavoratori (precari, migranti e non, ecc.) da portare alla Camera del lavoro di Torino per fare una richiesta: aprire una Camera del Lavoro qui a Venaria;
Sono sogni? SI – meglio i sogni che gi incubi! Meglio dare un sogno per cui valga la pena battersi;
· Al buio per camminare nella direzione giusta (dice il saggio) occorre ogni tanto alzare lo sguardo verso le stelle e farsi guidare da loro..
· E non erano sogni quelli de “la salute non si vende”: la parola d’ordine coniata dalla CGIL (con Garavini, Trentin, Ivar Oddone e il gruppo dirigente dalla CdL di Torino) in un convegno alla Farmitalia di Settimo del 1961? Ci vollero 10 anni per passare tra i lavoratori. Quando andavi nelle fabbriche a predicare quel verbo, dal fondo della sala sentivi sempre una voce che ti rispondeva: “ma neanche si regala”!
· E non era un sogno quello di Di Vittorio che all’indomani della scissione del 1948 disse ai suoi: “e da domani tutti al lavoro per rifare l’unità sindacale” ci vollero 20 anni per arrivare alla FLM del 1968!
· E a proposito di sogni che si sono avverati potrei continuare a lungo…
· E non voglio parlare del sogno della mia gioventù: il socialismo, perché in Italia non si è avverato e dove si è avverato è stato con immani errori quando con orrori..
· Cosa vuoi mai, io penso che Vendola rappresenti il meglio della cultura comunista da me conosciuta negli anni della mia gioventù, molto colta, raffinata, curiosa, ecc. ma essenzialmente di origine umanista. È servita eccome nel fare quella enorme pedagogia sociale che ha permesso ad uno come il sottoscritto, sostanzialmente un sottoproletario, un po’ ribelle ma integrato nel sistema, di emanciparsi, ma quella cultura lì è andata in crisi (almeno con me) alla fine degli anni ’70, in quanto a problemi molto concreti la risposta era sempre o quasi: buttarla in politica. E io invece dovevo sempre fare delle figure di merda con i miei interlocutori e controparti (es. la differenza tra la ghisa grigia e la ghisa sferoidale, il 133 di rendimento, e un eccetera sconfinato).
· Di una cosa sono per certo: che nella fabbrica Vendola non è in grado di darci una mano, non se ne intende e insieme a lui molti altri che parlano di lavoro ad ogni piè sospinto.
Le possibili alleanze con la Federazione della sinistra
· Che ne so io, mia cara Maria Grazia.. io vorrei sul serio che si trovasse la quadra.
Note sparse
· Capace che mi sbagli. La crisi feroce in corso, gli ultimi provvedimenti e avvenimenti (vedi il caso Pomigliano, la disdetta del contratto, ecc.) a me pare siano di una velocità inusitata, accelerano il dislocarsi, su un nuovo posizionamento, dei comportamenti diffusi del “nostro popolo”.
· La parte prevalente credo sia ormai dentro una sostanziale rassegnazione, un fatalismo: “va così, cosa ci vuoi fare”, o qualunquismo “sono tutti uguali” (è più semplice non prendere parte).
· Da un’altra parte abbiamo dei comportamenti di resistenza (vedi gli operai sui tetti, gli scioperi della fame, il no degli operai di Pomigliano, le attuali manifestazioni dei precari della scuola, ecc.).
· Una fetta (anche se minoritaria) è su comportamenti di “ribellione”, quando non di sabotaggio, di non collaborazione, di uso della propria intelligenza e intraprendenza per ritagliarsi nuovi spazi di libertà individuale (tutto in culo alla produzione), ecc. è questo un fenomeno certamente presente, pochissimo conosciuto, a cui dare il massimo di attenzione.
· E una parte (comprensiva delle altre due) sta entrando un un’era fatta di “incubi”: l’anziano/a che da mesi non riusciva a chiudere il mese, ovvero quello che si vede finire il gruzzolo che aveva in banca dovuto al fatto di dare una mano al figlio/a in difficoltà, il dipendente che vede a settimane la fine della CIG, la donna presa dal lasciare il lavoro o tirare fuori il grano per i figli che non hanno più la possibilità del dopo scuola, il precario, e un via disgraziando molto lungo.
· Si potrebbe dire (come nel film) “Non aprite quella porta”. Una porta che va verso un universo di disgrazie, di veri e propri incubi quotidiani, però… da quella porta possono uscire (inaspettatamente) anche delle sorprese…
Con chi se la prenderanno
· La domanda da porsi è la seguente: i fenomeni di ribellione (che ci saranno, così come in altre epoche ci sono sempre stati) con chi se la prenderanno? Io dico, con i CONTIGUI 1° quelli che sono in un gradino più basso 2°con NOI! Perché? Perché noi non facciamo altro che disgraziare sulla loro condizione fino al punto di stufare i nostri interlocutori, che una parte non ci ascolta più (e magari ci nega pure il voto), un’altra rispetto al fatto delle disgrazie che noi giornalmente enunciamo, non facciamo alcunché per metterci una pezza: ci diverte un sacco mettere il lievito sulla merda (così come una volta mi disse Pugno)!
· Il tutto per confermare una vecchia tesi della Psicologia Sociale di marca americana (mi venne detta dal mio maestro Ivar Oddone nei primi anni ’70), la quale vuole che di fronte ad un modello consolidato: la famiglia, la tribù, la religione, il taylorismo, il capitalismo, (il socialismo), cosa ci si può aspettare dal comportamento di un individuo? Che si integri o che si ribelli!
Che fare nell’immediato: due volantini e una manifestazione
· Cosa fare. Se non si vuole essere pizzicati in mezzo, o al massimo parteggiare solo osservando tali fenomeni, occorre noi promuovere la ribellione, darle degli obiettivi, scegliere le finestre giuste dove tirare i sassi, non perdersi dietro la servitù (Bonanni o Schifani): al cuore Ramon (come in quei film western).
· Un pacchetto di volantini (purtroppo piccolo) dove si elencheranno i nomi di quei padroni che pur facendo profitti non cavano il collo ai lavoratori e andare ad affiggerli nei portoni di casa di questi, fargli una “pubblicità progresso”.
· Un altro pacchetto di volantini (molto, molto più robusto) dove si elencheranno i nomi di tutti quei padroni (con relativo reddito annuo) che invece sono la causa delle disgrazie nostre. E andare ad affiggerli sempre davanti ai loro cancelli di abitazione, oltre che davanti alle loro aziende e se sappiamo in che parrocchia vanno a Messa, andare la domenica mattina davanti alle parrocchie a distribuire i volantini: fargli sul serio la “pubblicità regresso” – es. nel quadrilatero romano, vicino a Porta Palazzo, c’è un concentrato di lavoro in nero pauroso.
· E va bene la manifestazione del 16 fatta a Roma, però (cristo!) bisogna mettere in piedi in tutta Italia un movimento che almeno una volta al mese porti la nostra gente sotto “le finestre giuste”: in Via Vincenzo Vela 9 di Torino (all’Unione Industriali) e davanti a tutte le altre sedi dei “datori di lavoro” (e di precarietà, di CIG, di licenziamenti e via disgraziando).
Un confronto, una differenza tra due generazioni
· La mia generazione, almeno una fetta, era particolarmente “cattiva”. Portava con sé i ricordi, magari dei padri, delle lotte contadine: bruciare o dare l’assalto al municipio, ecc. e individuava nel regime da caserma della fabbriche della fine degli anni’ 60, primi anni ’70, i vecchi latifondisti e con il magro salario non riusciva mai ad agguantare i prodotti che giornalmente vedeva nelle vetrine dell’UPIM o della Standa, e si incazzò di brutto.
· Era, a differenza dell’attuale generazione anche molto meno scolarizzata, chi partecipava alle lotte diventava un settario, disprezzava il crumiro e via andando. Una parte poi, sbagliando clamorosamente, divenne così settaria che perse ogni pazienza non solo con i tecnici e gli impiegati, ma anche con i lavoratori più moderati (si pensi alla Mirafiori dove tra gli operai per tutti gli anni ’70, il secondo partito fu sempre la DC), un po’ arrogante e prepotente. Una parte lottava molto, però studiava poco, e fu parte della causa di perdita delle alleanze all’interno del mondo del lavoro.
· L’attuale generazione ha dalla sua oltre che una più alta scolarità, anche un certo disincanto, è meno ideologizzata, meno settaria e un eccetera lusinghiero, però… non ha un briciolo di cattiveria, ovvero la cattiveria la sfoga nello sport (sono tutti ultras), o nell’ambito scolastico attraverso il “bullismo” e, mi pare, che di fronte ai soprusi che riceve accampa sempre dei: però… ma sai.., ecc.
· Miei cari, è la situazione, è la fase (direbbe Altan con l’ombrello in quel posto) che ci deve far diventare un po’ cattivi. O no? In caso contrario gireremo (girerete) sempre con l’ombrello infilato.
· Io così la penso: “la stragrande maggioranza del padronato italiano, sente solo una pedagogia sociale fatta di un corteo, con il capo del personale in testa con un bandiera rossa in mano e.. una volta ogni tanto un calcio nel sedere”. Io vorrei che il conflitto avesse una veste un po’ più matura, civile (sono sempre stato un moderato e un timorato del buon dio) – però per volerla bisogna essere come minimo in due.
· E qui ritorna allora il protagonismo di questa nuova generazione che deve diventare un po’ (mica tanto) più cattiva, ovviamente con chi se lo merita, individuando le vetrate giuste: prima di tutto i padroni del vapore.
· È chiaro il mio pensiero: sono contro il perbenismo che è la malattia senile del comunismo – così come lo è il moderatismo, il legalitarismo. Io non ho mai saputo che nella storia delle classi subalterne ci sia stato un mutamento in positivo rispettando le “regole del gioco date”: tutto è sempre proceduto per forzature.
