di Gianni Marchetto Luglio 2010
Premessa
- Sempre a proposito di Pomigliano, queste note vogliono (in breve) fare un po’ la storia degli accordi sui tempi di lavoro alla FIAT.
Era il 1955…
- Il 18 Luglio del 1955, (prima della sconfitta della FIOM alle elezioni della Commissione Interna), ad opera della CISL, alla FIAT viene firmato un accordo separato sui Tempi di Lavoro. L’accordo in questione aveva l’ambizione di innovare un vecchio accordo del 1946 portato a casa dalla FIOM (unitaria).
- Il materiale a mie mani è composto di 1° l’accordo, 2° il Verbale di richiesta controllo dei tempi di lavorazione, 3° nei casi servisse, il Reclamo, 4° un opuscolo (ben fatto) con una serie di illustrazioni che spiega ad un lavoratore, tutti i passaggi attraverso i quali lui potrà verificare i suoi tempi di lavoro e se del caso inoltrare i reclami.
- Riporto qui cosa dice l’opuscolo ad opera della CISL fatto come istruzioni al lavoratore: “Perché abbiamo sentito la necessità di firmare un nuovo accordo su questa materia, se esisteva già quello del 1946?” risposta: “Perché quello del 1946 era superato ed inadeguato. Ad esempio, per i reclami non si prevedeva la risposta scritta dell’Ufficio Analisi tempi e della Direzione, non si fissava entro quanto tempo la risposta ti doveva essere data”.
- E ancora: “quindi i reclami talvolta andavano per le lunghe e le risposte erano date a voce con la possibilità di modificarle il giorno dopo. L’accordo del 18.7.1955 è un sostanziale progresso rispetto all’accordo del 1946: che cosa è infatti avvenuto dei tempi di lavorazione alla FIAT in questi anni passati? Quale difesa hanno avuto i lavoratori dell’accordo 1946, sottoscritto dalla FIOM? Praticamente tutto era lasciato all’arbitrio della Direzione: segno che l’accordo era insufficiente per i lavoratori perché la Direzione poté dimostrare che essa lo aveva sempre rispettato. La pratica del “taglio indiscriminato dei tempi” deve cessare. E cesserà se tutti faranno rispettare alla Direzione questo accordo che contiene sostanziali progressi per i lavoratori. I membri di C.I. della CISL lavorano ogni giorno per far si che esso sia applicato, interpretato e rispettato integralmente nello spirito fin qui esposto, sia dalla Direzione sia da i capi.”
La CISL e la FIAT
- Da una lettura attenta del materiale, ne viene che la CISL di allora, aveva una scarsa fiducia nei confronti della Direzione FIAT, quel tanto che per tutto l’opuscolo preparato come istruzione al singolo lavoratore, ciò si manifesta ad ogni passaggio. Anche se (e questo è contraddittorio) in alcuni passaggi c’è l’invito al lavoratore di fidarsi nei confronti del proprio capo, del cronometrista, ecc. Comunque vi è un invito (uno spronare) il singolo lavoratore a non aver paura, e se del caso, dopo la prima richiesta individuale di voler il controllo sui tempi della propria lavorazione, potrà benissimo continuare la sua “vertenza individuale” facendosi spalleggiare dai membri di C.I. della CISL.
I fatti positivi e i limiti di quell’accordo
- I fatti positivi: è indubbio che l’accordo tentava di colmare un ritardo dei sindacati nell’affrontare i problemi legati alla prestazione di lavoro. Non è un caso che all’indomani della sconfitta alle elezioni di C.I., sarà la stessa CGIL (vedi il discorso di G. Di Vittorio e la tormentata discussione della Camera del Lavoro di Torino) ad invertire la tendenza avvenuta negli anni precedenti in merito a non aver capito in tempo le trasformazioni intervenute nei processi produttivi (vedi l’impiego massiccio di nuove tecnologie e di nuovi sistemi di organizzazione del lavoro tutti di marca americana), che sconvolgevano le condizioni di lavoro fin’ora esistenti in tutte le officine di produzione della FIAT.
- I fatti negativi: il 1° era questo un accordo separato, veniva tagliata fuori la FIOM che fin lì era stato il primo sindacato alla FIAT. In un clima di vera e propria caccia alle streghe nei confronti di tutti quei lavoratori che erano di sinistra (comunisti, socialisti, anarchici, ecc.) arrivando persino a delle vere e proprie purghe attraverso licenziamenti collettivi che imperversarono per tutti gli anni ’50, avendo come alfa e omega l’azienda come una caserma con il ruolo dei capi, dei guardioni, delle schedature di massa, e un eccetera senza fine (vedi il bel libro di Pugno e Garavini “Gli anni duri alla FIAT”). Toccò prima negli scioperi del Luglio del ’62 una prima presa di coscienza dei lavoratori FIAT e poi nel biennio del ’68 e ’69 una ribellione diffusa ad opera di una nuova classe operaia nei confronti della “fabbrica caserma”.
- E in un clima di questa natura cosa successe dell’accordo separato: in pratica tutto l’ambaradan che veniva spiegato dalla CISL nell’opuscolo restò praticamente lettera morta. Nel senso che la sfiducia della stessa CISL nei confronti della Direzione FIAT venne avvalorata dal modo come l’azienda intendeva applicare l’accordo: chi faceva reclamo veniva messo nella lista dei reprobi, per cui alla fine.. alla fine degli anni ’50 nella CISL torinese passò attraverso una aspra lotta politica un’altra impostazione, altrettanto attenta alla condizione dei lavoratori, però con aperture coraggiose nei confronti della FIOM, provocando per questa via una scissione nell’ambito della stessa CISL con la nascita del SIDA (vedi il bisticcio tra Donat Cattin e Arrighi e la nascita del sindacato rinnovato della FIM CISL di Tridente).
- Mi interessa però mettere in evidenza il limite più grosso di quell’accordo, e non solo nei confronti della CISL che ne fu firmataria, ma anche dell’impostazione della FIOM di quell’epoca. Era questa un’epoca scandita dalla monetizzazione: a fronte di lavorazione predeterminate, di aumenti considerevoli della prestazione di lavoro, qual’era l’atteggiamento dei sindacati: farsi pagare, soldi in più! Infatti nell’accordo vi è una attenzione molto mirata alla scala dei rendimenti (da 100 a 133) e le relative tariffe di cottimo. Si tenga presente che l’insieme delle voci incentivate avevano una robusta presenza in busta paga.
- In pratica doveva ancora venire il Convegno della CGIL di Torino sull’ambiente di lavoro, alla Farmitalia del 1961 dove con una relazione di Ivar Oddone (presenti: Bruno Trentin, Gastone Marri, Angelo Di Gioia e tutto il gruppo dirigente della Camera del Lavoro di Torino con Sergio Garavini in testa) si coniò la parola d’ordine: la salute non si vende!
- Voglio dire che nell’accordo del 1955 non c’è nessun cenno al fatto da dove arriva i 133 di rendimento[1]. Così come è assente con quale velocità di esecuzione il lavoratore FIAT dovrà prestare la propria forza lavoro. Così come è assente ogni riferimento alle Tabelle di Fattori di Riposo (contenenti anche le % per i Fattori Fisiologici) – vedi le 2 tabelle in allegato, la 1° quella in uso alla FIAT sino ai giorni nostri, la 2° una tabella altra tratta da documentazione scientifica. Balza agli occhi la povertà della Tabella FIAT, in pratica una visione del lavoratore come pura macchina fisiologica, senza nessuna distinzione tra maschi e femmine, puramente un approccio fisiologico e al ribasso.
- controlla e contratta con la gerarchia di officina, per impedire che i capi possano a loro piacimento aumentare la velocità delle linee e quindi recuperare la produzione per colpa di eventi fuori da ogni responsabilità dei lavoratori.
L’esperienza sui tempi di lavoro per tutti gli anni ‘70
- È una esperienza che fanno centinaia di delegati nei confronti degli Uffici Analisi Lavoro, tutta traguardata ad esercitare il “furto” di conoscenza e competenze degli analisti e cronometristi (accanto a questo furto viene anche una buona “mangiata di merda” nei confronti di detti tecnici), però si impara, si lotta e si contratta.
- Gli accordi erano uguali per tutti, ma nella loro applicazione c’erano subito delle diversità. Quella “storica” fu quella tra le Meccaniche e la Carrozzeria sull’applicazione dell’accordo ’71 in merito ai problemi sui tempi di lavorazione. Aspra fu la dialettica tra i cosiddetti “tecnici” fautori della trasparenza del modello derivante dal TMC: “io voglio che tu FIAT rispetti in maniera integrale il tuo modello di predeterminazione dei tempi, e pretendo di avere copia di tutto l’ambaradan dai fogli di analisi fino al tabellone” (la Meccanica) e i cosiddetti “politici” con una strategia tutta fondata sui rapporti di forza: “a me non interessa niente del tuo modello, io sento i lavoratori, se loro non ci stanno nelle saturazioni, tu FIAT mi dai un uomo in più” (la Carrozzeria);
- E qui ci fu sul serio una responsabilità molto grossa da parte dell’allora gruppo dirigente della FLM (in pratica di una diffusa ignoranza) che non si occupò più della vicenda che avrebbe avuto bisogno invece di una ulteriore elaborazione e sintesi che non avvenne, lasciando nei guai decine e decine di Delegati che dovevano in proprio far applicare, in realtà del tutto diverse dal punto di vista tecnologico e produttivo, l’accordo principe del ’71 che ha definito fino a Pomigliano le regole sulla predeterminazione negli stabilimenti della FIAT.
Le domande di Gianni Marchetto
- Avendo avuto l’avventura di misurami con la FIAT (alla Mirafiori) prima e dopo la cura di Callieri e Romiti nell’80, mi permetto di fare alcune domande, sempre riferito ovviamente a questa questione: il problema dei tempi di lavoro e la prestazione lavorativa:
1. quanti sanno da dove nasce il 133 di rendimento?
2. quale è la velocità di esecuzione a 133 di rendimento?
3. il carico mentale è misurabile?
4. per quale arcana ragione i sindacati hanno sempre accettato la Tabella dei Fattori di Riposo che la FIAT ci ha sempre presentato (non era l’unica, c’erano e ci sono nel mondo scientifico altre elaborazioni)?
5. perché abbiamo accettato (subìto?) la logica della Tabelle Standard? (i vari MTM, TMC, WCM e Ergo-Uas? A fronte del fatto che nel tempo il lavoro anche nei posti più ripetitivi ha avuto una implementazione di funzioni di controllo, di varianze molto accentuate, cosa ci salva: le Tabelle Standard (con l’ausilio dell’informatica) o la presenza di un “bipede, di un umano”, ergo di un cronometrista, al quale chiedere che nel prelevamento dei miei tempi di lavoro tenga non solo conto che sono un uomo, una donna, che sono grasso, magro, che sono un giovane precario, anziano, eccetera, ma che oltre ad avere un dispendio energetico ho anche da fare una serie di controlli di operazioni che sono caratteristiche di “un carico mentale” che se non compensato adeguatamente in termini di tempo, pause, ecc. può provocarmi un “sovraccarico mentale” con le relative conseguenze sul mio stato psicofisico. E può essere delegato tutto questo ad una Tabella anche se informatizzata?
6. in analogia al Tabellone del ’68, perché non prevedere una altrettanto Tabellone a carattere elettronico che abbia sempre in bella mostra per tutti i lavoratori: 1° la produzione richiesta (quantità e specialità) 2° l’organico occorrente, la % di assenteismo concordata e in rapporto alle varianze che entrano nella linea, l’adeguamento in automatico dell’organico necessario.
7. a Pomigliano (e alla FIAT in generale) cosa serve?
[1] la regola del 133 di rendimento, derivante dagli studi della Medicina del Lavoro sul “metabolismo basale”, la quale ci dice che il massimo che una persona può dare senza nocumento alla salute, sta nel divario tra 3 (a riposo) a 4 (in attività e incentivato) = 1/3 in più;
Per cui se in 60 minuti, ad economia (= con il mio ritmo, senza incentivazione) posso fare per es. 60 pezzi, in maniera incentivata (= col ritmo imposto) posso fare 1/3 in più (= 80 pezzi);
Per cui se un minuto in termini sessagesimali lo facciamo uguale ad un minuto centesimale, 1/3 in più è uguale a 133 (ecco spiegato il famoso 133 di rendimento);
