giovedì 12 agosto 2010

A volte ritornano…

di Gianni Marchetto Luglio 2010

Premessa

  • Sempre a proposito di Pomigliano, queste note vogliono (in breve) fare un po’ la storia degli accordi sui tempi di lavoro alla FIAT.

Era il 1955…

  • Il 18 Luglio del 1955, (prima della sconfitta della FIOM alle elezioni della Commissione Interna), ad opera della CISL, alla FIAT viene firmato un accordo separato sui Tempi di Lavoro. L’accordo in questione aveva l’ambizione di innovare un vecchio accordo del 1946 portato a casa dalla FIOM (unitaria).

  • Il materiale a mie mani è composto di 1° l’accordo, 2° il Verbale di richiesta controllo dei tempi di lavorazione, 3° nei casi servisse, il Reclamo, 4° un opuscolo (ben fatto) con una serie di illustrazioni che spiega ad un lavoratore, tutti i passaggi attraverso i quali lui potrà verificare i suoi tempi di lavoro e se del caso inoltrare i reclami.

  • Riporto qui cosa dice l’opuscolo ad opera della CISL fatto come istruzioni al lavoratore: “Perché abbiamo sentito la necessità di firmare un nuovo accordo su questa materia, se esisteva già quello del 1946?” risposta: “Perché quello del 1946 era superato ed inadeguato. Ad esempio, per i reclami non si prevedeva la risposta scritta dell’Ufficio Analisi tempi e della Direzione, non si fissava entro quanto tempo la risposta ti doveva essere data”.

  • E ancora: “quindi i reclami talvolta andavano per le lunghe e le risposte erano date a voce con la possibilità di modificarle il giorno dopo. L’accordo del 18.7.1955 è un sostanziale progresso rispetto all’accordo del 1946: che cosa è infatti avvenuto dei tempi di lavorazione alla FIAT in questi anni passati? Quale difesa hanno avuto i lavoratori dell’accordo 1946, sottoscritto dalla FIOM? Praticamente tutto era lasciato all’arbitrio della Direzione: segno che l’accordo era insufficiente per i lavoratori perché la Direzione poté dimostrare che essa lo aveva sempre rispettato. La pratica del “taglio indiscriminato dei tempi” deve cessare. E cesserà se tutti faranno rispettare alla Direzione questo accordo che contiene sostanziali progressi per i lavoratori. I membri di C.I. della CISL lavorano ogni giorno per far si che esso sia applicato, interpretato e rispettato integralmente nello spirito fin qui esposto, sia dalla Direzione sia da i capi.”

La CISL e la FIAT

  • Da una lettura attenta del materiale, ne viene che la CISL di allora, aveva una scarsa fiducia nei confronti della Direzione FIAT, quel tanto che per tutto l’opuscolo preparato come istruzione al singolo lavoratore, ciò si manifesta ad ogni passaggio. Anche se (e questo è contraddittorio) in alcuni passaggi c’è l’invito al lavoratore di fidarsi nei confronti del proprio capo, del cronometrista, ecc. Comunque vi è un invito (uno spronare) il singolo lavoratore a non aver paura, e se del caso, dopo la prima richiesta individuale di voler il controllo sui tempi della propria lavorazione, potrà benissimo continuare la sua “vertenza individuale” facendosi spalleggiare dai membri di C.I. della CISL.

I fatti positivi e i limiti di quell’accordo

  • I fatti positivi: è indubbio che l’accordo tentava di colmare un ritardo dei sindacati nell’affrontare i problemi legati alla prestazione di lavoro. Non è un caso che all’indomani della sconfitta alle elezioni di C.I., sarà la stessa CGIL (vedi il discorso di G. Di Vittorio e la tormentata discussione della Camera del Lavoro di Torino) ad invertire la tendenza avvenuta negli anni precedenti in merito a non aver capito in tempo le trasformazioni intervenute nei processi produttivi (vedi l’impiego massiccio di nuove tecnologie e di nuovi sistemi di organizzazione del lavoro tutti di marca americana), che sconvolgevano le condizioni di lavoro fin’ora esistenti in tutte le officine di produzione della FIAT.

  • I fatti negativi: il 1° era questo un accordo separato, veniva tagliata fuori la FIOM che fin lì era stato il primo sindacato alla FIAT. In un clima di vera e propria caccia alle streghe nei confronti di tutti quei lavoratori che erano di sinistra (comunisti, socialisti, anarchici, ecc.) arrivando persino a delle vere e proprie purghe attraverso licenziamenti collettivi che imperversarono per tutti gli anni ’50, avendo come alfa e omega l’azienda come una caserma con il ruolo dei capi, dei guardioni, delle schedature di massa, e un eccetera senza fine (vedi il bel libro di Pugno e Garavini “Gli anni duri alla FIAT”). Toccò prima negli scioperi del Luglio del ’62 una prima presa di coscienza dei lavoratori FIAT e poi nel biennio del ’68 e ’69 una ribellione diffusa ad opera di una nuova classe operaia nei confronti della “fabbrica caserma”.

  • E in un clima di questa natura cosa successe dell’accordo separato: in pratica tutto l’ambaradan che veniva spiegato dalla CISL nell’opuscolo restò praticamente lettera morta. Nel senso che la sfiducia della stessa CISL nei confronti della Direzione FIAT venne avvalorata dal modo come l’azienda intendeva applicare l’accordo: chi faceva reclamo veniva messo nella lista dei reprobi, per cui alla fine.. alla fine degli anni ’50 nella CISL torinese passò attraverso una aspra lotta politica un’altra impostazione, altrettanto attenta alla condizione dei lavoratori, però con aperture coraggiose nei confronti della FIOM, provocando per questa via una scissione nell’ambito della stessa CISL con la nascita del SIDA (vedi il bisticcio tra Donat Cattin e Arrighi e la nascita del sindacato rinnovato della FIM CISL di Tridente).

  • Mi interessa però mettere in evidenza il limite più grosso di quell’accordo, e non solo nei confronti della CISL che ne fu firmataria, ma anche dell’impostazione della FIOM di quell’epoca. Era questa un’epoca scandita dalla monetizzazione: a fronte di lavorazione predeterminate, di aumenti considerevoli della prestazione di lavoro, qual’era l’atteggiamento dei sindacati: farsi pagare, soldi in più! Infatti nell’accordo vi è una attenzione molto mirata alla scala dei rendimenti (da 100 a 133) e le relative tariffe di cottimo. Si tenga presente che l’insieme delle voci incentivate avevano una robusta presenza in busta paga.

  • In pratica doveva ancora venire il Convegno della CGIL di Torino sull’ambiente di lavoro, alla Farmitalia del 1961 dove con una relazione di Ivar Oddone (presenti: Bruno Trentin, Gastone Marri, Angelo Di Gioia e tutto il gruppo dirigente della Camera del Lavoro di Torino con Sergio Garavini in testa) si coniò la parola d’ordine: la salute non si vende!

  • Voglio dire che nell’accordo del 1955 non c’è nessun cenno al fatto da dove arriva i 133 di rendimento[1]. Così come è assente con quale velocità di esecuzione il lavoratore FIAT dovrà prestare la propria forza lavoro. Così come è assente ogni riferimento alle Tabelle di Fattori di Riposo (contenenti anche le % per i Fattori Fisiologici) – vedi le 2 tabelle in allegato, la 1° quella in uso alla FIAT sino ai giorni nostri, la 2° una tabella altra tratta da documentazione scientifica. Balza agli occhi la povertà della Tabella FIAT, in pratica una visione del lavoratore come pura macchina fisiologica, senza nessuna distinzione tra maschi e femmine, puramente un approccio fisiologico e al ribasso.

La vera svolta avvenne nel ’68 e nel ‘69 con la conquista del Tabellone e dei Delegati di linea (eletti su scheda bianca tra tutti i lavoratori in ogni squadra sia che fossero iscritti o no, ai sindacati, revocabili in qualsiasi momento). Nel Tabellone vi è la quantità da produrre nel mese con il relativo organico necessario e la % di assenteismo riferita al mese precedente. E il Delegato che
  • controlla e contratta con la gerarchia di officina, per impedire che i capi possano a loro piacimento aumentare la velocità delle linee e quindi recuperare la produzione per colpa di eventi fuori da ogni responsabilità dei lavoratori.

L’esperienza sui tempi di lavoro per tutti gli anni ‘70

  • È una esperienza che fanno centinaia di delegati nei confronti degli Uffici Analisi Lavoro, tutta traguardata ad esercitare il “furto” di conoscenza e competenze degli analisti e cronometristi (accanto a questo furto viene anche una buona “mangiata di merda” nei confronti di detti tecnici), però si impara, si lotta e si contratta.
  • Gli accordi erano uguali per tutti, ma nella loro applicazione c’erano subito delle diversità. Quella “storica” fu quella tra le Meccaniche e la Carrozzeria sull’applicazione dell’accordo ’71 in merito ai problemi sui tempi di lavorazione. Aspra fu la dialettica tra i cosiddetti “tecnici” fautori della trasparenza del modello derivante dal TMC: “io voglio che tu FIAT rispetti in maniera integrale il tuo modello di predeterminazione dei tempi, e pretendo di avere copia di tutto l’ambaradan dai fogli di analisi fino al tabellone” (la Meccanica) e i cosiddetti “politici” con una strategia tutta fondata sui rapporti di forza: “a me non interessa niente del tuo modello, io sento i lavoratori, se loro non ci stanno nelle saturazioni, tu FIAT mi dai un uomo in più” (la Carrozzeria);
  • E qui ci fu sul serio una responsabilità molto grossa da parte dell’allora gruppo dirigente della FLM (in pratica di una diffusa ignoranza) che non si occupò più della vicenda che avrebbe avuto bisogno invece di una ulteriore elaborazione e sintesi che non avvenne, lasciando nei guai decine e decine di Delegati che dovevano in proprio far applicare, in realtà del tutto diverse dal punto di vista tecnologico e produttivo, l’accordo principe del ’71 che ha definito fino a Pomigliano le regole sulla predeterminazione negli stabilimenti della FIAT.

Le domande di Gianni Marchetto

  • Avendo avuto l’avventura di misurami con la FIAT (alla Mirafiori) prima e dopo la cura di Callieri e Romiti nell’80, mi permetto di fare alcune domande, sempre riferito ovviamente a questa questione: il problema dei tempi di lavoro e la prestazione lavorativa:

1. quanti sanno da dove nasce il 133 di rendimento?

2. quale è la velocità di esecuzione a 133 di rendimento?

3. il carico mentale è misurabile?

4. per quale arcana ragione i sindacati hanno sempre accettato la Tabella dei Fattori di Riposo che la FIAT ci ha sempre presentato (non era l’unica, c’erano e ci sono nel mondo scientifico altre elaborazioni)?

5. perché abbiamo accettato (subìto?) la logica della Tabelle Standard? (i vari MTM, TMC, WCM e Ergo-Uas? A fronte del fatto che nel tempo il lavoro anche nei posti più ripetitivi ha avuto una implementazione di funzioni di controllo, di varianze molto accentuate, cosa ci salva: le Tabelle Standard (con l’ausilio dell’informatica) o la presenza di un “bipede, di un umano”, ergo di un cronometrista, al quale chiedere che nel prelevamento dei miei tempi di lavoro tenga non solo conto che sono un uomo, una donna, che sono grasso, magro, che sono un giovane precario, anziano, eccetera, ma che oltre ad avere un dispendio energetico ho anche da fare una serie di controlli di operazioni che sono caratteristiche di “un carico mentale” che se non compensato adeguatamente in termini di tempo, pause, ecc. può provocarmi un “sovraccarico mentale” con le relative conseguenze sul mio stato psicofisico. E può essere delegato tutto questo ad una Tabella anche se informatizzata?

6. in analogia al Tabellone del ’68, perché non prevedere una altrettanto Tabellone a carattere elettronico che abbia sempre in bella mostra per tutti i lavoratori: 1° la produzione richiesta (quantità e specialità) 2° l’organico occorrente, la % di assenteismo concordata e in rapporto alle varianze che entrano nella linea, l’adeguamento in automatico dell’organico necessario.

7. a Pomigliano (e alla FIAT in generale) cosa serve?



[1] la regola del 133 di rendimento, derivante dagli studi della Medicina del Lavoro sul “metabolismo basale”, la quale ci dice che il massimo che una persona può dare senza nocumento alla salute, sta nel divario tra 3 (a riposo) a 4 (in attività e incentivato) = 1/3 in più;

Per cui se in 60 minuti, ad economia (= con il mio ritmo, senza incentivazione) posso fare per es. 60 pezzi, in maniera incentivata (= col ritmo imposto) posso fare 1/3 in più (= 80 pezzi);

Per cui se un minuto in termini sessagesimali lo facciamo uguale ad un minuto centesimale, 1/3 in più è uguale a 133 (ecco spiegato il famoso 133 di rendimento);

Integrazione, ribellione – Vendola può farcela!

Agosto 2010 – di Gianni Marchetto

Premessa

Caro Fausto,

ho letto sul Manifesto il tuo ultimo articolo sulla vicenda FIAT. Non ho problemi a dichiararmi d’accordo con le tue osservazioni, però… non mi accontento. Io ci tento.

Cosa è successo in questi ultimi decenni

  • La prendo un po’ alla larga: in questi anni assistiamo ad un poderoso avanzamento di tutte le scienze e delle tecnologie (tra queste quelle della comunicazione: vedi internet, il digitale, la TV, ecc.), ma accanto a queste non è avvenuta nella stessa misura una crescita della cultura delle persone in generale, né in particolar modo delle persone che sono il nostro target, anzi assistiamo ad un regressione culturale molto pericolosa;
  • per non dire della scoperta del “genoma umano” e la possibilità di modificarlo (a me la cosa spaventa un bel po’);
  • il ripiegarsi come spettatori passivi di una TV senza qualità, volgare, boriosa, ecc. quando il ripiegamento individuale per ore ed ore davanti ad un video a navigare su Internet, e tutto ciò in netto contrasto con la natura delle persone che sono essenzialmente degli “esseri sociali”, mi pare che la paura dilagante (dovuta anche per un numero ormai più che robusto di anziani, che sostanzialmente vivono sa soli), l’individualismo esasperato, ecc. siano il corollario di queste forme, quando non sfociano in comportamenti patologici. Pensiamo solo all’isolamento incredibile nelle quali lasciamo i nostri anziani e i nostri bimbi;
  • è il problema che angustia una parte delle forze politiche (essenzialmente di centrosinistra) che non trovano più (o non vogliono trovare!) i referenti che una volta avevano – al contrario tutto ciò è brodo di cultura per le forze di destra che navigano dentro a questa nuova realtà;

Integrazione - Ribellione

  • È mia profonda convinzione che il padronato prima mondiale, poi europeo, infine italiano abbia riportato la coscienza civile (anche tra i lavoratori) allo stato “primordiale”: o ti integri o ti ribelli. Di fronte ad un qualsiasi modello consolidato cosa ci si aspetta da un individuo: che si integri o che si ribelli, è questa una tesi affermata dalla psicologia sociale da molti anni in qua, prima negli USA poi in Europa.
  • Qual è stata la causa? Io la individuo in due fenomeni del nostro tempo: il 1° il fenomeno della mondializzazione, che mette alle corde tutti coloro che producono in una competizione sanguinosa (vedi la FIAT in quanto essere la multinazionale più grande del nostro paese esposta direttamente sul mercato con un prodotto maturo ed in eccesso) e 2° un nuovo ceto imprenditoriale (specie in Italia e in questi ultimi anni) di provenienza “popolare”. Il quale nel proprio processo di regressione ha tirato con sé anche una gran parte di lavoratori. Ricordo qui una affermazione di Gramsci: “la classe operaia porta con sé tutti i difetti della borghesia che la comanda”.

È finita la mediazione (sono morti i soggetti che la facevano: il PCI e la DC)

  • I due maggiori soggetti che facevano la mediazioni non ci sono più: il PCI e la DC.
  • Il PCI (ovvero i comunisti impegnati nel sindacato e in tutte le organizzazioni di massa) che mediava sempre tra i lavoratori più radicali (minoritari ma presenti e combattivi) e i lavoratori moderati (la maggioranza). Valga per tutte la stagione dell’unità sindacale negli anni ’70.
  • La DC che aveva persino nel suo DNA la mediazione, dovuta da un lato alla sua “dottrina” di riferimento: la dottrina della chiesa cattolica, molto lontana da quella della sinistra: collaborativa anche con il capitale, però molto attenta ai bisogni del singolo lavoratore al quale riconosceva il diritto di coalizione anche al suo interno (vedi per tutte le figure di Pastore, di Donat Cattin) delle organizzazioni cattoliche, del sindacato (la CISL, le ACLI, ecc.).
  • Ora a me pare che il numero dei lavoratori che votano Lega e Berlusconi non sia per niente diminuito (rispetto a quello che una volta votava DC), solo che (a me pare) sia cambiato il contesto in cui questo voto si esprime: è un voto singolo che viene dato alla Lega per rabbia, timore, per scaricare lì le proprie ansie, ecc. o per sublimazione nei confronti di Berlusconi che rappresenta il sogno da… avverarsi!
  • Si tratta a parer mio di rifiutare la logica del “o ti integri o ti ribelli”: sono le due facce di unica medaglia, alla fine non cambia nulla. Ma partire dalle prima forma di ribellione: l’indignazione per farla diventare collettiva e provvista di un piano di cambiamento validato. Direbbe De Gaulle: vasto programma!

La FIAT e Marchionne (e Valletta)

  • La differenza tra Valletta e Marchionne per me è abbastanza chiara.
  • Valletta aveva vinto (in quel suo tempo) perché aveva proposto (con le buone e le cattive) un progetto di miglioramento per i “suoi” lavoratori: la garanzia dell’occupazione (dovuta ad un ciclo espansivo e con il privilegio del mercato Italiano), il welfare aziendale, migliori condizioni salariali (sempre per i “suoi”), ecc. In cambio: “qui si fa come dico io, la politica fuori dai miei cancelli”.
  • Da notare in una epoca contraddistinta dall’ingresso in fabbrica di nuove tecnologie e nuovi modi di lavorare (per tutti la catena di montaggio), però a fronte di una intensificazione dello sfruttamento sulla prestazione di lavoro aveva pure previsto e attuato forme di pagamento incentivanti: in omaggio al taylorismo che vuole sì un individuo che non pensa, però incentivato. Tra le tariffe di cottimo, il premio di produzione di stabilimento, le paghe di posto, il disagio linea, ecc. eravamo a cifre abbastanza robuste in busta paga (se non ricordo male ca. il 15-20% del totale);
  • Marchionne usa a mani basse la crisi del suo prodotto (l’auto) per ricattare e torchiare 1° i lavoratori e 2° per introdurre nel panorama italiano (per primo in Europa?) una regressione che va oltre il conosciuto e il pensato. E lo fa in cambio di niente. È inutile che mi si dica che in cambio lui offre il lavoro, l’occupazione. Lui non è in grado di garantire tutto ciò a partire dal fatto che lui produce un oggetto che fa a pugni ormai con la divisione del lavoro a livello internazionale che proprio lui (e altri come lui) ha incentivato in tutti questi anni. Chi era a dover tentare un’altra via nella produzione di mezzi di mobilità sia a livello collettivo che a livello individuale? Chi se non lui. E chi se non lui in un contesto come quello italiano fatto di città che risalgono al Medio Evo quando nelle stesse città passavano i cavalli e i carretti. Ha ragione Guido Viale quando afferma l’esigenza di una uscita da questo modello di produzione e di mobilità.
  • Per non dire l’esatto contrario di quello che fece il Valletta a livello di fabbrica, per Marchionne: 1° i 18 turni di lavoro con il lavoro notturno. Ricordo che gli umani sono dei bipedi diurni che durante il sonno hanno ben 9 parametri fisiologici che diminuiscono, per permettere il recupero della attività svolta durante il giorno – si chiamano i cicli circadiani. Devo dire però che questa del lavoro notturno è una pecca che risale ai decenni precedenti, frutto di una crassa ignoranza dei sindacalisti del modo come funziona “l’omino”: il nostro referente! – 2° una intensificazione dello sfruttamento (con l’introduzione del WCM - Ergo UAS) pari all’11%, da 133 di rendimento a 144 = aumento della velocità di esecuzione – 3° una diminuzione drastica delle “porosità delle mansioni”, in omaggio al detto giapponese: “il tojotismo è un modello che strizza l’acqua da un asciugamano asciutto”! – 4° una diminuzione della pause contrattate (da 40 a 30 minuti), la pausa mensa messa a fine turno (!). Eccetera. Per non dire il ruolo riservato ai sindacati: gendarmi dell’azienda nei confronti dei lavoratori.
  • Alla fine della fiera uno si aspettava.. del grano in più! E invece ce ne di meno (specie per i nuovi assunti). Alla faccia di Taylor e delle sue teorie: i lavoratori se si vuole che producano di più e meglio vanno incentivati!

Quali comportamenti tra i lavoratori

  • Adesso la frittata è fatta: Marchionne ha voluto un referendum ed è andata come è andata. Si tratta di tentare di capire cosa può accadere nei comportamenti degli oltre 6mila lavoratori che saranno impegnati nella produzione della Panda a Pomigliano. Intanto a me viene il dubbio che il prodotto Panda sia quello giusto. Alfredo Recanatesi su “Eguaglianza e Libertà” dice così che la Panda è un prodotto che ci porterà nuove disgrazie, in quanto essere una new-entry, ergo con scarso valore aggiunto, esposto alla competizione (essenzialmente di prezzi) dei prodotti dei paesi in via di sviluppo, ecc.. io la penso come lui. Sarebbe stato meglio pensare a produzioni con un po’ di valore, con un più di “grasso da spartire”, ecc.
  • E vediamo i comportamenti: una parte, minoritaria, è prevedibile un comportamento di gratitudine, dovuta a fatti soggettivi: il carico familiare, e quindi il reddito, ecc., (si tirerà un sospiro di sollievo), accanto ad un comportamento servile (in FIAT la quota è sempre stata molto robusta);
  • una parte, minoritaria anch’essa, con un comportamento ostile;
  • la maggioranza dei lavoratori è ipotizzabile un comportamento dettato dal bisogno: o mangi questa minestra o quella è la finestra. Quindi un comportamento intriso di rassegnazione e fatalismo; ripeto è con la rassegnazione e il fatalismo (quando con il servilismo) che si intende portare avanti il progetto della “Fabbrica made in Italy”? Marchionne, auguri…
  • e per quelle decine e decine di lavoratori (ci sono sempre in qualsiasi contesto e situazione) che sono portatori di indubbie doti di intraprendenza, di intelligenza, ecc. quale sarà il loro comportamento? È facile immaginare che tutta la loro intraprendenza, intelligenza seguirà inevitabilmente l’obiettivo di ritagliarsi nelle condizioni date, nuovi (anche se limitati) spazi di libertà individuale (magari pure imitabili da altri lavoratori): tutto in culo alla produzione, questo nuovo totem del tojotismo in salsa napoletana!
  • realizzando così il contrario del tojotismo che al di là degli aspetti più negativi (di cui qui non ne parlo, ma che derivano tutti dal particolare contesto giapponese), rimane però una esperienza di vera e propria integrazione abbastanza cosciente dei comportamenti dei lavoratori, un modello che parte dal riconoscimento della intelligenza e della esperienza dei lavoratori, ecc.
  • se la fabbrica è sempre un luogo di formazione dei comportamenti individuali (una scuola), che pessimi maestri ha…
  • meno male che una organizzazione sindacale ha tenuto botta: la FIOM. Proviamo solo a pensare per un attimo, cosa avrebbe potuto accadere se tutti i sindacati (compresa la FIOM) avessero dato il loro consenso al programma di Marchionne. Non oso pensarlo, la solitudine più assoluta in quei comportamenti e la sfiducia totale nella possibilità di difendersi. E non vado oltre…

Il lievito e la merda

  • L’elemento più dannoso per l’attuale sinistra (e anche per i sindacati) è dato da tutti coloro che amano continuamente il “mettere il lievito sulla merda”. Così Pugno una volta (era il 1970) mi aveva interrotto durante una delle mie solite tirate su come stavano male i lavoratori: “co’ ti Marchett” e proseguì tutto in torinese, “anche tu Marchetto ti diverti a mettere il lievito sulla merda, quasi che i “ruscun” abbiano bisogno di sentire da te quanto male stanno loro… ma va a caghè”. Aveva ragione lui. E continuò dicendo: “caso mai devi riportare loro le esperienze positive che nel tuo lavoro di sindacalista qua e là incontri: guardate che dappertutto non è così, io so di aziende dove i lavoratori organizzati hanno saputo portare a casa…”;
  • Domanda: a quando un archivio delle aziende che non sono toccate dalla crisi (o che ne sono poco toccate), dove il padrone fa profitti senza però cavare il collo ai lavoratori?

Vendola

  • Alle questioni di fabbrica non credo proprio che Vendola possa darci una mano: non se ne intende. A me pare che occorra che una intera generazione (quella del sindacato dei consigli, ormai fuori dal processo produttivo per le ovvie ragioni di età) abbia la possibilità di trasmettere la sua esperienza e le sue competenze perché possano essere usate al meglio dagli attuali lavoratori. È un lavoro gigantesco che però qualcuno occorre si presti a fare (io penso alla FIOM) se non si vuole replicare il nostro passato più remoto: la sola ribellione che nell’’immediato può avere come controparti… noi, è già successo!
  • Per il rimanente io penso che Vendola (almeno il suo “racconto”) sia quello che serve all’attuale nostro mondo. È un racconto il suo che a me personalmente non convince del tutto, però lo trovo adeguato ai tempi. Tempi che dicono da parte dell’egemonia del nostro avversario, del cinismo e della pochezza di visione dell’individuo, tutto traguardato al denaro, al successo sul quale scaricare tutta la competitività possibile, in culo a tutti, ecc. ed è un racconto che convince quando si approccia alle questioni della vita, del rapporto con gli altri, del rapporto con la natura, l’ambiente, ecc.
  • Può farcela – auguri e diamoli una mano.

Marchionne: non è un duro, è solo un arrogante, un prepotente…

samiz-ost (osteria) di Gianni Marchetto – 12 Luglio 2010

Premessa

Siamo sul quasi serio, dopo aver letto la lettera ai dipendenti di Marchionne…;

ma come…(?!)

  • Neanche un mese fa il nostro è venuto a Pomigliano e ha trattato tutti a pesci in faccia. Per primi i sindacati: “siete una banda.., ma chi mi rappresentate voi? la banda ancora più larga di lazzaroni che sono i vostri rappresentati! …cosa dite? che è troppo quello che io chiedo? ma voi non avete capito niente… o si fa come dico io o niente, me ne vado in Polonia, me ne vado, chiaro! e la pappa adesso voi me la firmate e in più vi faccio fare io un bel referendum tra i lavoratori”;

e andata come è andata… (vedi i risultati del referendum)


E adesso il nostro che fa? Scrive tutto accorato ai lavoratori, dicendo che lui non ha fatto, lui (poverino), queste regole dell’attuale globalizzazione, lui se le è trovate… che siamo tutti sopra alla stessa barca.. (lui, a quasi 7 milioni di Euro l’anno: questo è stato il suo compenso, vedi i dati del Sole 24ore nel solo 2006, mentre i lavoratori in CIG con neanche 1.000 €/mensili – ma dopo tutto questi sono dei lazzaroni, scansafatiche, sempre in sciopero o in malattia!), …che si tratta di vincere o perire nella sfida della competitività…

e lo fa a frittata fatta, ma non era più sensato che questa procedura la avesse pensata prima? e no! con quei sindacati? neanche da morto: erano da stoppare, punto e basta;

e lo va a dire a degli operai di 3° livello (attualmente in CIG), che quando si lavorerà (speriamo a pieno ritmo) faranno i tre turni per 6 giorni la settimana…

Marchionne, ma sul serio le pensi davvero queste stronzate? Pensi davvero che quelle persone di cui tu vuoi usare il cervello per un milionesimo delle loro potenzialità cerebrali (non lo dico io, lo ha detto il padre della cibernetica N. Wiener nel lontanissimo 1949 nell’”Uso inumano dell’essere umano”), siano le stesse che si devono commuovere per le cose che tu scrivi loro? ma vai a stendere mio caro il Marchionne!;

Marchionne, ma i capi del personale dei vari stabilimenti italiani, tutti muniti di cellulari che registrano giornalmente tutti gli scioperi che avvegono nelle officine della FIAT, non te lo dicono mai che queste fermate al 70% avvengono senza che ci sia un RSU di un qualsiasi sindacato che li promuova – avvengono spontaneamente, tutte per le condizioni di prestazione ormai divenute intollerabili. E cosa succederà con l’avvio della Panda con le linee di montaggio ad un minuto di cadenza? Con l’incremento della velocità di esecuzione di oltre 11% e una riduzione drastica delle “porosità” delle mansioni?

Che lui mai o poi mai ha pensato di scrivere delle regole liberticide, tanto meno sui diritti sulla salute e ancora di più sui diritti costituzionali… e allora perché sta licenziando i Delegati che organizzano la difesa di quei diritti? Ma se è così come dice lui, perché non li toglie di mezzo e apre finalmente una vera e propria trattativa, senza discriminare nessuno?

i lazzaroni assurti in cielo…


E adesso, da “persona a persona” (sempre confrontando i suoi 7milioni di € l’anno contro i ca. 13mila €!) nella lettera fa la mozione degli affetti…

Scusa Marchionne, ma non erano dei lazzaroni (scansafatiche, sempre in sciopero o in malattia)?, guarda che sono sempre gli stessi: uomini e donne, tra di loro ci saranno pure dei lazzaroni, ma ci sono pure di quelli con la schiena dritta, faresti bene a trovare la quadra nel giudizio di questi lavoratori.. per il tuo bene e per il bene dei “tocchi” (le auto che vorrai fargli fare: con la mezz’ora alla fine mensa, con i 18 turni, con i vari recuperi produttivi, con un incremento dell’11,4% sulla velocità di esecuzione derivante dall’introduzione del WCM e Ergo UAS), eccetera….


un

duro cosa avrebbe fatto…


intanto un bel giro di vite tra la gerarchia di fabbrica, per disboscare favoritismi, clientele, ecc.

quindi la scelta di alcuni tra i lavoratori sul serio lazzaroni: quelli dediti da tempo a doppio e triplo lavoro con relativo licenziamento e ludibrio pubblico;

quindi un altro giro di vite verso quei sindacati che in occasione di loro riunioni fanno mancare alla produzione qualche centinaia di persone (?) e una stigmatizzazione a quei partiti che in occasione delle campagne elettorali fanno anche qui mancare alla produzione ca. 1.500 lavoratori (vedi il solo PD con 1.100);

infine (la ciliegina sulla torta), una new-com ergo: licenziamento e riassunzione di tutti sulla base dell’adesione al suo programma;

e invece lui che fa: fa ingoiare (a quelli che ci stanno ovviamente) l’amaro calice e incamera sulle sue posizioni autoritarie e tecnocratiche proprio le organizzazioni sindacali le più servili o quanto meno le più rassegnate – Marchionne, ma dove pensi di andare con il servilismo o la rassegnazione?

Mi viene un dubbio: non è che questi padroni non esistano? In fondo il Marchionne è un “liberal”;

cosa è possibile ipotizzare dei comportamenti di questi lavoratori…


adesso la frittata è fatta. Si tratta di tentare di capire cosa può accadere nei comportamenti degli oltre 5mila lavoratori che saranno impegnati nella produzione della Panda a Pomigliano. Intanto a me viene il dubbio che il prodotto Panda sia quello giusto. Alfredo Recanatesi su “Eguaglianza e Libertà” dice così che la Panda è un prodotto che ci porterà nuove disgrazie, in quanto essere una new-entry, ergo con scarso valore aggiunto, esposto alla competizione (essenzialmente di prezzi) dei prodotti dei paesi in via di sviluppo, ecc.. io la penso come lui. Sarebbe stato meglio pensare a produzioni con un po’ di valore, con un più di “grasso da spartire”, ecc.

e vediamo i comportamenti: una, parte minoritaria, è prevedibile un comportamento di gratitudine, dovuta a fatti soggettivi: il carico familiare, e quindi il reddito, ecc., (si tirerà un sentimento di sollievo), accanto ad un comportamento servile (in FIAT la quota è sempre stata molto robusta);

una parte, minoritaria anch’essa, con un comportamento ostile;

la maggioranza dei lavoratori è ipotizzabile un comportamento dettato dal bisogno: o mangi questa minestra o quella è la finestra. Quindi un comportamento intriso di rassegnazione e fatalismo; ripeto è con la rassegnazione e il fatalismo (quando con il servilismo) che si intende portare avanti il progetto della “Fabbrica made in Italy”? Marchionne, auguri…

e per quelle decine e decine di lavoratori (ci sono sempre in qualsiasi contesto e situazione) che sono portatori di indubbie doti di intraprendenza, di intelligenza, ecc. quale sarà il loro comportamento? È facile immaginare che tutta la loro intraprendenza, intelligenza seguirà inevitabilmente l’obiettivo di ritagliarsi nelle condizioni date, nuovi (anche se limitati) spazi di libertà individuale (magari pure imitabili da altri lavoratori): tutto in culo alla produzione, questo nuovo totem del tojotismo in salsa napoletana! E vaiii! mio caro il Marchionne, lavoro ben fatto, OK Marchionne;

se la fabbrica è sempre un luogo di formazione dei comportamenti individuali (una scuola), che pessimi maestri ha…

meno male che una organizzazione sindacale ha tenuto botta: la FIOM. Proviamo solo a pensare per un attimo, cosa avrebbe potuto accadere se tutti i sindacati (compresa la FIOM) avessero dato il loro consenso al programma di Marchionne. Non oso pensarlo, la solitudine più assoluta in quei comportamenti e la sfiducia totale nella possibilità di difendersi. E non vado oltre…


Realizzando così il contrario del tojotismo che al di là degli aspetti più negativi (di cui qui non ne parlo, ma che derivano tutti dal particolare contesto giapponese), rimane però una esperienza di vera e propria integrazione abbastanza cosciente dei comportamenti dei lavoratori, un modello che parte dal riconoscimento della intelligenza e della esperienza dei lavoratori, ecc.

A NOZZE...

di Gianni Marchetto – 22 Giugno

Premessa

Forse ho capito male io, ma a me pare che l’accordo di Pomigliano bisogna leggerlo dentro una fase del tutto nuova, se no (a mio parere) si corre il rischio di prendere la “vacca per le balle”.

A nozze…

  • Per come conosco io la FIOM specie quella uscita dalla sconfitta degli anni ’80, dentro una fase che è stata solo recessiva (e regressiva aggiungo io), che ha posto i sindacati sempre sulla difensiva, ad arretrare sempre un pochino di più in rapporto al passato… se per caso la FIAT ci faceva la proposta di cui parla Vittorio Rieser, (la ricordo):

1. dunque, parto prendendo per buona l'enunciazione della Fiat, che vuole mantenere Pomigliano (anche a spese dei polacchi... ma su questo non mi soffermo), investendoci su, a condizione che vengano rispettati certi standards di efficienza, qualità, basso assenteismo. Cosa ci si aspetta da un'azienda in questo caso?:

a) che faccia un bilancio critico della post performance su questi tre parametri, e dati alla mano; un bilancio articolato nello spazio (tra diversi reparti e officine) e nel tempo

b) (cfr. assenteismo), perché le performances possono variare tra reparti e nel tempo;

c) che individui le responsabilità dell'eventuale mancato raggiungimento degli standards: nel comportamento dei lavoratori, ed eventualmente del sindacato nella misura in cui può influenzarli o "coprirli"; ma anche nei fornitori e, soprattutto, nella gerarchia di stabilimento per quanto le compete;

d) che individui obiettivi di progressivo miglioramento (ricordate il kaizen?) e le condizioni per raggiungerli;

e) che "faccia i conti" con la gerarchia di stabilimento sugli aspetti che dipendono da questa, facendo le necessarie azioni di "repulisti" o di "energica formazione"; (a suo tempo, Marchionne eliminò l'80% del top management precedente, e a Mirafiori "fece i conti" con alcuni capi corrotti);

f) a questo punto, che si presenti ai sindacati con una proposta di obiettivi e di strumenti per raggiungerli. Ad esempio, un premio di risultato, di stabilimento ma articolato per aree, basato sui 3 parametri di qualità, produttività, assenteismo (quest'ultimo può essere collettivo o individuale, uniforme o legato ai possibili "momenti di picco"). Questa proposta può essere più o meno accettabile a seconda delle posizioni sindacali, e quindi dar luogo a risposte diverse, ma è un terreno serio di negoziazione - su cui, tra l'altro, è non solo legittima ma doverosa una consultazione tra i lavoratori. Si possono anche chiedere, come "segnale di buona volontà", "dichiarazioni di intenti a verbale", anche su aspetti che dipendono in realtà da cause esterne (es. assenteismo per ruoli elettorali).

2. ma la Fiat non ha fatto nulla di tutto questo. Ha presentato una proposta "prendere o lasciare" la cui logica è solo quella del controllo unilaterale dell’azienda su tutti questi aspetti: "ci pensiamo noi". Al sindacato resta il ruolo di gendarme sui comportamenti dei lavoratori, sapendo che, se non riesce a controllarli totalmente, a farne le spese sarà, da un lato, il sindacato stesso, dall’altro anche i lavoratori non responsabili di "comportamenti trasgressivi" (vedi l'abolizione del pagamento dei primi tre giorni di malattia).

Io dico: a nozze andava la FIOM! Visto cosa ha dovuto ingoiare in altre epoche e in altre situazioni produttive.

Sabattini e il referendum

Bisogna riconoscere a Claudio Sabattini di aver voluto con tenacia e forza il voto ultimo su tutte quelle vertenze che mettono in gioco il “destino” dei lavoratori. Non ricordo più la data (forse era negli anni ’90) e neanche la vertenza, in cui disse (questa però me la ricordo bene): “mai più senza il consenso dei lavoratori, mai più un accordo senza la validazione dei diretti interessati”. E chiaramente non era un parto ideologico. Era una affermazione “processata” da un lungo e penoso percorso di scontri con la nostra gente, in occasione di chiusure di vertenze e accordi, quasi sempre a perdere. Era una uscita che faceva drammaticamente i conti con una fase di “resistenza”, ergo: si dava abbastanza per scontato che le avremmo buscate e quindi occorreva rinsaldare il rapporto con i nostri iscritti e con la nostra gente.

Il referendum e la validazione consensuale

  • Non le voglio mettere in alternativa, però è chiaro a tutti la differenza. Nel caso dei referendum la volontà dei lavoratori si esprime unicamente in due occasioni, 1° nella validazione della piattaforma e 2° nelle sue conclusioni. Nel processo di validazione consensuale (teoricamente) sempre. Pare a me che questo processo abbia bisogno di un contesto molto preciso per esprimersi, contesto che ad oggi non esiste più: l’omogeneità dei lavoratori (vedi il fenomeno di diversi contratti di lavoro nello stesso luogo di produzione, la precarietà, ecc.) e l’unità sindacale.
  • Posso anche capire l’obiezione che muove in rapporto al fatto che alla fine della fiera una pratica referendaria può essere benissimo la conferma ex post di pronunciamenti di una maggioranza di lavoratori che possono accettare delle cose anche ributtanti, in contrasto con le linee sindacali, ecc.
  • Per non dire della richiesta padronale nell’effettuarlo in occasione di accordi capestro: o mangi questa minestra o la finestra..
  • Ma detto dei limiti della pratica referendaria, cosa ha fatto più male ai sindacati (e ai lavoratori)? La richiesta di voler fare contare i lavoratori o la pretesa di alcuni tra i sindacati di decidere per nome e per conto dei lavoratori (non mi si venga a dire del ruolo degli iscritti, che non sono mai stati consultati da nessuna organizzazione e mai in nessun momento vertenziale).
  • Credo che in alcuni compagni (del tutto in buona fede) ci sia sempre la preoccupazione per i rapporti tra le OO.SS. che non tra le OO.SS. e i lavoratori. Sommessamente io dico che prima vengono per tutti i rapporti con i lavoratori, se no… ciccia, e per tutti.
  • Basta vedere il 21% di voti alla FIOM in quel di Pomigliano (quando il 17% tra le RSU) e in più la frammentazione di tutte le altre sigle sindacali.
  • Ma cosa vengono mai a dirmi, che il tutto dipenderebbe dall’adesione della FIOM all’accordo. Se la FIAT rimarrà a Pomigliano, se rimarrà nel sud del nostro paese, ciò dipenderà unicamente dalla volontà del padrone. Caso mai se il padronato vuole farsi aiutare dai sindacati deve avere un tutt’altro atteggiamento nei confronti dei lavoratori (che nel bene e nel male sono coloro i quali fanno quotidianamente i “tocchi” che servono per vendere), nei confronti e nel rispetto delle leggi di questo stato, nei confronti delle organizzazioni sindacali, riconoscendone l’autonomia e non volendo ricondurle a gendarmi dei comportamenti dei lavoratori.
  • Ma insomma, io credo che in queste affermazioni vi sia sul serio un giudizio sui singoli lavoratori intesi come i cani di Pavlov usi unicamente a rispondere sulla base di puri stimoli. E no cari miei, i lavoratori sono uomini in carne ed ossa, con un cervello, (magari pieno di cazzate), ma sempre essere pensanti.
  • Quanta ipocrisia c’è nelle posizioni del PD che da un lato è per l’accordo dimenticandosi di essere tra i responsabili dell’assenteismo da elezioni (1.200 sono stati i lavoratori che hanno usufruito dei permessi elettorali per tale partito nelle ultime elezioni!).
  • Ed è pur vero che nelle stesse condizioni dei lavoratori FIAT di Pomigliano ci sono in Italia qualche milione di lavoratori precari e CO.CO.PRO (come dice Sergio Bologna), però questa non è una buona ragione per accettare l’accordo che la FIAT ha presentato.

Integrazione - Ribellione

  • È mia profonda convinzione che il padronato prima mondiale, poi europeo, infine italiano abbia riportato la coscienza civile (anche tra i lavoratori) allo stato “primordiale”: o ti integri o ti ribelli. Di fronte ad un qualsiasi modello consolidato cosa ci si aspetta da un individuo: che si integri o che si ribelli, è questa una tesi affermata dalla psicologia sociale da molti anni in qua, prima negli USA poi in Europa.
  • Qual è stata la causa? Io la individuo in due fenomeni del nostro tempo: il 1° il fenomeno della mondializzazione, che mette alle corde tutti coloro che producono in una competizione sanguinosa (vedi la FIAT in quanto essere la multinazionale più grande del nostro paese esposta direttamente sul mercato con un prodotto maturo ed in eccesso) e 2° un nuovo ceto imprenditoriale (specie in Italia e in questi ultimi anni) di provenienza “popolare”. Il quale nel proprio processo di regressione ha tirato con sé anche una gran parte di lavoratori. Ricordo qui una affermazione di Gramsci: “la classe operaia porta con sé tutti i difetti della borghesia che la comanda”.

È finita la mediazione (sono morti i soggetti che la facevano: il PCI e la DC)

  • I due maggiori soggetti che facevano la mediazioni non ci sono più: il PCI e la DC.
  • Il PCI (ovvero i comunisti impegnati nel sindacato e in tutte le organizzazioni di massa) che mediava sempre tra i lavoratori più radicali (minoritari ma presenti e combattivi) e i lavoratori moderati (la maggioranza). Valga per tutte la stagione dell’unità sindacale negli anni ’70.
  • La DC che aveva persino nel suo DNA la mediazione, dovuta da un lato alla sua “dottrina” di riferimento: la dottrina della chiesa cattolica, molto lontana da quella della sinistra: collaborativa anche con il capitale, però molto attenta ai bisogni del singolo lavoratore al quale riconosceva il diritto di coalizione anche al suo interno (vedi per tutte le figure di Pastore, di Donat Cattin) delle organizzazioni cattoliche, del sindacato (la CISL, le ACLI, ecc.).
  • Ora a me pare che il numero dei lavoratori che votano Lega e Berlusconi non sia per niente diminuito (rispetto a quello che una volta votava DC), solo che (a me pare) che sia cambiato il contesto in cui questo voto si esprime: è un voto singolo che viene dato alla Lega per rabbia, timore, per scaricare lì le proprie ansie, ecc. o per sublimazione nei confronti di Berlusconi che rappresenta il sogno da… avverarsi!
  • Direbbe De Gaulle: vasto programma! Si tratta a parer mio di rifiutare la logica del “o ti integri o ti ribelli”: sono le due facce di unica medaglia, alla fine non cambia nulla. Ma partire dalle prima forma di ribellione: l’indignazione per farla diventare collettiva e provvista di un piano di cambiamento validato.
  • Non oso dire (anche perché ne so poco visto il mio stato di pensionato) cosa fare in termini di strategia sindacale per difendere i lavoratori e riportarli per questa via all’unità tra di loro e i loro sindacati. Converrebbe però discuterne.