sabato 9 ottobre 2010

Cari compagni… non mi avete convinto!

(a margine del convegno sui 35 giorni alla FIAT dell’8 ottobre 2010)

nota di Gianni Marchetto Ottobre 2010

Premessa

  • Bello, interessante e molto partecipato il convegno promosso dalla FIOM Torinese dei 35 giorni alla FIAT di 30 anni fa. Però non mi ha convinto. Voglio dire in pratica che per capire la sconfitta occorre risalire all’indietro di alcuni anni e indagare molto di più la dinamica delle cose che dipesero dalla FIAT e delle cose che dipesero da noi: il sindacato e i lavoratori.

Le cose imputabili alla FIAT

  • La vicenda dell’80 si capisce se si parte dal fatto di considerare la FIAT (e la Mirafiori in particolare) non come una “agorà ateniese”, dove per chissà quale arcano motivo giornalmente veniva abitata da 55.000 persone provenienti da Torino e dalla provincia e che lì si recavano non a discutere, a bisticciare, a fare cortei o contestare i capi o a correre dietro a qualche crumiro, ma bensì un luogo di produzione dove quelle persone erano adibite a fare dei “tocchi”, delle auto che ormai da anni intasavano i piazzali (vedi da anni la perdurante CIG), perché erano dei bidoni, che pochi comperavano.

  • La FIAT e il mercato dell’auto. Dai vecchi compagni da me conosciuti in FIAT avevo imparato a guardare nelle bacheche dell’azienda per vedere le varie offerte che la FIAT operava nei confronti dei propri dipendenti sulle auto che produceva. I compagni mi avevano detto: quando vedi delle offerte sui prezzi delle auto, significa che quell’auto non va bene, non trova mercato.
  • Nella seconda metà degli anni ’70 i vari modelli che la FIAT produsse e mise sul mercato si erano rivelati una serie di “bidoni”: dalla Argenta (mi pare fosse l’ammiraglia), alla 131 (la “Mirafiori”, che altro non era che il rifacimento della vecchia 125 anch’essa derivata dalla 124), alla prima Panda, dov’era troppo sbilanciato il rapporto tra potenza del motore e il peso della vettura – era il vecchio motore potenziato da 495 cc. a 595 cc. della 500 (in più entrava acqua dappertutto). Alla Ritmo, anche qui un profilo di novità per questa vettura, ma anche qui un rapporto tra peso-vettura e potenza del motore del tutto squilibrato. L’unica vettura in attivo con la quale passò il tornante degli anni ’80 fu la 127 (con il vecchio motore della 600 riveduto). Erano tutte cose che si leggevano appunto nelle bacheche della FIAT!
  • Ci fu eccome la pressione del conflitto e la presenza del controllo dei lavoratori e dei loro CdF, ma gabbare questa come il PROBLEMA principale è un po’ troppo.
  • La FIAT era in crisi per una deficienza tutta interna: non riusciva ad avere una strategia vincente sui prodotti. Basta mettere a confronto la Golf della Volskwaghen con la Ritmo della FIAT!
  • La preoccupazione non fu mai troppa per il gruppo dirigente FIAT (e per Romiti in testa) abituato com’era, fin dalla fondazione, a non fare mai i conti con il mercato: tanto ci avrebbe pensato lo stato con la Cassa Integrazione, con le varie commesse che riusciva ad avere in tutta un’altra serie di settori: “dalla terra, al mare, al cielo” come diceva la pubblicità del gruppo FIAT. Ci volle la produzione della UNO per risalire la china. Siamo però al 1982 e il protagonista fu l’Ing. Ghidella, uno che non amava gli operai e tanto meno i sindacati ma sapeva fare il suo mestiere: progettare delle auto e sapeva delle officine.

  • Domanda? Come mai nessuno, dico nessuno tra i partecipanti al convegno, ne di parte sindacale, ne di parte FIAT (Annibaldi) ne da parte di studiosi (di che, poi..?) ha fatto cenno a questa questione che secondo me è tra le principali di una azienda che per stare sul mercato deve saper fare dei prodotti che siano apprezzati e quindi venduti? Ed è vero o no che questa è stata la questione centrale della ristrutturazione che la FIAT ha chiesto con la procedura dei 14mila licenziamenti (dopo divenuti 23mila in CIG)? La stessa cosa è accaduta ad un analogo convegno durante la festa nazionale del PD nel dibattito intercorso tra gli altri tra il Dott. Callieri e la Susanna Camusso.

  • Assenteismo e inidonei. Si veniva da anni di blocco del turn-over, rotto appunto dalla entrata in fabbrica di circa 9.000 persone, frutto della applicazione della mezz’ora di mensa pagata e questo metteva in luce delle contraddizioni oggettive che questo comportava: una nuova radicalità nel comportamento di queste persone, che si esprimeva da un lato nel rifugio dell’assenteismo o nella CIG ordinaria, e nelle forme di lotta che si espressero specie in dirittura di arrivo della conclusione del contratto del ’79. Ci sono compagni che tesero a dire che la scelta di portare i lavoratori per le vie della città fu da un lato motivata dalla esigenza di farla vedere quella lotta, che ormai per le ore spese si faceva pesante, e dall’altra perché così facendo si portavano via gli “scalmanati” dalle officine con quello che avrebbe significato mantenere in fabbrica tutto il malcontento degli operai. Si tenga presente il periodo in questione fatto di periodici attacchi delle formazioni terroristiche. Era un periodo molto delicato, era ancora di là da venire il periodo della crisi di queste formazioni.
  • D’altra parte come poteva essere diverso il comportamento di questi giovani ragazzi e ragazze? lo schema si ripeteva: o integrazione o ribellione, ed è evidente che una parte era su posizioni di “ribellione” rispetto alla realtà della grande fabbrica, per motivi del tutto comprensibili, le lotte avevano parzialmente cambiato la realtà di quelle officine, ma da cessi quali erano negli anni ’60 non erano diventate dei “giardini fioriti”. Come negli anni ’60, c’era chi per poter essere presente al lavoro al 1° turno alle 6 del mattino doveva alzarsi alle 4,30 o prima, se abitava fuori Torino (ad Asti per es.), e a questa ribellione portava in dote la propria esperienza maturata in precedenza chi nella scuola chi nella città. Antonioni, Delegato della Meccanica racconta un episodio di un corteo capeggiato da questi giovani che inneggiavano alla Cassa Integrazione!
  • Io azzardo questa ipotesi: alla fine degli anni ’70, in occasione delle assunzioni derivanti dall’applicazione della mezz’ora, la FIAT cambia la sua strategia in merito al riconoscimento delle inidoneità tra i lavoratori. Intanto bisogna sapere che erano anni in cui non assumeva più, quindi si ha una classe operaia abbastanza anziana e.. provata nel fisico. E cosa accade: che mentre prima uno per avere la inidoneità doveva brigare non poco e se del caso doveva essere spalleggiato dal suo Delegato, adesso sono i capi che si fanno fuori un sacco di lavoratori e tra questi anche qualche “rompicoglioni” facendoli dichiarare “inidonei”. E cosa succede: succede che il numero diventa così imponente che sono decine per officina che non fanno niente e che stazionano nei ristoranti a giocare a carte. Per cui prima, alla vista di pochi inidonei, il rimanente dei lavoratori provava un sentimento di compassione e solidarietà, adesso si incazza pure: “ma questi qui sono qui giocare alle carte e io sono giù a farmi il mazzo!” – non può essere la prima rottura di solidarietà tra i lavoratori? Immediatamente dopo parte la campagna contro l’assenteismo.
  • E così il sottoscritto chiamato dal compagno Caputo Antonio (detto il “terribile”) va a fare una riunione in Carrozzeria e ad alcuni compagni del CdF suggerisce di fare una delegazione di operai inidonei dal capo del personale per andare a chiedere un posto di lavoro, ovviamente adatto alle inidoneità di ciascuno (per esempio su una linea con saturazioni ridotte o su postazioni fisse). Vanno e tornano con le pive nel sacco. La FIAT ha risposto di no, prendendoli anche per il culo: “ma che volete andare a lavorare?” Da chi venivano sostituiti questi lavoratori? dai nuovi assunti, che venivano quindi messi nei posti di lavoro pesanti, nei posti di lavoro che avevano nel tempo causato le inidoneità. Ragazzi e ragazze giovani alla loro prima esperienza lavorativa. Tutto detto! In molti casi la risposta cosa fu? rifugiarsi nell’assenteismo.

  • Questo dalla parte nostra: i lavoratori e il loro sindacato. Ma anche la FIAT aveva un problema grande come una casa (ne ha fatto cenno Annibaldi nel suo intervento): nonostante l’ingresso di migliaia di lavoratori non vedeva nessun aumento sensibile di produzione, quindi (lei, la FIAT) denunciava una perdita secca di produttività. Questa diminuzione di alcuni punti venne denunciata in una riunione resa non pubblica (di cui conservo documentazione) con i vertici della FLM di Torino e nazionali. In questo confronto la FIAT espresse la sua opinione in merito ad una ripresa della produttività tutta a scapito dei lavoratori: incrementare le saturazioni e diminuire le pause di tutti gli addetti alle produzioni di serie. Quindi la questione dei diritti e delle regole del gioco come si vede è roba vecchia.
  • Da discussioni da me fatte con alcuni compagni che erano stati presenti a tale riunione capii che i compagni si limitarono ad ascoltare la FIAT e ad esprimere il loro parere contrario alle proposte della FIAT. Non ho nessun ricordo al riguardo di una qualchessia discussione di merito sul problema sollevato.
  • E sì che l’incontro si sarebbe prestato ad un approfondimento di merito sul problema della produzione, dei prodotti e perché no di produttività (come ho detto prima quasi tutti “ciucchi” salvo la 127), dell’OdL e più ancora del rapporto tra la FIAT e i lavoratori e di un bilancio (mai fatto) di un decennio di protagonismo, di lotte dei lavoratori della Mirafiori.

Annibaldi, il contratto nazionale e la contrattazione articolata

  • Annibaldi ha espresso la sua predilezione per la contrattazione di azienda, dicendo che su questo punto la divisione tra i vari soggetti è ferma al 1963. Sarà fermo lui. Non lo era certamente Trentin, la FIOM e la CGIL che proprio in quegli anni, facendo proprie alcune anticipazioni fatte dalla CISL e dalla FIM negli anni precedenti manda a sintesi i due corni del problema: la contrattazione articolata è necessaria per portare avanti il contratto nazionale e per sperimentare in alcune realtà accordi innovativi che troveranno poi la sanzione nel contratto nazionale.
  • Se fosse vera l’affermazione di Annibaldi non si capirebbe lo scontro sempre accesissimo dal ’68 in poi nel fare accordi, nel rispettarli da parte delle gerarchie. Cosa questa che richiedeva sempre lotte molto accese.
  • Di più: se fosse passata la tesi del sottoscritto che era contrario alla presentazione della vertenza del ’77 insieme a Massimino delle Fonderie e Fucine e a Fabio Carletti dell’IVECO, (avemmo modo di dirlo in una delle prime riunioni del Coordinamento Nazionale della FIAT fatta a Torino in un cinema, presente Mattina della UILM), io vorrei aver visto all’opera l’Annibaldi nel prestare attenzione a ben 11 piattaforme quante erano le holding che la FIAT nel ’75 fece per mettere ordine ai conti che non tornavano sui costi di produzione delle sue auto (istituì anche i Centri di costo per ogni spezzone del ciclo): tali costi in precedenza erano fatti tutti su delle stime molto approssimative.

  • A me pare che un “errore capitale” della FLM fu paradossalmente le vertenza “mostro” del ’77 (così la definisce giustamente Adriano Serafino) con ben 330 richieste, riguardanti tutti gli stabilimenti del mondo!
  • Di più: fu un vero “esproprio”, nel più puro stile taylorista, che vuole la direzione (sindacale della FLM) che pensa e i Consigli che eseguono. Agli uni (la FLM) la strategia, agli altri (i Consigli e i lavoratori) il combattimento. Quando era ormai matura l’occasione di far misurare ogni realtà produttiva delle Holding FIAT con i coordinamenti dei CdF appunto per ogni Holding, cosa questa resa possibile dalla esperienza del ’75 sulle “mille vertenze” che vide il protagonismo dei CdF. Ovvero parafrasando Norbert Wiener che nel 1949 scrisse un saggio su “L’uso inumano dell’essere umano” dove dice “che è una degradazione della condizione umana legare un uomo ad un remo come sorgente di energia (il riferimento è al mondo antico, schiavistico), ma è altrettanto degradante segregarlo in una fabbrica e assegnarlo a un compito meramente meccanico che richieda meno di un milionesimo delle sue facoltà cerebrali". Anche noi (magari non volendolo) abbiamo utilizzato poco le teste dei nostri Delegati e Consigli.
  • Di più ancora: andare a misurare quote di salario legate ad indici di produttività per ogni singolo spezzone di processo produttivo.
  • Macché: ma quale era quel dirigente dell’allora FLM che avrebbe mai fatto una operazione del genere, quando ognuno voleva passare alla storia come il protagonista di una vertenza generale con la FIAT!

I Delegati e la FIAT

  • A livello formale (dagli accordi) ne viene che la FIAT non riconobbe mai i Delegati e i Consigli. Nel 1972 nella mia officina il Direttore di stabilimento mi fece togliere lo striscione sindacale che indicava la sede del consiglio di fabbrica dicendomi che potevo mettere fuori quello delle “Rappresentanze Sindacali Aziendali”. Infatti la FIAT riconosceva le RSA con monte ore e potere negoziale (mai chiarito fino in fondo) e gli Esperti con monte ore senza potere negoziale. Infatti nei Comitati Ambiente, Cottimi e Qualifiche c’erano solo delle RSA e all’inizio se volevi discutere di carichi di lavoro doveva esserci il Comitato Cottimi viceversa per gli altri Comitati.
  • Ovviamente nella pratica concreta noi riuscimmo a ribaltare tutto ciò, ma al dunque era precisa la linea della FIAT sul riconoscimento dei Delegati e dei CdF. A differenza di parecchie altre aziende del Torinese dove (solo in azienda) si erano fatti degli accordi sui Delegati e sui CdF.

Il Delegato è tale se rappresenta la prestazione dei lavoratori

  • Così ha detto Landini il 28 di Settembre a Torino in occasione del Seminario sulla Rappresentanza, così ha ripetuto Rinaldini l’8 di ottobre. Così l’ho sempre pensata anch’io.
  • Ma è sempre stata così? A me non pare proprio. Su ca. 800 Delegati della Mirafiori una parte era di questa natura ed erano trasversali a tutte le organizzazione sindacali che componevano la FLM, ma un’altra parte prima della prestazione lavorativa rappresentava (o aveva la presunzione di rappresentare!) la propria parte politica che fosse: il PCI, il PSI, i pochi della DC, i parecchi dei gruppi extraparlamentari.
  • È evidente (almeno per me) che se si vuole rappresentare la “prestazione lavorativa” occorre che tale prestazione venga conosciuta, interpretata, difesa e migliorata attraverso accordi, normative, leggi e contratti, e quando occorre esercitando il naturale conflitto.
  • Dov’è che ciò si apprende? Imparando per imitazione da altri più esperti, nel non aver timore nel fare “figure di merda” con i tecnici della controparte, nel partecipare a corsi di formazione, a leggere e studiare e far di conto, ecc.
  • Ma a chi poteva interessare tutto ciò se sempre ogni accordo veniva definito rinunciatario o “bidone”? quale era l’incentivo alla applicazione di accordi che (alcuni) definivano “bidoni”? o ad altri sempre saccenti nello spiegare quanto bello e potente era il PCI e non sapere quasi nulla su: la differenza tra una declaratoria, un profilo professionale, una esemplificazione (se si vuole parlare di qualificazione) – o su una saturazione e un bilanciamento (se si vuole parlare di carichi di lavoro) per non dire cos’è il 133 di rendimento – o cosa sono i 4 gruppi di fattori di rischio (se si vuole parlare di ambiente di lavoro) – o sapere leggere la busta paga (se si vuole parlare di salario diretto, indiretto e differito), eccetera.
  • Io c’ero in quegli anni e posso assicurare che l’ignoranza era tanta specie per gli ultimi eletti tra i Delegati ed era pure crassa specie tra gli ultimi funzionari arrivati in 5° lega.

Il bilancio silenzioso di massa

· Alzare l’asticella. Credo sul serio che la mancata gestione degli accordi FIAT e dei Contratti sia stata l’autentico “delitto” che abbiamo perpetrato nei confronti di gran parte dei Delegati e della gran massa dei lavoratori specie tra quelli più moderati (ricordo qui che il secondo partito dopo il PCI alla Mirafiori tra gli operai per tutti gli anni ’70 fu la DC!). Nei fatti ha prodotto una incredulità diffusa che ha portato la maggioranza dei lavoratori a valutare con sempre maggiore attenzione (e sospetto) i risultati salariali e metterli sempre a confronto nel rapporto tra le ore di scioperi spesi e i risultati ottenuti e siccome le ore spese erano sempre una enormità, specie per le ricorrenti “andate alle porte” (volute per farla finita e incentivate dalla FIAT), il risultato era sempre deludente. Per cui alla fine della fiera invece di interrogarsi sul perché della delusione operaia si rilanciava “alzando l’asticella” e…. avanti popolo!

· La perdita di autorità delle gerarchie di fabbrica è un fatto che incide nella coscienza di parecchi lavoratori, specie tra coloro i quali hanno un atteggiamento subordinato se non addirittura servile nei confronti di questa. Paradossalmente sta maturando anche tra fasce di lavoratori l’esigenza di “ordine e disciplina”. La FIAT è molto cosciente di questo processo, ha le orecchie sempre in ascolto. E lo sfrutta. Lo sfrutta al meglio in occasione della vicenda dei “61” (licenziati “perché fiancheggiatori delle formazioni terroristiche”, cosa risultata non vera al processo): mettere alla gogna il “mostro” per poter raccogliere il favore di questi lavoratori.

· Ordine e disciplina che facevano il paio con un’altra esigenza: quella di farla finita con gli scioperi ricorrenti, con le relative mandate a casa da parte della FIAT, che sommate alla perdita di salario per la CIG ordinaria, non permettevano mai di avere un mese “normale” di salario.

· In pratica si può dire che la maggioranza dei lavoratori FIAT era in corso un “bilancio del tutto silenzioso” della loro presenza ed esperienza fatta nella grande fabbrica, ed era un bilancio molto critico in quanto misuravano una doppia disillusione: quella da giovani venuti speranzosi nella grande città a Torino che li aveva accolti male, da matrigna, immediatamente la grande fabbrica, ancora peggio e dopo aver dato il meglio di se, la propria gioventù, al sindacato, alla politica, al movimento si ritrovavano è vero con maggiori diritti, ma sempre con poco salario, e con le speranze di gioventù abbastanza deluse.

· E noi (sedicenti avanguardie) peccammo (chi in maniera maggiore o minore) di presunzione, 1° che gli uomini e le donne della fabbrica fossero tutti come noi: pane e politica e 2° di una grande arroganza e prepotenza, non solo contro le gerarchie di fabbrica (che in gran parte se lo meritavano) ma nei confronti della nostra coalizione, la più debole, la più indifesa, diventammo settari (ricordo di nuovo la presenza del secondo partito, la DC, tra gli operai).

· Io così la pensavo allora e così la penso ancora, oggi forse con maggiore consapevolezza. Queste sono in sintesi le vere cause della nostra sconfitta. Poi ci sono le cose di quadro generale (ben descritte da Tonino Lettieri) che al sottoscritto allora impegnato nella quotidianità erano del tutto sfuggite. Ma vedo che oltre che a me sono sfuggite a studiosi o a persone che erano pure pagate per ricercare e riportare.

Il grande assente: la codeterminazione

  • Alla Festa della FIOM di Torino, ho ascoltato il ragionare del mio amico Sergio Chiamparino, il quale, memore della sua breve permanenza nella CGIL Piemontese all’epoca di Claudio Sabattini ha fatto il seguente ragionamento: “perché voi della FIOM che avete elaborato (con Sabattini) fin dalla fine dagli anni ’80, la strategia della Codeterminazione, della codecisione, adesso in piena crisi, in pieno conflitto, in piena divisione, non ne fate di nuovo la vostra bandiera?”.
  • Il sottoscritto negli anni ’90 in piena linea della “partecipazione” ha fatto parte per 2 anni di una commissione nazionale su Salute e Sicurezza del Gruppo FIAT. A me è servito un sacco fare parte di quella Commissione Paritetica, perché… ho girato mezza Europa, in Francia, in Germania, in Inghilterra, su aerei e spesato dalla FIAT a fare che? Chiacchiere! Non credo che le decine di riunioni fatte, i viaggi, le spese sostenute (dalla FIAT) siano servite a diminuire un infortunio o aumentare il benessere dei lavoratori dei quali sempre si parlava. Vedi il mio stupore di trovare nel 1994 durante un corso di 3 giorni sull’ambiente di lavoro a Melfi, quasi 200 ernie al disco conclamate, nella “stalla modello” della FIAT SATA! Mi si dirà, però era una Commissione Nazionale… bene per favore parlare con le RSU che hanno fatto l’esperienza delle varie Commissioni di Partecipazione.
  • Tra l’altro ho avuto l’avventura di seguire anche in parte l’esperienza della Zanussi di Mel e di Belluno. Quali erano i comportamenti dei nostri compagni impegnati nelle Commissioni? I più smaliziati andavano, ponevano dei problemi e a fronte del fatto che i “tecnici” lì presenti li guardavano con un sorrisino di compatimento, sceglievano di non andarci più. Chi ci andava beveva il tutto fatto di interminabili lezioni con chili e chili di slide alla lavagna luminosa sull’universo mondo.
  • A parte la mia contrarietà a questa strategia, io voluto farmene carico, anche perché fu vincente nei congressi della CGIL. Lo dicevo allora (ed ero uno che aveva toccato con mano la vicenda) e lo dico ancora desso: se si vuole competere alla pari con il modello padronale bisogna però avere possesso di un proprio modello, quello derivante dal meglio dell’esperienza dei lavoratori, se no alla fine si beve e… abbiamo bevuto e parecchio, quando, specie nelle piccole e medie aziende il tutto si è tramutato in forme di “collaborazionismo”. Quanta formazione in proprio il sindacato ha fatto su quella partita. Pochissima e tutta appaltata a vari tecnici, che ripetevano stancamente le stesse cose dei tecnici delle aziende.
  • Vale la stessa cosa per le “regole del gioco” (giustamente) invocate ad ogni piè sospinto dalla FIOM, da Rinaldini prima, ora da Landini, da Airaudo, ecc. Sono completamente d’accorso con loro: occorre avere una legge sulla rappresentanza, occorre far votare i lavoratori, ecc.
  • Domanda: ma chi ci dà la codeterminazione, la codecisione, la partecipazione, le nuove regole del gioco? In un periodo come questo, da soli come cani, con una crisi feroce, con il sindacato spaccato che più non si può.
  • Io così la penso: “la stragrande maggioranza del padronato italiano, sente solo una pedagogia sociale fatta di un corteo, con il capo del personale in testa con un bandiera rossa in mano e.. una volta ogni tanto un calcio nel sedere”. Io vorrei che il conflitto avesse una veste un po’ più matura, civile (sono sempre stato un moderato e un timorato de buon dio) – però per volerla bisogna essere come minimo in due.
  • Sono basito, perché di un argomento su cui ci si è divisi in un congresso (quello del ’92) tra i sostenitori della codeterminazione (Sabattini ed altri) e Perini, io e altri (di Essere Sindacato) contrari perché una giusta elaborazione prendeva piede non in presenza di un conflitto vincente, ma di un arretramento del movimento, non se ne parla mai. Anzi chi ne ha parlato con accenti autocritici è solo stato Annibaldi. Certe volte la storia!

Alcuni allegati

Quale ipotesi di persona in Italia, dopo l’accordo di Melfi nel 1993

Periodo

La selezione

La situazione

Le conseguenze (esempi)

Anni ’60

Con la piena occupazione

L’uomo medio senza la contrattazione

Nei diretti i sani, negli indiretti gli inidonei

Anni ’70

Con l’inizio della crisi

L’uomo concreto con la contrattazione

Le linee dedicate con la contrattazione

Anni ’80

Con la crisi

I robot, senza la contrattazione

Cassino

Anni ‘90

Con un esercito di riserva (in più precario)

L’uomo combattente con il Kayzen

Melfi = 3 turni, 164 di rendimento, dai 20 ai 45 anni

Situazioni a confronto

a Torino nel 1974

A Melfi nel 1994

Una selezione di 1 su 2-3, puramente a carattere fisiologico = non importa che tu sappia pensare (modello Taylorista = chi pensa e chi esegue);

Una selezione di 1 su 8-10, a carattere fisiologico ma anche psicologico: devi saper pensare, però in maniera omogenea alla fabbrica integrata, snella;

Selezionato per fare i 2 turni di 40 ore su 5 giorni la settimana;

Selezionato per fare 3 turni per 7 ore e 35’ al giorno, per 6 giorni la settimane (almeno per alcune settimane al mese):

Selezionato per lavorare a 133 di rendimento con 40 minuti di pausa giornaliera (tutti pagati dalla FIAT);

Selezionato per lavorare (nella stalla modello), a 164 di rendimento, con 20’ pagati dalla FIAT e 20’ pagati dal lavoratore;

Selezionato da giovane per lavorare in linea (nell’ipotesi taylorista dell’uomo medio), da vecchio/inidoneo in preparazione, ecc.

Nella ipotesi della “lean production”, della fabbrica snella, l’uomo medio e i posti conseguenti non esistono più, e si afferma l’uomo combattente;

Se la salute ti accompagna, assieme alle fortune della tua azienda, puoi aspirare di andare in pensione verso i 60 anni;

Con quanto descritto sopra si rivela una nuova ipotesi di uomo che va dai 20 ai 45-50 anni, dopo di che…

E alla FIAT di Pomigliano, nel 2010, quale persona?

Quindi il “degrado” nella contrattazione è di antica data.

martedì 5 ottobre 2010

Riflessioni di un pensionato

Nota di Gianni Marchetto - Ottobre 2010

Il Comportamento

• Capace che mi sbagli. La crisi feroce in corso, gli ultimi provvedimenti e avvenimenti (vedi il caso Pomigliano, la disdetta del contratto, ecc.) a me pare siano di una velocità inusitata, accelerano il dislocarsi, su un nuovo posizionamento, dei comportamenti diffusi del “nostro popolo”.
• La parte prevalente credo sia ormai dentro una sostanziale rassegnazione, un fatalismo: “va così, cosa ci vuoi fare”, o qualunquismo “sono tutti uguali” (è più semplice non prendere parte).
• Da un’altra parte abbiamo dei comportamenti di resistenza (vedi gli operai sui tetti, gli scioperi della fame, il no degli operai di Pomigliano, le attuali manifestazioni dei precari della scuola, ecc.).
• Una fetta (anche se minoritaria) è su comportamenti di “ribellione”, quando non di sabotaggio, di non collaborazione, di uso della propria intelligenza e intraprendenza per ritagliarsi nuovi spazi di libertà individuale (tutto in culo alla produzione), ecc. è questo un fenomeno certamente presente, pochissimo conosciuto, a cui dare il massimo di attenzione.
• E una parte (comprensiva delle altre due) sta entrando un un’era fatta di “incubi”: l’anziano/a che da mesi non riusciva a chiudere il mese, ovvero quello che si vede finire il gruzzolo che aveva in banca dovuto al fatto di dare una mano al figlio/a in difficoltà, il dipendente che vede a settimane la fine della CIG, la donna presa dal lasciare il lavoro o tirare fuori il grano per i figli che non hanno più la possibilità del dopo scuola, il precario, e un via disgraziando molto lungo.
• Si potrebbe dire (come nel film) “Non aprite quella porta”. Una porta che va verso un universo di disgrazie, di veri e propri incubi quotidiani, però… da quella porta possono uscire (inaspettatamente) anche delle sorprese…

Con chi se la prenderanno

• La domanda da porsi è la seguente: i fenomeni di ribellione (che ci saranno, così come in altre epoche ci sono sempre stati) con chi se la prenderanno? Io dico, con i CONTIGUI 1° quelli che sono in un gradino più basso 2°con NOI! Perché? Perché noi non facciamo altro che disgraziare sulla loro condizione fino al punto di stufare i nostri interlocutori, che una parte non ci ascolta più (e magari ci nega pure il voto), un’altra rispetto al fatto delle disgrazie che noi giornalmente enunciamo, non facciamo alcunché per metterci una pezza: ci diverte un sacco mettere il lievito sulla merda (così come una volta mi disse Pugno)!
• Il tutto per confermare una vecchia tesi della Psicologia Sociale di marca americana (mi venne detta dal mio maestro Ivar Oddone nei primi anni ’70), la quale vuole che di fronte ad un modello consolidato: la famiglia, la tribù, la religione, il taylorismo, il capitalismo, (il socialismo), cosa ci si può aspettare dal comportamento di un individuo? Che si integri o che si ribelli!

Due volantini e una manifestazione

• Cosa fare. Se non si vuole essere pizzicati in mezzo, o al massimo parteggiare solo osservando tali fenomeni, occorre promuovere la ribellione, darle degli obiettivi, scegliere le finestre giuste dove tirare i sassi, non perdersi dietro la servitù (Bonanni o Schifani): al cuore Ramon (come in quei film western).
• Un pacchetto di volantini (purtroppo piccolo) dove si elencheranno i nomi di quei padroni che pur facendo profitti non cavano il collo ai lavoratori e andare ad affiggerli nei portoni di casa di questi, fargli una “pubblicità progresso”.
• Un altro pacchetto di volantini (molto, molto più robusto) dove si elencheranno i nomi di tutti quei padroni (con relativo reddito annuo) che invece sono la causa delle disgrazie nostre. E andare ad affiggerli sempre davanti ai loro cancelli di abitazione, oltre che davanti alle loro aziende e se sappiamo in che parrocchia vanno a Messa, andare la domenica mattina davanti alle parrocchie a distribuire i volantini: fargli sul serio la “pubblicità regresso” – es. nel quadrilatero romano, vicino a Porta Palazzo, c’è un concentrato di lavoro in nero pauroso.
• E va bene la manifestazione del 18 a Roma, però (cristo!) bisogna mettere in piedi in tutta Italia un movimento che almeno una volta al mese porti la nostra gente sotto “le finestre giuste”: in Via Vincenzo Vela 9 (all’Unione Industriali) e davanti a tutte le altre sedi dei “datori di lavoro” (e di precarietà, di CIG, di licenziamenti e via disgraziando).

La FIAT

• La differenza tra Valletta e Marchionne per me è abbastanza chiara.
• Valletta aveva vinto (in quel suo tempo) perché aveva proposto (con le buone e le cattive) un progetto di miglioramento per i “suoi” lavoratori: la garanzia dell’occupazione (dovuta ad un ciclo espansivo e con il privilegio del mercato Italiano), il welfare aziendale, migliori condizioni salariali (sempre per i “suoi”), ecc. In cambio: “qui si fa come dico io, la politica fuori dai miei cancelli”.
• Da notare in una epoca contraddistinta dall’ingresso in fabbrica di nuove tecnologie e nuovi modi di lavorare (per tutti la catena di montaggio), però a fronte di una intensificazione dello sfruttamento sulla prestazione di lavoro aveva pure previsto e attuato forme di pagamento incentivanti: in omaggio al taylorismo che vuole sì un individuo che non pensa, però incentivato. Tra le tariffe di cottimo, il premio di produzione di stabilimento, le paghe di posto, il disagio linea, ecc. eravamo a cifre abbastanza robuste in busta paga (se non ricordo male ca. il 15-20% del totale);
• Marchionne usa a mani basse la crisi del suo prodotto (l’auto) per ricattare e torchiare 1° i lavoratori e 2° per introdurre nel panorama italiano (per primo in Europa?) una regressione che va oltre il conosciuto e il pensato. E lo fa in cambio di niente. È inutile che mi si dica che in cambio lui offre il lavoro, l’occupazione. Lui non è in grado di garantire tutto ciò a partire dal fatto che lui produce un oggetto che fa a pugni ormai con la divisione del lavoro a livello internazionale che proprio lui (e altri come lui) ha incentivato in tutti questi anni. Chi era a dover tentare un’altra via nella produzione di mezzi di mobilità sia a livello collettivo che a livello individuale? Chi se non lui. E chi se non lui in un contesto come quello italiano fatto di città che risalgono al Medio Evo quando nelle stesse città passavano i cavalli e i carretti. Ha ragione Guido Viale quando afferma l’esigenza di una uscita da questo modello di produzione e di mobilità.
• Per non dire l’esatto contrario di quello che fece il Valletta a livello di fabbrica, per Marchionne: 1° i 18 turni di lavoro con il lavoro notturno. Ricordo che gli umani sono dei bipedi diurni che durante il sonno hanno ben 9 parametri fisiologici che diminuiscono, per permettere il recupero della attività svolta durante il giorno – si chiamano i cicli circadiani. Devo dire però che questa del lavoro notturno è una pecca che risale ai decenni precedenti, frutto di una crassa ignoranza dei sindacalisti del modo come funziona “l’omino”: il nostro referente! – 2° una intensificazione dello sfruttamento (con l’introduzione del WCM - Ergo UAS) pari all’11%, da 133 di rendimento a 144 = aumento della velocità di esecuzione – 3° una diminuzione drastica delle “porosità delle mansioni”, in omaggio al detto giapponese: “il tojotismo è un modello che strizza l’acqua da un asciugamano asciutto”! – 4° una diminuzione della pause contrattate (da 40 a 30 minuti), la pausa mensa messa a fine turno (!). Eccetera. Per non dire il ruolo riservato ai sindacati: gendarmi dell’azienda nei confronti dei lavoratori.
• Alla fine della fiera uno si aspettava.. del grano in più! E invece ce ne di meno (specie per i nuovi assunti). Alla faccia di Taylor e delle sue teorie: i lavoratori se si vuole che producano di più e meglio vanno incentivati!

Un ricordo della mia gioventù

• Era il 1962, avevo 20 anni, era il tempo del rinnovo contrattuale dei meccanici. Abitavo a Rivoli, lavoravo alla Castor di Cascine Vica (una azienda che produceva lavatrici). Giorno di sciopero, naturalmente lo facevo, anche se non mi interessava il perché, bastava ci fosse per starmene a casa. Sono quasi le 2 del pomeriggio, sono con altri miei amici al bar, passa di lì il “Biso” (fratello del (“Moro”). Era questi un mio coetaneo, lui però di famiglia da sempre comunista (lo conoscevo dal paese Taglio Di Po da dove arrivavamo), a differenza di me lui politicizzato, il quale ci fa: “sa, venite con me” e noi “dove?”, “a fare un po’ di casino” risponde lui. E noi immediatamente tutti con lui sul filobus che ci porta in quel di Cascine Vica, smontiamo, e a piedi andiamo nella zona industriale e ci fermiamo vicino ad una fonderia (da sempre piena di crumiri) e vediamo che lui raccoglie da terra dei sassi (e noi con lui) e facciamo per lanciarli verso delle vetrate che davano sulla strada, al che… sentiamo un grido alle nostre spalle “uelà bruta banda, banda d’piciu, co’ feve lì” (brutta banda, banda di coglioni, cosa fate lì) era Pinot Piovano, ex partigiano, licenziato dal Cotonificio Valle Susa, ora funzionario della CGIL (mi aveva iscritto l’anno prima alla CGIL), il quale proseguì tutto in torinese “se avete intenzione di tirare i sassi, almeno tirateli nelle vetrate giuste, piciu, non vedete che quelle lì sono quelle degli spogliatoi degli operai, banda d’piciù” e se ne andò cristonando.
• Da quel giorno ho imparato a scegliere sempre la finestra o la vetrata giusta. Ora, è di questi ultimi tempi, io so che la scelta della vetrata è divenuta complicata, però non serve semplificare il tutto, diventa tropo comodo.

Un confronto, una differenza tra due generazioni

• La mia generazione, almeno una fetta, era particolarmente “cattiva”. Portava con sé i ricordi, magari dei padri, delle lotte contadine: bruciare o dare l’assalto al municipio, ecc. e individuava nel regime da caserma della fabbriche della fine degli anni’ 60, primi anni ’70, i vecchi latifondisti e con il magro salario non riusciva mai ad agguantare i prodotti che giornalmente vedeva nelle vetrine dell’UPIM o della Standa, e si incazzò di brutto.
• Era, a differenza dell’attuale generazione anche molto meno scolarizzata, chi partecipava alle lotte diventava un settario, disprezzava il crumiro e via andando. Una parte poi, sbagliando clamorosamente, divenne così settaria che perse ogni pazienza non solo con i tecnici e gli impiegati, ma anche con i lavoratori più moderati (si pensi alla Mirafiori dove tra gli operai per tutti gli anni ’70, il secondo partito fu sempre la DC), un po’ arrogante e prepotente. Una parte lottava molto, però studiava poco, e fu parte della causa di perdita delle alleanze all’interno del mondo del lavoro.
• L’attuale generazione ha dalla sua oltre che una più alta scolarità, anche un certo disincanto, è meno ideologizzata, meno settaria e un eccetera lusinghiero, però… non ha un briciolo di cattiveria, ovvero la cattiveria la sfoga nello sport (sono tutti ultras), o nell’ambito scolastico attraverso il “bullismo” e, mi pare, che di fronte ai soprusi che riceve accampa sempre dei: però… ma sai.., ecc.
• Miei cari, è la situazione, è la fase (direbbe Altan con l’ombrello in quel posto) che ci deve far diventare un po’ cattivi. O no? In caso contrario gireremo (girerete) sempre con l’ombrello infilato.

• Io così la penso: “la stragrande maggioranza del padronato italiano, sente solo una pedagogia sociale fatta di un corteo, con il capo del personale in testa con un bandiera rossa in mano e.. una volta ogni tanto un calcio nel sedere”. Io vorrei che il conflitto avesse una veste un po’ più matura, civile (sono sempre stato un moderato e un timorato de buon dio) – però per volerla bisogna essere come minimo in due.
• E qui ritorna allora il protagonismo di questa nuova generazione che deve diventare un po’ (mica tanto) più cattiva, ovviamente con chi se lo merita, individuando le vetrate giuste: prima di tutto i padroni del vapore.