Nota di Gianni Marchetto - Ottobre 2010
Il Comportamento
• Capace che mi sbagli. La crisi feroce in corso, gli ultimi provvedimenti e avvenimenti (vedi il caso Pomigliano, la disdetta del contratto, ecc.) a me pare siano di una velocità inusitata, accelerano il dislocarsi, su un nuovo posizionamento, dei comportamenti diffusi del “nostro popolo”.
• La parte prevalente credo sia ormai dentro una sostanziale rassegnazione, un fatalismo: “va così, cosa ci vuoi fare”, o qualunquismo “sono tutti uguali” (è più semplice non prendere parte).
• Da un’altra parte abbiamo dei comportamenti di resistenza (vedi gli operai sui tetti, gli scioperi della fame, il no degli operai di Pomigliano, le attuali manifestazioni dei precari della scuola, ecc.).
• Una fetta (anche se minoritaria) è su comportamenti di “ribellione”, quando non di sabotaggio, di non collaborazione, di uso della propria intelligenza e intraprendenza per ritagliarsi nuovi spazi di libertà individuale (tutto in culo alla produzione), ecc. è questo un fenomeno certamente presente, pochissimo conosciuto, a cui dare il massimo di attenzione.
• E una parte (comprensiva delle altre due) sta entrando un un’era fatta di “incubi”: l’anziano/a che da mesi non riusciva a chiudere il mese, ovvero quello che si vede finire il gruzzolo che aveva in banca dovuto al fatto di dare una mano al figlio/a in difficoltà, il dipendente che vede a settimane la fine della CIG, la donna presa dal lasciare il lavoro o tirare fuori il grano per i figli che non hanno più la possibilità del dopo scuola, il precario, e un via disgraziando molto lungo.
• Si potrebbe dire (come nel film) “Non aprite quella porta”. Una porta che va verso un universo di disgrazie, di veri e propri incubi quotidiani, però… da quella porta possono uscire (inaspettatamente) anche delle sorprese…
Con chi se la prenderanno
• La domanda da porsi è la seguente: i fenomeni di ribellione (che ci saranno, così come in altre epoche ci sono sempre stati) con chi se la prenderanno? Io dico, con i CONTIGUI 1° quelli che sono in un gradino più basso 2°con NOI! Perché? Perché noi non facciamo altro che disgraziare sulla loro condizione fino al punto di stufare i nostri interlocutori, che una parte non ci ascolta più (e magari ci nega pure il voto), un’altra rispetto al fatto delle disgrazie che noi giornalmente enunciamo, non facciamo alcunché per metterci una pezza: ci diverte un sacco mettere il lievito sulla merda (così come una volta mi disse Pugno)!
• Il tutto per confermare una vecchia tesi della Psicologia Sociale di marca americana (mi venne detta dal mio maestro Ivar Oddone nei primi anni ’70), la quale vuole che di fronte ad un modello consolidato: la famiglia, la tribù, la religione, il taylorismo, il capitalismo, (il socialismo), cosa ci si può aspettare dal comportamento di un individuo? Che si integri o che si ribelli!
Due volantini e una manifestazione
• Cosa fare. Se non si vuole essere pizzicati in mezzo, o al massimo parteggiare solo osservando tali fenomeni, occorre promuovere la ribellione, darle degli obiettivi, scegliere le finestre giuste dove tirare i sassi, non perdersi dietro la servitù (Bonanni o Schifani): al cuore Ramon (come in quei film western).
• Un pacchetto di volantini (purtroppo piccolo) dove si elencheranno i nomi di quei padroni che pur facendo profitti non cavano il collo ai lavoratori e andare ad affiggerli nei portoni di casa di questi, fargli una “pubblicità progresso”.
• Un altro pacchetto di volantini (molto, molto più robusto) dove si elencheranno i nomi di tutti quei padroni (con relativo reddito annuo) che invece sono la causa delle disgrazie nostre. E andare ad affiggerli sempre davanti ai loro cancelli di abitazione, oltre che davanti alle loro aziende e se sappiamo in che parrocchia vanno a Messa, andare la domenica mattina davanti alle parrocchie a distribuire i volantini: fargli sul serio la “pubblicità regresso” – es. nel quadrilatero romano, vicino a Porta Palazzo, c’è un concentrato di lavoro in nero pauroso.
• E va bene la manifestazione del 18 a Roma, però (cristo!) bisogna mettere in piedi in tutta Italia un movimento che almeno una volta al mese porti la nostra gente sotto “le finestre giuste”: in Via Vincenzo Vela 9 (all’Unione Industriali) e davanti a tutte le altre sedi dei “datori di lavoro” (e di precarietà, di CIG, di licenziamenti e via disgraziando).
La FIAT
• La differenza tra Valletta e Marchionne per me è abbastanza chiara.
• Valletta aveva vinto (in quel suo tempo) perché aveva proposto (con le buone e le cattive) un progetto di miglioramento per i “suoi” lavoratori: la garanzia dell’occupazione (dovuta ad un ciclo espansivo e con il privilegio del mercato Italiano), il welfare aziendale, migliori condizioni salariali (sempre per i “suoi”), ecc. In cambio: “qui si fa come dico io, la politica fuori dai miei cancelli”.
• Da notare in una epoca contraddistinta dall’ingresso in fabbrica di nuove tecnologie e nuovi modi di lavorare (per tutti la catena di montaggio), però a fronte di una intensificazione dello sfruttamento sulla prestazione di lavoro aveva pure previsto e attuato forme di pagamento incentivanti: in omaggio al taylorismo che vuole sì un individuo che non pensa, però incentivato. Tra le tariffe di cottimo, il premio di produzione di stabilimento, le paghe di posto, il disagio linea, ecc. eravamo a cifre abbastanza robuste in busta paga (se non ricordo male ca. il 15-20% del totale);
• Marchionne usa a mani basse la crisi del suo prodotto (l’auto) per ricattare e torchiare 1° i lavoratori e 2° per introdurre nel panorama italiano (per primo in Europa?) una regressione che va oltre il conosciuto e il pensato. E lo fa in cambio di niente. È inutile che mi si dica che in cambio lui offre il lavoro, l’occupazione. Lui non è in grado di garantire tutto ciò a partire dal fatto che lui produce un oggetto che fa a pugni ormai con la divisione del lavoro a livello internazionale che proprio lui (e altri come lui) ha incentivato in tutti questi anni. Chi era a dover tentare un’altra via nella produzione di mezzi di mobilità sia a livello collettivo che a livello individuale? Chi se non lui. E chi se non lui in un contesto come quello italiano fatto di città che risalgono al Medio Evo quando nelle stesse città passavano i cavalli e i carretti. Ha ragione Guido Viale quando afferma l’esigenza di una uscita da questo modello di produzione e di mobilità.
• Per non dire l’esatto contrario di quello che fece il Valletta a livello di fabbrica, per Marchionne: 1° i 18 turni di lavoro con il lavoro notturno. Ricordo che gli umani sono dei bipedi diurni che durante il sonno hanno ben 9 parametri fisiologici che diminuiscono, per permettere il recupero della attività svolta durante il giorno – si chiamano i cicli circadiani. Devo dire però che questa del lavoro notturno è una pecca che risale ai decenni precedenti, frutto di una crassa ignoranza dei sindacalisti del modo come funziona “l’omino”: il nostro referente! – 2° una intensificazione dello sfruttamento (con l’introduzione del WCM - Ergo UAS) pari all’11%, da 133 di rendimento a 144 = aumento della velocità di esecuzione – 3° una diminuzione drastica delle “porosità delle mansioni”, in omaggio al detto giapponese: “il tojotismo è un modello che strizza l’acqua da un asciugamano asciutto”! – 4° una diminuzione della pause contrattate (da 40 a 30 minuti), la pausa mensa messa a fine turno (!). Eccetera. Per non dire il ruolo riservato ai sindacati: gendarmi dell’azienda nei confronti dei lavoratori.
• Alla fine della fiera uno si aspettava.. del grano in più! E invece ce ne di meno (specie per i nuovi assunti). Alla faccia di Taylor e delle sue teorie: i lavoratori se si vuole che producano di più e meglio vanno incentivati!
Un ricordo della mia gioventù
• Era il 1962, avevo 20 anni, era il tempo del rinnovo contrattuale dei meccanici. Abitavo a Rivoli, lavoravo alla Castor di Cascine Vica (una azienda che produceva lavatrici). Giorno di sciopero, naturalmente lo facevo, anche se non mi interessava il perché, bastava ci fosse per starmene a casa. Sono quasi le 2 del pomeriggio, sono con altri miei amici al bar, passa di lì il “Biso” (fratello del (“Moro”). Era questi un mio coetaneo, lui però di famiglia da sempre comunista (lo conoscevo dal paese Taglio Di Po da dove arrivavamo), a differenza di me lui politicizzato, il quale ci fa: “sa, venite con me” e noi “dove?”, “a fare un po’ di casino” risponde lui. E noi immediatamente tutti con lui sul filobus che ci porta in quel di Cascine Vica, smontiamo, e a piedi andiamo nella zona industriale e ci fermiamo vicino ad una fonderia (da sempre piena di crumiri) e vediamo che lui raccoglie da terra dei sassi (e noi con lui) e facciamo per lanciarli verso delle vetrate che davano sulla strada, al che… sentiamo un grido alle nostre spalle “uelà bruta banda, banda d’piciu, co’ feve lì” (brutta banda, banda di coglioni, cosa fate lì) era Pinot Piovano, ex partigiano, licenziato dal Cotonificio Valle Susa, ora funzionario della CGIL (mi aveva iscritto l’anno prima alla CGIL), il quale proseguì tutto in torinese “se avete intenzione di tirare i sassi, almeno tirateli nelle vetrate giuste, piciu, non vedete che quelle lì sono quelle degli spogliatoi degli operai, banda d’piciù” e se ne andò cristonando.
• Da quel giorno ho imparato a scegliere sempre la finestra o la vetrata giusta. Ora, è di questi ultimi tempi, io so che la scelta della vetrata è divenuta complicata, però non serve semplificare il tutto, diventa tropo comodo.
Un confronto, una differenza tra due generazioni
• La mia generazione, almeno una fetta, era particolarmente “cattiva”. Portava con sé i ricordi, magari dei padri, delle lotte contadine: bruciare o dare l’assalto al municipio, ecc. e individuava nel regime da caserma della fabbriche della fine degli anni’ 60, primi anni ’70, i vecchi latifondisti e con il magro salario non riusciva mai ad agguantare i prodotti che giornalmente vedeva nelle vetrine dell’UPIM o della Standa, e si incazzò di brutto.
• Era, a differenza dell’attuale generazione anche molto meno scolarizzata, chi partecipava alle lotte diventava un settario, disprezzava il crumiro e via andando. Una parte poi, sbagliando clamorosamente, divenne così settaria che perse ogni pazienza non solo con i tecnici e gli impiegati, ma anche con i lavoratori più moderati (si pensi alla Mirafiori dove tra gli operai per tutti gli anni ’70, il secondo partito fu sempre la DC), un po’ arrogante e prepotente. Una parte lottava molto, però studiava poco, e fu parte della causa di perdita delle alleanze all’interno del mondo del lavoro.
• L’attuale generazione ha dalla sua oltre che una più alta scolarità, anche un certo disincanto, è meno ideologizzata, meno settaria e un eccetera lusinghiero, però… non ha un briciolo di cattiveria, ovvero la cattiveria la sfoga nello sport (sono tutti ultras), o nell’ambito scolastico attraverso il “bullismo” e, mi pare, che di fronte ai soprusi che riceve accampa sempre dei: però… ma sai.., ecc.
• Miei cari, è la situazione, è la fase (direbbe Altan con l’ombrello in quel posto) che ci deve far diventare un po’ cattivi. O no? In caso contrario gireremo (girerete) sempre con l’ombrello infilato.
• Io così la penso: “la stragrande maggioranza del padronato italiano, sente solo una pedagogia sociale fatta di un corteo, con il capo del personale in testa con un bandiera rossa in mano e.. una volta ogni tanto un calcio nel sedere”. Io vorrei che il conflitto avesse una veste un po’ più matura, civile (sono sempre stato un moderato e un timorato de buon dio) – però per volerla bisogna essere come minimo in due.
• E qui ritorna allora il protagonismo di questa nuova generazione che deve diventare un po’ (mica tanto) più cattiva, ovviamente con chi se lo merita, individuando le vetrate giuste: prima di tutto i padroni del vapore.

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