C fA = I+P+R
di Gianni Marchetto – 18 Aprile 2008
Premessa
Gramsci in una delle sue note dice che: “l’uomo non può non sapere”. Voglio dire che non sono d’accordo con una certa declinazione alla sola autocritica dei gruppi dirigenti (non che non ve ne sia bisogno, anzi) e al processo di assolvimento di tutti gli altri a partire dai nostri elettori. Qui mi riferirò agli elettori di origine operaia o quanto meno del lavoro dipendente.
Per esempio, si può dire che il cosiddetto “voto utile” si è dimostrato del tutto inutile? E quindi che quegli elettori che hanno fatto questa scelta si sono sbagliati. Non sto dicendo che il voto al PD sia sbagliato, almeno quello dato per convinzione, sto dicendo di quello dato per non permettere la vittoria del Berlusca… che c’è stata, eccome.
Così come a me non scandalizza il fatto che il “buon Veltroni” abbia tentato di rabastare tutto quello che c’era accanto a sé. Nel momento in cui lui sceglieva di andare da solo, cosa doveva fare? E se noi fossimo stati al suo posto cosa avremmo fatto? Nelle poche assemblee elettorali che il sottoscritto ha fatto non è stato molto tenero né con il PD né con Veltroni. Così come è altrettanto vero che lo sfondamento al centro non gli è riuscito nonostante il Calearo. Non ha scalfito alcunché nella granitica sede Leghista del Nord-Est del paese, tra le migliaia di padroncini (e dei lavoratori!) che la compongono, anzi la Lega è riuscita persino a sbarcare in Emilia Romagna con il 7% dei voti.
A me, almeno con la pancia, non va giù che la Lega sia diventato il serbatoio del voto operaio nel Nord. E secondo me quei lavoratori si sono sbagliati, specie quelli che prima votavano per noi! Così come sbagliano quei lavoratori che votano per il Berlusca, delegando ad uno come lui i propri sogni, il proprio avvenire. Fosse la DC che almeno aveva una “dottrina sociale cristiana”, dei valori. Ma dare il voto ad uno come Berlusconi!
Così come hanno sbagliato tutte quelle “anime belle” che non sono andate a votare: quelli dei centri sociali, dei movimenti, di una parte di femministe, ecc.. perché se non sbagliano loro, ho sbagliato invece io?!
Era alla fine degli anni ’70, in un ciclo di lezioni tenute all’Unione Culturale di Torino ebbi modo di polemizzare con Emilio Pugno su una sua affermazione in merito alla sconfitta alla FIAT degli anni ’50. Pugno sosteneva che tutta la colpa fosse delle avanguardie rappresentate dalla FIOM, dalla CGIL e dal PCI, che non avevano capito, che non avevano studiato, eccetera...
Mi permisi di non essere d’accordo con lui, perché ricordai che dai racconti sia suoi che di altri della sua generazione ne veniva fuori (oltre ovviamente alle cose sbagliate delle avanguardie) che una parte della sua generazione alle prime avvisaglie dello scontro feroce che la FIAT ingaggiò con le stesse avanguardie… li mollò sul pavè. Stessa identica cosa avvenne con la vicenda dei 35 giorni nell’80 sempre alla FIAT. Alla fine della fiera ne venne che la maggioranza dei lavoratori ci mise di nuovo sul pavè (sbagliando) e noi accettammo quella delega che la maggioranza ci diede (sbagliando).
Ma così come nella mia esperienza alla Mirafiori non mi convincevano le assoluzioni nei confronti dei crumiri in occasioni di scioperi non riusciti, (colpa della scarsa chiarezza della proposta sindacale, si diceva), domandavo: “allora perché una minoranza sciopera? Sono i più scemi?” o ancora, relativo al voto operaio alla DC (della Mirafiori), di cui ricordo era al secondo posto dopo il PCI: “io non ho fatto niente per cui quegli operai debbano votare la DC, lo fanno da soli, sbagliando!”.
I cani di Pavlov e il libero arbitrio
Voglio dire che gli uomini e le donne vanno presi sul serio, non con questo atteggiamento molto paternalistico che invece vedo nella sinistra (ed è una cosa molto antica). Per cui ne viene che le persone ce le raffiguriamo come i cani di Pavlov, i quali sono usi a comportarsi unicamente sotto uno stimolo-risposta.
E no, l’uomo non funziona così. Il meglio della psicologia americana da me letta (vedi il bel libro “Piani e struttura del comportamento” di Miller, Gallanter, Phibram - ed. Boringhieri) è un esempio molto illuminante di come funziona il nostro cervello.
A questo proposito si può fare l’esempio di chi lotta e chi no. Se uno lavora in un reparto dove tutti fanno i crumiri, il nostro tendenzialmente sarà portato ad imitare tali comportamenti così come se nel suo reparto c’è una forte solidarietà e spirito di lotta sarà portato ad imitare tali comportamenti. Ed è pur vero che di fronte alla partecipazione e alla lotta c’è innanzi tutto una responsabilità del tutto personale nel parteciparvi o meno. Però se è vero che il Comportamento umano è funzione dell’Ambiente che lo circonda (C = f A) e se una persona non è assimilabile ai cani di Pavlov, quindi non vale il solo “stimolo-risposta” ma che avendo delle Informazioni adeguate può cambiare il suo Piano di comportamento e quindi modificare l’Ambiente che lo circonda (in questo caso fatto di uomini e donne), c’è da chiedersi quali Risorse di tempo, di informazione e formazione, di esempi postivi da imitare, ecc. noi abbiamo dato a quelle persone (o quelle persone autonomamente si sono prese) per cambiare il loro comportamento di partecipazione e di lotta e quindi di poter influenzare con gli argomenti e con il proprio esempio il comportamento degli altri (I+P+R).
In pratica per gli umani vale il ragionamento del “libero arbitrio”.
A me pare che qui stia il nocciolo della questione. Il problema vale anche per il comportamento elettorale.
Come si forma una opinione politica
Proviamo a pensare cosa può capitare in una delle tantissime officine del Nord-Est del paese (e ormai anche in Piemonte). Un ventenne trova lavoro nella piccola impresa (sono 4milioni e 200 mila le imprese in Italia, tolto un centomila imprese medio grandi il rimanente sta al di sotto dei 15 addetti) e conosce il padroncino, il quale giornalmente lavora anche lui nell’impresa, chi è costui: in generale è un ex operaio, o un ex tecnico o un ex impiegato (figlio di operai, impiegati o tecnici! Quindi figli un po’ nostri, magari un po’ bastardi, ma figli della “classe operaia”). È il nostro un individuo provvisto di una buona professionalità (se no, non ci tenterebbe, nonostante il fatto che ogni anno lui assista alla “mortalità” molto elevata di imprese tipo la sua), di età sui 40-50 anni, che abitualmente si ferma sul posto di lavoro anche dopo l’orario di lavoro. È uno che ha dovuto imparare a trattare con una serie di altri personaggi: dal cliente, al fornitore, al suo commercialista (che lo dissangua di soldi), con la burocrazia che lo fa diventare matto, e un eccetera molto lungo.. per cui spesso ne parla, sfogandosi con i suoi dipendenti.
Non sa nulla del Diritto al Lavoro e nulla sulla Legislazione alla Sicurezza. Ha pagato una barcata di quattrini per mettersi a posto con la 626 (di solito sulla carta).
È uno che viene ascoltato, per via della sua indubbia professionalità, e per la sua esperienza: quel tanto che alcuni lavoratori suoi dipendenti ne hanno rispetto e vorrebbero imitarlo. Quando va bene è una persona molto paternalista, quando non autoritario. Fino agli anni ’70 se era uno di sinistra alle elezioni invitava i suoi dipendenti a votare a sinistra (di solito al PCI nelle zone dell’Emilia Romagna). Se invece era di origine cattolica, invitava a votare DC (nelle zone del Lombardo Veneto).
Ora il PCI e la DC non ci sono più e da mò… Di questi anni c’è stato un mutamento generazionale. La provenienza è sempre la stessa ma sono culturalmente più “caproni” e provengono (politicamente) quasi tutti dalla Lega. E si badi bene non “caproni” perché padroncini, ma perché lo erano “caproni” quando erano operai. Quel tanto che una buona parte di loro è sinceramente convinta che il 30% di oneri sociali pagati dall’impresa nei confronti dello stato siano soldi suoi, invece che dei lavoratori per cui loro fanno da tramite. Per cui sono imbufaliti per le tasse che periodicamente devono pagare. Sono troppe. Per chi le paga tutte: SI, sono troppe, così come lo sono per i loro dipendenti. Proviamo solo a pensare le discussioni che avvengono nei giorni prima del voto! “E io devo lavorare come un cane per mantenere questa banda di lazzaroni, scansafatiche” e via andando…
Non voglio dire, perché sarebbe troppo banale e semplicistico, che uno si fa un’opinione politica solo nel luogo di lavoro e in rapporto al suo datore di lavoro. La formazione di una opinione politica è un processo a volte molto complesso. Entrano in gioco la famiglia, gli amici e le conoscenze e ovviamente il rapporto con i compagni di lavoro, con i quali si spartiscono tempi relativamente lunghi. In questa formazione di opinione, ovviamente possono giocare delle proprie convinzioni personali, o delle prime indicazioni che col tempo hanno bisogno di trovare delle conferme. Tali conferme vengono prese a prestito da soggetti con una forte personalità, anche quando si tratta di opinioni di “pancia”.
Ci vorrebbe eccome una sorta di “filtro” a carattere informativo e formativo rivolto a questo mondo da parte dello stato, per renderlo cosciente e consapevole del ruolo da imprenditore, ovvero del ruolo positivo degli Enti Locali per favorire il loro consorziamento, eccetera.
Non foss’altro per impedire (o almeno tentarci) di avere poi delle persone che travolte dalle loro stesse scelte (quello di diventare degli “imprenditori”) che diventano nei fatti dei cittadini incazzati contro lo stato “ladrone”, per limitare per quanto è possibile la rapina che questi fanno ai loro dipendenti. Per impedire la crescita di cittadini sconfitti e qualunquisti derivante magari dal fatto di non esserci riusciti, e quindi falliti (vedi l’alto tasso di mortalità di queste imprese). Un processo questo che sarà destinato ad aumentare vista la crisi in corso e vista la crescita delle produzione che vengono dall’oriente. Crescita di produzione di merci che è vero che hanno dei prezzi bassissimi, ma al contempo hanno incorporato dei costi altissimi, intollerabili: costi umani, di mancanza di diritti, di sfruttamento. Tremonti e la Lega pensa ai dazi. E Noi?
Il governo Prodi e il popolo eletto
Quindi siamo di fronte ad un processo che ha ormai i suoi anni. Quello che è valso è una sconfitta culturale della sinistra. Che poi si è aggravata da un ritrarsi delle forme organizzate dai luoghi di lavoro, nella società. Dal crearsi un ceto politico del tutto “autosufficiente”. Dall’avvento della comunicazione televisiva a carattere commerciale, eccetera.
Mi pare che negli ultimi anni ci sia stato un solo episodio in cui i lavoratori, spostando il loro voto, hanno ridato fiducia alla sinistra (e a Prodi) ed è stato nel 2006, il risultato del governo Prodi è sotto gli occhi di tutti. A tanta aspettativa (fin troppa visti i risultati del voto) c’è stato una altrettanta disillusione: valgano per tutti i fischi alla Mirafiori ai segretari nazionali di CGIL CISL UIL. Peccato per i DS che sono accecati dalla loro supponenza e dall’astrattezza della sinistra di “classe”.
E questo vale anche per “il buon Veltroni” e la sua base elettorale, che ha clamorosamente perso nei confronti di Berlusconi e della Lega, (un distacco di circa 9 punti) nonostante la nostra vampirizzazione. Perché? Ma perché (più o meno) la stessa disillusione che hanno sofferto i nostri, hanno sofferto anche quei lavoratori che hanno votato PD.
Mi rendo conto di dirlo ora, a risultati avvenuti, ma noi non abbiamo detto abbastanza chiaramente che l’ipotesi di Veltroni era perdente, a rischio di essere intesi come degli uccelli da malaugurio, perché lui e il suo PD era la causa principale della disillusione che il governo Prodi offriva al proprio elettorato (sia della Sinistra l’Arcobaleno che del PD).
Fin dall’inizio del governo Prodi, per come la coalizione dell’Ulivo aveva vinto (?) con numeri risicatissimi, con una varietà di posizioni amplissima al suo interno, quel tanto che c’è stato bisogno di stilare il famoso programma di 280 pagine (!), noi abbiamo contratto un debito con i nostri elettori, che era impossibile onorare.
In fondo proviamo solo pensare che delega ci siamo presi nel partecipare al governo: una grandissima delega. In una occasione elettorale non del tutto favorevole, 1° per l’eseguità dei voti alla maggioranza 2° molto più stringente, perché non c’era “trippa per gatti”. Quel tanto che se ci fosse stata sarebbe stato tutto molto più semplice, la redistribuzione sarebbe stata molto più facilitata accontentando tutti. E non è bastato mettere in piazza a Roma qualche centinaia di migliaia di persone. Serviva altro. Un movimento di lotta diffuso sul territorio nei confronti dei padroni e degli Enti Locali. Non mi pare proprio che il clima fosse questo.
E qui occorre allora essere un po’ drastici con noi stessi: non è vero che il nostro popolo elettorale sia il “popolo eletto”. È un popolo alla pari di altri. Che differenza c’è nei fenomeni diffusi di astensione al voto? Forse che sono talmente elaborati da poterli comprendere quando non giustificare? A me francamente non pare. Molte volte siamo in presenza dell’antica invettiva (un po’ qualunquista): “sono tutti uguali”. Che dire poi del passaggio dal voto alla sinistra (e forse anche del PD) alla Lega o al Berlusca, di voti operai?
Forse nel cosiddetto “voto utile” (per me inutile) c’è un elemento di mediazione politica più seria, che ha portato forse per il 2% di nostri voti ha rimpinguare i voti al PD.
E noi?
Ed è qui che allora, nello spirito di non assolvimento, che occorre essere altrettanto drastici con noi stessi. Però sulla base che non basta avere una linea giusta (al limite partecipata) per avere un risultato soddisfacente da parte dei lavoratori – elettori.
Salvo un solo punto: l’indicizzazione dei salari a livello annuale, siamo andati al voto senza un programma. E quando dico un programma intendo una serie di cose dalle più concrete possibili alle più “irrealizzabili” (vedi le mie proposte su: “Caro Fausto, se non ora, quando…” http://associazioneesperienzamappegrezze.blogspot.com/ e non perché fossero giuste, ma perché erano delle proposte e non dei cacio cavallo appesi come il diverso sviluppo economico di Bertinotti).
E per favore, non parliamo più dei precari, dei lavoratori, dei disperati fino a quando non solo saremo in grado di rappresentarli. Sarò un po’ duro: se il precariato non ci dà un voto, o vota per altri, cosa ci posso fare io? Almeno fino a quando con loro ci occuperemo della loro condizione concreta e quotidiana. Per esempio: con la costruzione di spacci territoriali (per permettere alla povera gente di sbarcare il lunario), con la produzione dei tabelloni comunali di rischio per tenere sotto controllo al fine di diminuire i rischi da lavoro, e via così…
Così come non si può menare scandalo per l’americanizzazione che si vorrebbe trionfante nel nostro paese. Ma per favore, questo processo lo si scopre ora? È dagli anni ’80 che “l’america è vicina!” e in tutti i sensi.
Così come non se può più di tutti questi opinionisti di cui abbonda l’attuale sinistra. Per favore, vadano tutti al bar.. e lascino lavorare chi ha delle esperienze e delle competenze.
Ma l’elemento più dannoso per l’attuale sinistra è dato da tutti coloro che amano continuamente il “mettere il lievito sulla merda”. Così Pugno una volta (era il 1970) mi aveva interrotto durante una delle mie solite tirate su come stavano male i lavoratori: “co’ ti Marchett” e proseguì tutto in torinese, “anche tu Marchetto ti diverti a mettere il lievito sulla merda, quasi che i “ruscun” abbiano bisogno di sentire da te quanto male stanno loro… ma va a caghè”. Aveva ragione lui.
Il compito della sinistra è invece quello di socializzare le esperienze positive che si esprimono nella società civile, “per farle diventare un nuovo ordine morale” (come diceva Gramsci), per poter essere utilmente imitate. Così come serve eccome fare delle inchieste, però come mi ha sempre insegnato Ivar Oddone, delle inchieste irrituali cioè quelle che studiano non la normalità (la sghinga) ma la devianza (a carattere positivo).
Occorre avere coscienza e consapevolezza che in “natura” esistono eccome tutta una serie di “produttori” che giornalmente modificano l’ordine di cose esistente nella porzione di mondo che sta loro di fronte. Quello di non rendersene conto è un delitto che può portare alla totale afasia.
Questo a mio parere è il compito più arduo da fare nell’attuale sinistra. Un compito, meno male, tra l’altro semplificato dal voto. Nel senso che non tutto il male viene per nuocere: una parte degli attuali opinionisti il voto li ha mandati a casa. Bisognerà, forse, scovare e mandare a casa il rimanente, quello annidato nelle burocrazie dei partiti.
Se si va a vedere bene la conclusione del voto ne viene che sono stati fatti fuori i partiti che si richiamavano ad una epoca passata: il novecento. Si tratta delle tradizioni legate ancora al PSI e al comunismo (e al fascismo). Passano, e alla grande, tutte quelle formazioni che sono nate negli ultimi 15-20 anni (il Berlusca e la Lega). Passano coloro i quali si sono in qualche modo trasformati e riciclati: l’UDC e il PD.
Quale prospettiva
Al sottoscritto non appassiona più di tanto la costruzione di ipotesi identitarie. Sono più che convinto che abbiano fatto il loro tempo. Di più, che alcune esperienze (e relative parole) quali il socialismo e il comunismo, per la crisi delle socialdemocrazie (e dello stato sociale) e il fallimento delle società “a socialismo reale” non abbiano neanche più un “mercato”. Quanto meno penso io, che i giovani d’oggi non si commuovono più di fronte a queste parole.
A me pare che, per i prossimi anni, a rischio ci sia sul serio quello che rimane dello stato sociale in Italia (che ricordo nel nostro paese è sempre stato connotato con grosse venature di assistenzialismo democristiano). Il problema vero è dovuto “all’egoismo” della nostra borghesia (piccola, media e grande), che abitualmente non paga le tasse e inoltre dovuto al combinato disposto del governo liberista-populista del Berlusca e dei guai che la nostra finanza pubblica continua a mantenere e per il numero enorme di gente che lavora (poco) nella Pubblica Amministrazione e che lavora male, sottoimpiegata, ecc.
Cosa è possibile prevedere: che a fronte di un ritrarsi continuo di questo stato sociale chi ne farà le spese saranno le classi più umili, le quali per reazione acuiranno tutte le loro asprezze nei confronti dello stato e degli immigrati, imputati questi ultimi di essere tra coloro che dovrebbero aspettare (o non venire o andarsene). Vedi emblematicamente, il problema della casa: a fronte del fatto che una famiglia numerosa di stranieri (per via del tutto legittima) acquisisce il diritto alla casa popolare… apriti cielo, “le case sono tutte in mano agli stranieri”. Il problema è che in Italia le case popolari non arrivano neanche al 5% mentre in Francia e Germania le case popolari sono ad oltre il 20%! A fronte invece all’abitudine di affittare dei tuguri agli immigrati con il doppio dei quattrini chiesti al nostro indigeno.
Su tutto questo ci nuota la Lega, così come sul problema della “sicurezza” che vede il nostro paese fra quelli più tranquilli in Europa. Tolto ovviamente le varie camorre, mafie, dranghete che infestano da decenni l’Italia. Ma qui non c’entrano niente i nostri immigrati.
Mentre noi rischiamo di fare la guardia al “bidone vuoto”. Nel senso che alla impostazione della Lega occorre avere un comportamento netto. Sul quel terreno è lei che vince, ed è inutile tentare di farle concorrenza (vedi i lavavetri, ecc.). Occorre invece tentare tutte quelle forme di solidarietà collettiva che permettano da una parte la soluzione anche parziale di problemi quotidiani legati alla vita concreta della povera gente e dall’altra esaltare tutte le forme di costruzione di nuova comunità. In pratica andare con coraggio e determinazione alla costruzione di moderne società di mutuo soccorso.
Un nuovo contenitore: meglio un movimento che un partito
Nel futuro che a me andrebbe bene io vorrei “una società di liberi e uguali” all’interno della quale possano convivere idee ed esperienze le più diverse, animate dal rispetto reciproco e dalla pratica della “validazione consensuale”. E al posto dei Comitati Centrali sarei per avere un Comitato Progetti con all’interno pochissime opinioni e molte competenze.
Io sono convinto che se c’era una data per fare sul serio la vera rifondazione della sinistra questa si doveva fare nel 2001 dopo Genova! Non si è fatta allora e questi sono i risultati.
Un nuovo inizio per me ha bisogno di rifare il matrimonio tra “esperienza e scienza”, innovato al contesto attuale. Occorre per me utilizzare le cose più antiche del mondo con le cose ad oggi le più moderne. L’uso della comunicazione digitale per mettere in rete tutte le esperienze e competenze possibili, specie quelle volte al cambiamento. Senza dimenticare però che se si vuole acquisire la fiducia delle persone, questa ha bisogno di esprimersi attraverso l’attivazione degli organi di senso: voglio dire in pratica che la fiducia uno te la da se ha la possibilità di odorarti, di vederti, di sentirti per poter osservare e spartire con te le sue emozioni, se no ciccia.
Il sindacato
A questo punto mi pare che tutto precipiti sul sindacato. Nel senso che un consolidamento della strategia del Berlusca (e della Lega) è quello di rendere irreversibile il mutamento in atto da anni nel lavoro dipendente: quello di farlo diventare “complice” con il proprio padrone, al posto ovviamente del conflitto con il nostro. Già è così per grande parte. Occorre ovviamente andare oltre perché d’altra parte lo richiede da un lato una maggiore “produttività” (quella declinata in maggiore sfruttamento) e una maggiore ed estesa “monetizzazione” per favorire un incremento dei salari (non frutto di una diversa redistribuzione) che a sua volta possano favorire, almeno per alcune fette di lavoratori, maggiori consumi.
Il tutto con il mantenimento del CCNL a livello più che formale e una accentuazione corporativa dei contratti di azienda. D’accordo vi è anche il PD (vedi la detassazione sugli straordinari e i premi di “produttività”).
Nella morsa c’è la CGIL e la FIOM la quale deve almeno tentare una stagione di vertenzialità diffusa tornando coraggiosamente al Delegato eletto su scheda bianca come atto per “mettere nelle grane” i lavoratori e per renderli protagonisti.
Così come occorre andare alla sperimentazione di forme di autogoverno locale come occasione di misurare la capacità e la creatività di fette di popolazione su questi terreni.
La mia associazione
Per parte mia (e della mia associazione) ho accumulato negli anni una serie di esperienze e competenze che vorrei mettere a servizio dei più giovani: io so fare una mappa di rischio e un piano di intervento sui problemi dei rischi da lavoro in una fabbrica, io so fare una mappa di un territorio (un comune, una circoscrizione) per i problemi di diverse fasce di età e un piano di intervento e questo per un sindacato, per una forza politica, per un Ente Locale, ecc.
Per ultimo mi pare grave l’esclusione della sinistra dal parlamento in una epoca in cui ci saranno degli appuntamenti per riformare la costituzione repubblicana. Per la prima volta nella storia di questa repubblica la sinistra sarà ininfluente sul piano della riscrittura delle regole del gioco. Occorre pensare di chiedere un tavolo al PD per aprire una fase di consultazione per ottenere l’ascolto necessario per le proposte della sinistra. Visto che si vuole ragionare e decidere insieme ai nostri avversari, non si capirebbe perché ciò sia impedito da fare per una forza di sinistra come la nostra.
mercoledì 1 ottobre 2008
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