mercoledì 1 ottobre 2008

ancora sul voto…

di Gianni Marchetto – 29-04-2008

Le ragioni della sconfitta (a ridosso del voto)

A me pare che si tratti di 2 errori di valutazione: il primo sulla natura del governo Prodi che si voleva “permeabile” e invece è stato “impermeabile”. Vedi a proposito le 280 pagine del programma e poi… (scritte perché si sapeva della eterogeneità dello schieramento dell’Unione) - In una occasione elettorale non del tutto favorevole, 1° per l’esiguità dei voti alla maggioranza 2° molto più stringente, perché non c’era “trippa per gatti”. Quel tanto che se ci fosse stata sarebbe stato tutto molto più semplice, la redistribuzione sarebbe stata molto più facilitata accontentando quantomeno i più. Il secondo sul “nostro popolo” che si voleva “fedele alla causa” e invece è stato (salvo una minoranza) del tutto infedele. Alcuni con comportamenti da “bagasce” (la danno via al primo che arriva: Bossi e Berlusconi) – altro che connessione sentimentale col nostro popolo, una fetta di questo non ci vuole per niente bene (e non è detto che noi vogliamo bene a loro!) - è questo un argomento che giro a tutti coloro i quali vanno cercando vecchie identità. Auguri al comunismo, alle falce-martello, al popolo eletto, ecc.
In pratica non è vero che al PRC (e alla sinistra) vota una sorta di ”popolo eletto”. È il nostro, un popolo abbastanza uguale agli altri.
Della identità dei comunisti ne aveva parlato anche Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari nel 1981. E’ vero che una volta c’era una diversità del maggioranza del popolo comunista, ma secondo me andava scemando proprio negli anni in cui ne parlava proprio Berlinguer, quel tanto che io arrivo a pensare che Enrico parlasse a suocera (gli altri partiti) perché nuora (il suo partito) intendesse.
Una osservazione più generale. In tutte le esperienze governative dei comunisti c’è un dato costante: la difficoltà di tenere insieme la delega e l’esigenza di partecipazione. Alla fine il tutto precipita sempre in grandi disillusioni (vedi gli ultimi anni ’70 e vedi l’esperienza più recente). Azzardo una ipotesi: il comunismo è inteso (forse malamente) come una religione terrena e non sopporta quindi alcuna delega.

Le ragioni della sconfitta (quella a carattere remoto)

La prima ragione: la vedo come l’assenza di una “mappa e di un piano” (di intervento concreto sulla condizione della gente);
Proviamo a farci le seguenti domande: 1° quanti Km ci sono da Torino a Roma (o Parigi), la risposta sarà per entrambi i luoghi di ca. 700 Km. Così come sappiamo grosso modo quante ore di treno occorrono per arrivare (7 ore circa). 2° e se devo starci per una settimana cosa mi posso portare? al che formuliamo un insieme molto dettagliato di cose da fare: dall’ora che dobbiamo andare alla stazione, se andare in macchina o in autobus, acquistare il biglietto, cosa portare nella borsa, e via via un dettaglio molto nutrito di cose da avere e da fare.
Se al contrario ci chiediamo quanti abitanti ha la nostra circoscrizione, città, comune di residenza grosso modo sappiamo rispondere, ma se ci chiediamo quante imprese (e come sono suddivise per ordine merceologico), o quanti addetti (suddivisi per sesso, per etnia, ecc.) – ovvero come è suddivisa la popolazione per fasce d’età, per nuclei familiari, eccetera… (con i relativi problemi prioritari) noi… remiamo! (e alla grande). Ne viene che non siamo in possesso di nessun piano. Né dal punto di vista della difesa della occupazione, né della prevenzione dei rischi nei luoghi di lavoro, né sul caro vita, eccetera…
Perché questo diverso comportamento: perché, e la scienza ci viene in soccorso, questa ci spiega che la quasi totalità delle informazioni che noi memorizziamo nel nostro hard-disck (il nostro cervelletto) sono quelle per le quali è associato un piano. Il resto rimane per un breve lasso di tempo nella nostra memoria “ram” (la parte frontale del nostro cervello che funge da memoria temporanea, di transito) dopo di che, nonostante quelle informazioni le abbiamo viste e lette decine di volte vanno perdute.
Niente di tragico, beninteso, se del caso non siamo degli individui socialmente interessati (come mia madre che ha una mappa e un piano molto preciso per fare le compere al mercato), ma del tutto negativo per individui come noi che abbiamo la presunzione di “cambiare il mondo”.
La seconda ragione: io sono convinto che è da molti anni (più di 30!) che nel movimento della sinistra siano prevalse le opinioni sulle competenze: le chiacchiere sul saper fare. Ovvero il prevalere dei “temi sui problemi”: un tema può essere senza fine, ognuno aggiunge un po’ di suo, un problema ha sempre bisogno di una soluzione, se non c’è occorre ri-impostare il problema. Nella sinistra attuale siamo sempre sul tema. Uno può dirmi che non è compito suo sapere, che ci sono degli enti, delle istituzioni a ciò, e quindi delle persone che sono adibite alla conoscenza di tutto ciò. Benissimo, andare per favore in una ASL per verificare quale piano di governo esiste sui problemi della salute dei cittadini, sui rischi da lavoro, ecc. (e questo sulla base di dati certi che queste hanno). Ovvero qualcuno delegherebbe mai il piano di intervento sulle varie fasce d’età, al dirigente dell’Ufficio Anagrafe del proprio comune? O ancora, andare a vedere come sono fatti i “piani di zona” dei vari Consorzi Socio-Assistenziali. Quando va bene ci troviamo di fronte a delle “officine di riparazioni” per le varie fasce d’età della popolazione, delle quali questi piani si interessano. E la sinistra e i sindacati hanno del tutto delegato ai tecnici (sono quasi sempre del settore socio-assistenziale) la stesura di tali piani. Ma il compito di questi tecnici è appunto quello di fare delle oneste riparazioni. Compito dei “politici” sarebbe quello di operare sulla “prevenzione”.
Ovvero qual è la persona che stila il bilancio della maggioranza degli oltre 8mila comuni italiani? è il segretario comunale (figura introdotta dal fascismo, rappresentante dello stato nel comune).
La terza ragione: l’eclettismo. Una volta siamo tutti per i movimenti, poi un’altra siamo tutti per la rappresentanza del proletariato, dimenticandosi dei movimenti. Senza saper rappresentare ne gli uni ne gli altri. Siamo a progettare tutta una serie di “campagne” senza mai fare un bilancio delle stesse. Così non si vada nessuna parte… e si è visto.

I voti alla destra o al PD

Alla domanda: ma perché, forse che la destra o il PD visto i voti che prendono, valgono forse le competenze sulle opinioni. No certamente, anzi valgono anche lì le opinioni, anzi le più semplicistiche, quelle che arrivano dalla pancia. Detto però che la destra maneggia il grano e può “comperare” tutta una serie di competenze che sul mercato ci sono. Ma allora? Allora vale il ragionamento che il Berlusca non ha nessuna ambizione nel cambiamento, vuole unicamente veleggiare nel mare conosciuto (vedi il libro di Tremonti: La paura e la speranza). Lo stesso dicasi per il PD che al massimo vuole attrezzare l’Italia come una “grande officina di riparazione”. Ergo per riparare ciò che gli altri (l’attuale capitalismo) giornalmente sfasciano.
E noi? Noi vogliamo e lo diciamo ai quattro venti cambiare il mondo (?), a noi non va bene quasi niente, siamo sempre ipercritici… e non sappiamo neanche quante aziende ci sono nel nostro comune, quanti lavoratori e lavoratrici vi sono occupati, con quali problemi!
Ma chi ci dice che nel momento in cui io sapessi tutte quelle informazioni, sarebbe del tutto garantita la mia credibilità? Non è garantita per niente! Ci si potrebbe trovare di fronte al fatto: “non mi interessa, ho altro per la zucca, non mi va di leggere, di capire, di lottare. In ultima analisi, del “libero arbitrio delle persone”.
Sulla sicurezza. È chiaro perché le paure derivanti dal diverso vanno alla destra (in primo luogo alla Lega). Questa fa leva sugli istinti belluini delle persone, contrabbanda qualsiasi incertezza in accuse nei confronti degli stranieri. È vero però che nella maggioranza dei casi, gli stranieri portano con sé una voglia di fare, di emergere che molte volte fa il paio col “farsi i soldi in fretta” alla maniera dei Berluscones, senza tanto star lì al rispetto delle regole, ecc. comunque un primo problema che ci dovrebbe vedere impegnati (a livello di ogni singolo territorio) è il seguente: mettere a confronto i problemi che gli stranieri hanno nel vivere sul nostro territorio (dal permesso di soggiorno, alla casa, al lavoro, ecc.) con i problemi che loro causano a noi indigeni (i furti, gli scippi, la prostituzione, gli stupri e quant’altro). Sono dell’opinione di recuperare, magari con una intervista agli esponenti della Lega, la loro “griglia di problemi” sugli stranieri. Per poter demistificare la paura. Gli “esperti tecnici” che possono fornirci le informazioni ci sono: dai carabinieri, ai vigili urbani, alla polizia, ecc. così come ci sono degli “esperti grezzi” che possono integrare tali informazioni: dalla Caritas, alle parrocchie, ai sindacati, ai partiti ecc. ne verrebbe fuori una mappa dei problemi validata sulla quale chiedere gli interventi necessari a livello degli enti Locali. Qui, appunto, si apre a mio avviso un compito straordinario per gli Enti Locali: quello di favorire l’integrazione con una sorta di formazione permanente nei confronti degli stranieri e degli indigeni. Ma anche qui, una volta demistificato il problema (il che non è poco), non è detto che l’opinione cambi, perché vale sempre il libero arbitrio delle persone: la supponenza o la pigrizia intellettuale, ecc.

Il libero arbitrio e i cani di Pavlov

Non trovo più il libro degli Editori Riuniti che conteneva un intervento di Giorgio Amendola (non so più se in occasione di un Convegno. Mi pare fosse sul capitalismo italiano). Era il periodo (primi anni ’60) in cui la sinistra italiana si interrogava sulle sorti della "crisi del capitalismo" italiano e ne ricavava (ottimisticamente e meccanicamente, mi pare si dica della corrente "positivista" che è sempre stata egemone nella cultura del PCI) che l'interpretazione della storia così come era nei sacri testi da Marx in poi, ci stava dando ragione: dopo il periodo schiavistico, dopo il periodo dei servi della gleba, dopo la nascita del capitalismo e del proletariato, con un partito agguerrito, dei sindacati combattivi, delle solide alleanze tra i "ceti medi produttivi" il futuro sarebbe stato nostro. E il bello che io ci credevo con le mie abborracciate letture del mio marxismo-ottimismo. Il Giorgione, spiazzando tutti, disse che nel DNA del proletariato e dell'umanità nel suo complesso non era vero che ci fosse scritto che questo sarebbe stato certamente il suo futuro: il socialismo e il comunismo. Nell'uomo albergano, diceva, il Dottor Jekil e Mister Heyd. E' vero che il Partito comunista e le forze di progresso sono nate per far prevalere la parte positiva dell'uomo, ma, rifacendosi ai fatti del ventennio fascista e alla tragedia del nazifascimo, l'umanità non era del tutto vaccinata. Nel futuro c'era pure posto per il suo suicidio. E come pezza d'appoggio riferiva della intervista di Togliatti nel '56 alla rivista Nuovi Argomenti, dove il "migliore" denunciava i disastri che una guerra atomica avrebbe portato.
Qui sta per me tutto il ragionamento sul "libero arbitrio" e la mia polemica aspra con i "Pavloviani": cioè di coloro i quali considerano il comportamento umano alla pari dei cani di Pavlov (era uno scienziato russo che negli anni prima della 1° guerra mondiale aveva fondato la “teoria dei riflessi condizionati”). È vero anche il comportamento degli umani è influenzato dallo Stimolo-Risposta, ma essendo questi degli esseri pensanti possono benissimo sottrarsi allo stimolo-risposta e dare delle “risposte irrituali”. Di questo sono più che convinto: non basta elaborare un progetto di cambiamento il più preciso, il più puntuale, il più dettagliato possibile, per renderlo credibile ai più. Ci si può trovare di fronte al fatto, appunto, che una volta presentato, la risposta sia: non mi interessa, ho altro per la zucca. Non mi va di studiare, di impegnarmi, di lottare.
Questa storia del libero arbitrio la si può declinare diversamente: in chi addestra e in chi redime. Negli anni ’30 negli USA nacque una sorta di pensiero (padronale) che diceva che gli operai erano dei gorilla da addestrare per la produzione, per contro Ivar Oddone nei primi anni ’70 mi disse così che per gran parte della sinistra italiana gli operai non erano dei gorilla da addestrare per la produzione ma bensì da redimere per la rivoluzione… (rivoluzione di chi? dei redentori, ovviamente)… e gli operai? sempre gorilla rimanevano!
Nella mia (e nostra esperienza) gli esempi di acquisizione del consenso partecipato sono passati in larghe masse allorquando ha funzionato al meglio "l'esperienza positiva di prossimità". Ovvero quella esperienza fatta da umani contigui, nella stessa condizione, coinvolti nelle stesse emozioni, ecc.

Lo statalismo del PCI e del PSI

Nella dottrina il PCI era statalista, mentre (sempre nella dottrina) il PSI era per una società molto più libera, per la presenza della cooperazione, delle società di mutuo soccorso, ecc.
Nella pratica avvenne proprio il contrario: nel primo centro-sinistra dei primi anni ’60 il PSI nell’azione di governo si dimostrò del tutto statalista: con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, con il disegno di scuola media unificata, eccetera. E tutto ciò vide il protagonismo della sua componente di sinistra: i lombardiani, con Giolitti, Ruffolo (ex trosckista), Fausto Bertinotti, eccetera.
Ma erano statalisti liberali come Scalfari e udite, udite come Luigi Einaudi!
Mentre il PCI non per scelta, ma per necessità (che ne fece virtù) diventò “localista”. Applicò l’enorme saper fare della sua gente nelle scelte locali: il comune, la provincia e negli anni ’70 nelle regioni. Civilizzando nei fatti l’Italia: dall’Emilia Romagna alla Toscana, all’Umbria, passando per tutti gli anni ’70 alla stagione delle “giunte rosse” (vedi l’esempio di Novelli a Torino). Il motore di questo processo fu l’esempio positivo che andava studiato, imitato quel tanto da incuriosire persino giornali e paesi lontani quali gli USA.
Quel tanto che se c’è qualcosa da salvare nella storia dei comunisti italiani è la pratica unitaria nelle giunte rosse assieme all’altrettanto pratica unitaria dei comunisti nel sindacato. Senza la quale pratica l’unificazione delle sigle sindacali per oltre un decennio non ci sarebbe stata. La presenza dei comunisti favorì l’incontro dialettico tra i lavoratori più radicali (pochi) e i lavoratori più moderati (molti). E faccio apposta la distinzione tra i comunisti e il loro partito. La storia concreta ha delle sfaccettature diverse, per l’azione del partito e per l’azione concreta nelle situazioni concrete dagli appartenenti a tale partito.
Una per tutte: i bilanci in rosso. Nella quasi totalità dei comuni governati dalla sinistra il bilancio comunale era programmato dalla giunta quasi sempre in rosso: per poter fare quelle scelte di politiche sociali necessarie e che avevano dei tempi di realizzo e di copertura “differiti”, ovviamente nel tempo. Non che la DC fosse talmente virtuosa sia a livello locale che al governo da operare sempre in pareggio. Anzi il magna magna era il dato dominante. Adesso qual è la situazione nella sinistra: io vedo il prevalere di una sorta di rigorismo alla Quintino Sella (era il rappresentante della Destra storica nell’ottocento), che li fa diventare una sorta di “gabellieri” delle burocrazie tecnocratiche della UE, o per stare alle pratiche molto più prosaiche dello SPI CGIL anche loro “gabellieri” di questo stato inetto, incapace, lassista (vedi l’enormità di lavoro fatto per il 730).
Su questo, quand’è che la sinistra avvierà sul serio una critica serrata alla burocrazia del nostro paese, senza lasciare tutto ciò nelle mani della destra.
In pratica con i bilanci in rosso si è civilizzata l’Italia e di questo i “segni” esistono ancora.
Uno mi dirà: “ma tu mi stai parlando di “archeologia politica”. È vero, sono cose un po’ antiche però per me vale sempre la lezione di Ivar Oddone che dice: “chi non sa pianificare il proprio passato, non è in grado di progettare il proprio futuro”. Perché mai allora dovremo fare riferimento al 25 aprile del ’45, alla Costituzione Repubblicana!

L’assenza della sinistra dai luoghi dove si formano le opinioni

A me pare che ormai da decenni la sinistra non sia più presente nei vari luoghi dove la gente si forma delle opinioni: nella scuola non ci siamo, nei luoghi di lavoro neanche, e là dove ci siamo, ci siamo mediati dalla presenza sindacale, anch’essa in crisi di rappresentatività e di legittimazione. Nella società civile a livello del territorio ci siamo quasi unicamente in occasione delle campagne elettorali. Si è ridotto al lumicino la presenza dei Circoli e delle Case del Popolo. Il settore glorioso della Cooperazione nella sinistra ha assunto le forme del lavoro volto alla ricerca del profitto più che il lavoro volto alla solidarietà. Per non dire cosa è diventato l’attuale settore della “cooperazione”, fatta di finte cooperative, che sono l’occasione del più brutale sfruttamento. Il ruolo della famiglia con la nascita della televisione commerciale è mutato e di parecchio e noi privilegiamo gli appuntamenti “politici” e ce ne battiamo del rimanente che fa strame delle masse di pensionati, casalinghe, bambini che giornalmente assorbono una valanga di messaggi.
Così come per il naturale volgersi delle generazioni non abbiamo più nessuno (o quasi) nella piccola impresa che ci tenga le nostre parti, né da parte dei lavoratori né da parte dei “padroncini” sempre più creature della Lega e delle pulsioni della destra.
È vero: la chiesa dell’attuale papa (e anche del precedente) è molto, molto più agguerrita, combattente. Abbiamo bisogno di tenere botta con più determinazione. Però a me non sfugge una cosa: che la vera religione di noi occidentali è il consumismo e le moderne chiese sono i supermercati, dove i nostri indigeni, di tutte le età, ad ogni ora del giorno (e della notte se apriranno i supermercati) è sempre lì a sciamare, magari non comperando nulla perché magari non ci sono soldi. Controprova: basta vedere il calo continuo di nostri indigeni che scelgono di diventare preti o suore. O no?
Ma ancora di più il fatto che le uniche opinioni che noi veicoliamo sono sempre di carattere di denuncia di disgrazie: “voi non sapete cosa è il precariato” e via disgraziando… con un amore appassionato per “mettere il lievito sulla merda”, fino a stufare il nostro ascoltatore che non ne può più di ascoltare sempre lo stesso disco e mai una volta che a fronte della “sghinga” noi li forniamo un esempio positivo, di gente come lui che la testa è riuscita a tenerla fuori (dalla merda).
Ovvero, deleghiamo di volta in volta la costruzione della nostra opinione alla manifestazione di massa a Roma. Va bene, però trattasi in genere di slogans, di parole d’ordine, che se non hanno le radici nei territori da dove arrivano le persone, appunto rimangono degli slogans gridati, ritmati…

I movimenti

Fine anni ’80. Il più vecchio mi pare combini con la Lega Nord. Mi pare che sia la risposta “plebea” al fallimento della DC e alla crisi dello Stato Sociale: le tasse in cambio di servizi efficienti, ingigantito da una ricerca affannata di ex lavoratori che per varie cause: dal tentarci a farsi i soldi in fretta, non ultimo come occasione di sfuggire alla precarietà, ci tentano e si mettono in proprio. Ma al tempo stesso e anche il prodotto di una assenza della sinistra, del PSI troppo occupato nel magna magna governativo e degli Enti Locali per accorgersi del fenomeno e dello stesso PCI che in quegli anni arrivava alla crisi più grave della sua rappresentanza e del suo insediamento sul territorio.
Primi anni 2000. Tra i più recenti il movimento dei “girotondini”. È questo un movimento molto più colto, molto ostile al berlusconismo, fatto dai “ceti medi produttivi”, di sinistra che chiede legalità, rispetto per i dettati costituzionali. Non ne riceve molta.
Primi anni 2000. Genova, Firenze e i “no-global”. È questo un movimento eterogeneo, che attraversa tutta la società, da giovani (nella maggioranza) a meno giovani, pacifico e pacifista. Contro la guerra e le forme di globalizzazione più assurde, più tecnocratiche, meno democratiche, ecc. Perché, visto che nel movimento c’èra eccome la componente di sinistra del movimento operaio (la FIOM e il PRC) non si è fatta allora la proposta di “scioglimento” della forma partito e la costruzione di un nuovo movimento, alimentato dalla passione e dal saper fare che quel movimento aveva in sé?
Giorni nostri. Il movimento di Grillo. Ho avuto l’occasione il 25 aprile di andare in P.zza San Carlo a Torino. Mi spiace per tutti coloro i quali hanno le turbe per questo movimento. Io ho trovato un movimento antifascista, antiberlusconiano, genericamente di sinistra, che dice delle cose antipatiche anche rivolte a noi. Perché andavano forse tutte bene le forme di contestazione fatte ai sindacati e al PCI nei primi anni ’70 da parte dei gruppi extraparlamentari?
Una prima considerazione su questi movimenti: sono tutti movimenti interclassisti. Sono tutti caratterizzati per essere contro. Ma è l’assenza di ascolto da parte della sinistra (supponente, saccente) quella che fa il botto.

Chi parte e chi rimane

Di questi giorni sento sempre più parlare di “traversate del deserto”, senza mai dire dove si vuole andare. Se devo dare qualche consiglio ai naviganti: 1° è meglio che decidiate dove alla fine volete sbarcare (se no vi perdete nelle brume di Mappano e alla fine senza neanche accorgervene vi troverete di nuovo a casa!) 2° è bene che vi attrezziate con delle piantine geografiche, studiate bene il percorso, la gente e le culture che incontrerete 3° occorre che abbiate dei mezzi sicuri per intraprendere il viaggio, è bene sottoporli ad un serio e accurato controllo.Per parte mia non mi muoverò da Venaria. Se trovo alcuni compagni che abbiano tempo e voglia di impegnarsi (e di divertirsi), con loro ho intenzione di produrre “una mappa e un piano” per la popolazione di Venaria, utilizzando la mia esperienza e le mie competenze accumulate in tutti questi anni.

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