Il dente avvelenato
A leggere il primo dei tuoi samiz/bar la prima cosa che mi è venuta da pensare è stata: “ma Vittorio non avrà mica il dente avvelenato nei confronti di Fausto?”. Immediatamente dopo, riflettendo sulla mia esperienza di sindacalista impegnato in lunghi anni sul fronte della difesa della salute dei lavoratori, a promuovere la produzione di centinaia e centinaia di inchieste (la produzione delle mappe grezze di rischio e i questionari di gruppo omogeneo che presupponevano delle domande ai tecnici da una parte ma ancora di più delle richieste al padrone dall’altra) ho cambiato idea e ti do ragione. Che senso ha fare delle ricerche (l’inchiesta) fine a se stesse? Ancora adesso l’attività della mia associazione è quella appunto di fare delle ricerche-intervento (vedi quella sulla condizione degli anziani a Carmagnola, con il relativo bisticcio con la Direttrice del Consorzio CISA 31 che all’inizio si sarebbe accontentata della sola ricerca).
Alzare l’asticella…
Per una buona parte della sinistra italiana (dal PCI al PSI e specie per i quadri di partito e ancora di più se di origine intellettuale) questa era ed è la pratica. Mi viene in mente il divario tra il “piano quinquennale sovietico” e la miseranda realtà delle cose che avvenivano nella pratica. Forse in Italia chi si è salvato sono state le sinistre impegnate nei sindacati e negli Enti Locali. Quando dico sinistre intendo anche quelle di origine cattolica impegnate nei sindacati, nelle associazioni e nella DC. Perché di riffe o di raffe più a contatto con le domande concrete. Per tua memoria ti riporto alcune cose dette da Fausto qualche anno fa ad un Comitato Politico Nazionale:
“dobbiamo valutare con severità lo stato del partito. Vi abbiamo accennato molte volte ma con scarsa profondità… non possiamo nascondere l’inadeguatezza della nostra capacità di azione che affonda le sue cause in una modalità di organizzazione del partito da superare. Non ci siamo nel rapporto tra partito e società. Voglio ricordare tre elementi:
1. l’inadeguatezza del nostro radicamento reale nella società, nella classe, nei luoghi di lavoro;
2. il rapporto con i movimenti che spesso è intriso di integralismo, di sospetto, di superficialità, di plebeismo;
3. l’assoluta insufficienza di una adeguata apertura culturale. Direi proprio che la resistenza all’innovazione culturale e alla apertura alla società costituiscono un mix negativo di cui liberarsi.
E con un “non partito” così come lui lo descrive vuole fare quanto segue (trascrivo fedelmente) al capitolo “le nostre direttrici”:
1. dobbiamo dare vita ad una sorta di Costituente programmatica della sinistra alternativa……. (dopo aver tentato le varie consulte, ecc. ecc.);
2. dobbiamo definire una piattaforma economico-sociale e cercare le convergenze per una ferma ed efficace opposizione al governo delle destre…. (ma un partito, specie se di sinistra, non dovrebbe averla già una piattaforma economico-sociale?..)
3. dobbiamo riaprire il discorso sulla costruzione di una sinistra di alternativa. Non siamo paghi del nostro 5%…
4. dobbiamo perseguire l’obiettivo della costruzione di una sinistra plurale, che è coessenziale al nostro progetto…
1. dobbiamo infine contribuire alla costruzione e alla connessione dei movimenti… (nella Federazione di Torino, federazione a forte presenza operaia RC è presente in poche unità di luoghi di lavoro – domanda: alla fine del 2006 in quanti altri luoghi di lavoro ci sarà una presenza organizzata di RC?).
sul “morire da Prodi”
anch’io rimango sempre stupito rispetto alle uniche cose che la sinistra “radicale” sa fare, al massimo dei suoi obiettivi: fare delle grandi manifestazioni di piazza! A sostegno ovviamente dei suoi obiettivi. Ora, intendiamoci, nessuna sottovalutazione per le manifestazioni di piazza. Ma è tutto lì? Nella mia esperienza (di militante del PCI e Sindacale) ho imparato invece a usare “tutta la tastiera”. Dalla riunione in sezione, alla convocazione del Consiglio comunale aperto, alle assemblee di fabbrica, di quartiere, al volantinaggio e via via un insieme di iniziative mirate e continue, fino ad usare il necessario conflitto quando questo era possibile, con un obiettivo: coinvolgere il più alto numero di lavoratori e cittadini possibili, per recuperare da loro gli elementi critici e portarli alla partecipazione.
Quale critica al capitalismo…
non mi addentro in cose più grandi di me (vedi il dibattito tra R. Rossanda e R. Bellofiore sulla natura dell’attuale capitalismo). Mi viene solo da dire che la migliore critica allo stato di cose esistente è “la proposta altra, se possibile alternativa” sia quella sul locale che quella sul globale.
Ed è evidente che la proposta altra se non vuole avere il valore di un “dollaro bucato” deve camminare sulle gambe della gente per avere efficacia. Vedi ad esempio tutto il mio attuale lavoro di “progettificio” che rimane solo sulla carta e al massimo può interessare qualche amico come te.
Lo statalismo, il localismo, il rigorismo…
Sai come la penso in proposito: il PCI era statalista nella dottrina ma nella pratica era “localista”, non per scelta ma per “necessità”, dovuta alla propria esclusione dai governi nazionali e nel senso di avere sviluppato in decenni di buona amministrazione una cultura “del fare” nell’amministrazione degli Enti Locali e nella creazione di decine e centinaia di Cooperative. Ovviamente sempre assieme al PSI. È un mondo che andrebbe meglio indagato per gli esiti attuali.
Nel mondo cattolico per la natura della DC quale partito-stato e per la natura delle associazioni cattoliche abbiamo assistito ad un mix di statalismo (le partecipazioni statali per es.) e di forme di cooperazione molto estese nella società civile. Andrebbero meglio indagate nei loro esiti attuali.
Al contrario il PSI nella dottrina era per una società molto più autogestita che non strutturata e diretta centralmente, ma nella pratica fu statalista e specie nella sua componente di sinistra (Lombardi e compagni). Così come lo furono statalisti uomini come Ugo La Malfa, Scalfari, Bocca e un eccetera molto lungo.
Mi pare siano le contraddizioni che esistono nella vita delle persone e delle forze sociali, tra le cose che si dicono e quelle che si fanno.
Si potrebbe parlare delle contraddizioni tra il PCUS e il PCI e la DC per es. per dover rilevare che se c’era una analogia tra questi partiti era tra il PCUS e la DC in quanto tutti e due partiti-stato con la distorsione nefanda che ambedue ci hanno lasciato: io non rompo le balle a te, tu dai un voto a me. Vedi la scarsissima produttività nelle aziende sovietiche e nella pubblica amministrazione in Italia. In tutti e due i paesi la burocrazia e la corruzione imperante, accanto ad una visione della società del tutto paternalista (che è sempre l’altra faccia dell’autoritarismo).
Sul rigorismo. Me ne intendo poco di economia e di politica economica. Mi pare però che nella pratica specie nelle amministrazioni di sinistra la politica della sinistra fosse orientata da una sorta di Keynesismo. Anche la migliore politica della DC (quella depurata dalla corruzione, dal clientelismo e dall’assistenzialismo era essenzialmente di questo tipo). Il rigorismo (e non il rigore) era tutto di destra, a partire dalle vicende della destra storica del tardo ottocento a partire da Quintino Sella.
Ho in mente come fosse oggi, il susseguirsi anno dopo anno negli anni ’60 e ’70 di consigli comunali aperti tenuti nei comuni della cintura della zona Ovest di Torino (Collegno e Grugliasco): “cari concittadini, e anche quest’anno, devo annunciarvi che il bilancio comunale dobbiamo chiuderlo in rosso, perché abbiamo dovuto fare una strada, aprire un asilo….” E via enunciando! Così ricordo Cianin Rossi sindaco di Grugliasco. E dove andavano a imparare la lezione: a Bologna, Carpi, Modena, ecc..
Ora a me pare che nella sinistra (a tutti i livelli e in tutti i partiti!) sia avvenuta una sorta di mutazione genetica: dal Keynesismo al rigorismo.
Un rigorismo di risulta peraltro, dove al dunque la sinistra (dal sindaco al ministro di sinistra) fa da “gabelliere” rispetto ad altri: nel nostro caso nei confronti di superpagati burocrati liberisti delle varie commissioni europee. E siccome sono totalmente d’accordo con la tua affermazione (che è quella di Bellofiore) in merito ad un rinnovato intervento del pubblico nell’economia (dico del pubblico e non direttamente dello stato, non fosse altro per marcare una differenza rispetto a quanto accaduto – in termini negativi – nell’era democristiana) mi pongo anche il problema da che cosa dovrebbe partire questo rinnovato intervento: penso per es. nel togliere l’auto dal terreno della competizione dei costi per fornirlo sul terreno di una mobilità volta ad essere una sorta di servizio ai cittadini (la gabola la sai).
Un rinnovato intervento del pubblico nell’economia non come fatto ideologico, ma derivante dall’analisi concreta dell’attuale capitalismo italiano: per oltre il 90% delle imprese siamo ad una media di 10 addetti che nella quasi totalità fanno carabattole – con gli attuali proprietari che hanno l’aspirazione massima di “diventare ricchi in fretta” come giustamente denunciava già oltre 10 anni fa Volponi. Chi fa più investimenti a carattere differito? Chi è in grado di fare ricerca e innovazione? Qual è il valore aggiunto dei prodotti? Chi investe in formazione e sicurezza per i lavoratori? E potrei continuare….
Ma anche qui rispetto a questo rinnovato intervento del pubblico nell’economia occorre sapere fare quella critica e autocritica (mai fatta) rispetto da un lato alle esperienze di “socialismo reale” e anche alle più riuscite esperienze nel campo della socialdemocrazia europea: + democrazia = + produttività (anche qui la gabola la conosci) – ovviamente una sfida tutta al nostro interno. Senza una analisi di quanto è avvenuto specie negli anni ’70 nelle imprese italiane e traguardata con questo assunto, io ho l’impressione che non si va da nessuna parte.
Un interrogativo però me lo sono posto più volte, dal tuo secondo samiz/bar mi è ritornato: come far quadrare un rinnovato intervento dello stato nell’economia con l’aspirazione altrettanto giusta di avere un quadro come minimo europeo? Sarkozy in Francia, ci sta tentando e mi affascina. Così come sono d’accordo con lui rispetto ai rapporti da tenere con i prodotti che vengono dalla Cina, ovviamente in senso opposto a quanto Sarkozy si propone: lui ha in mente di salvaguardare i prodotti e le imprese nazionali. Io faccio il seguente ragionamento: i prodotti che vengono dalla Cina hanno dei prezzi bassissimi ma hanno un costo enorme. E un costo umano e sociale intollerabile. Per cui l’interscambio fra i nostri paesi dovrebbe avere come contropartita un miglioramento continuo delle condizioni di vita e di libertà dei lavoratori cinesi e questo misurato per ogni partita di prodotti comperati. Ho l’impressione nettissima che l’attuale situazione (specie in Italia) sia quella opposta: sono i prezzi dei prodotti cinesi che ci omologano alla situazione cinese (è un po’ forzato me ne rendo conto, ma per rendere l’idea). Domanda: ma qual è ad oggi un bilancio “sociale” delle imprese italiane in Cina?
La nuova mappa del lavoro
La mappa del lavoro che tu tratteggi è la più attuale e la più veritiera. Però basta? Domanda: da che cosa e da dove partire con “l’inchiesta” che tu proponi?
Così come è giusta l’affermazione che ogni tanto Fausto fa nelle sue “perorazioni” all’interno del partito per far riconoscere una “nuova comunità scientifica allargata”. Domanda: anche qui da chi è composta questa nuova comunità scientifica allargata? Dalla nuova classe operaia, magari così come tu la disegni? Non mi pare la soluzione. Nel senso che a questa nuova classe operaia è venuta a mancare e manca sempre di più la “coscienza di classe” nel senso del progetto per una società altra, (vedi il fenomeno della precarietà e l’ingresso nel mondo del lavoro degli immigrati da un lato e dall’altro per la quasi scomparsa dei partiti di classe dai luoghi di lavoro e per un diverso ruolo dei sindacati nel luoghi di lavoro, che la fanno diventare molto di più somigliante alla classe operaia americana).
Però il problema di riconoscere che a livello della società a partire dai luoghi di lavoro la capacità di “problem solving” esiste in maniera diffusa ed è una capacità che non attiene solo agli “esperti tecnici”, (tra i quali ci metto pure i politici di professione) ma che accanto a questi ci sono tutta un’altra serie di “esperti grezzi” a carattere individuale e collettivo che sono portatori di esperienze, competenze, progetti che andrebbero raccolti, conosciuti e fatti riconoscere. Metterli in rete. Si tratta in ultima analisi di rimettere a confronto con pari dignità "esperienza e scienza". Su tematiche definite e anche su obiettivi modesti. In pratica riconoscere tra i lavoratori i produttori.
E a partire da questi che io chiamo “i produttori” che bisognerebbe fare l’inchiesta. E farci la dovuta “propaganda leninista” come tu dici. Per me va meglio il riferimento a Gramsci quando dice che: “le esperienze positive vanno conosciute e socializzate per farle diventare un nuovo ordine morale per i lavoratori e i cittadini”.
Ed è ovvio che l’ambito privilegiato rimane la classe operaia, ma nella ricerca dei “produttori” l’ambito deve saper guardare ad ogni settore della società. Anche nelle file dei padroni!
I laghi, gli acquitrini e il fiume…
La metafora che mi viene è raffigurata dalla seguente triade: i laghi, gli acquitrini e il fiume. Se vuoi è un ritornare alla mia infanzia e prima giovinezza, quando abitavo nel Basso Polesine vicino al Po. Ogni anno, in ben due occasioni, in primavera per lo scioglimento delle nevi e in autunno per le grandi piogge, il Po si ingrossava e pericolosamente. L’acqua scorreva in maniera veloce e caotica. Sporca e portava con sé di tutto: da carcasse di animali morti, a tronchi d’albero, eccetera. Però scorreva la vita. Alimentava il mare in un ciclo infinito.
La situazione politica, sindacale e persino sociale attuale io me la raffiguro come la triade prima detta. Vedo dei laghi con dell’acqua magari pulita ma anche stagnante. Con le piene non alimentano il fiume ma si scaricano in una moltitudine di acquitrini e ciò che arriva al mare è acqua che non sai se sia dolce o salata, non scorre più la vita, almeno come una volta. Occorre una operazione di “dragaggio”.
Il dragaggio deve partire dai laghi (i sindacati) dove secondo me al fondo ci sono ancora dei depositi di conoscenza, esperienza, motivazioni: si tratta ovviamente di uomini e di donne in carne ed ossa. E deve poi procedere nei partiti, nelle associazioni, ecc.
La draga (la macchina) per me deve essere una proposta la più chiara, la più definita possibile che la “sinistra radicale” deve fare in ordine all’unità dei lavoratori e dei loro sindacati: un nuovo sindacato unitario con ambizioni europee. Non può essere che dell’unità sindacale ne parlino altre persone (con ben altre mire) e che la sinistra non ne parli o ne subisca l’impostazione da altri rifugiandosi caso mai nelle ipotesi identitarie.
Ipotesi identitarie che sarebbero del tutto minoritarie (e corporative) incomprensibili alla maggioranza dei lavoratori. Lavoratori i quali non si commuovono neanche più alle parole socialismo e comunismo!
È evidente che la proposta di unità deve poggiare su dei contenuti: 1° un mix di rappresentanza delegata con una rappresentanza diretta – 2° due appuntamenti contrattuali: uno nazionale (il contratto di comparto andando oltre il contratto di categoria) – uno aziendale e uno per la piccola impresa a livello territoriale – 3° la diffusione sul territorio della struttura delle Camere del Lavoro (sulla scorta dell’esperienza dei Sindacati dei pensionati), per tentare di recuperare per questa via un rapporto con il lavoro disperso, precario: la fiducia delle persone ha bisogno per realizzarsi, di stimolare gli organi di senso, dall’odore, al sudore di una persona, non ce la caviamo solo con l’informatica e lo dice uno che è un po’ patito per questa tecnologia! Per farle diventare anche luoghi di incontro di persone per poter sperimentare nuove forme solidali – 4° una scuola per i lavoratori (a partire dagli immigrati) con tre “indirizzi”:
- l’indirizzo riguardante l’apprendimento della lingua, della storia, della costituzione e delle leggi italiane;
- l’indirizzo riguardante il problema dei diritti e delle strategie per applicarli (il problema del potere), quindi tutto il problema della trasmissione dell’esperienza concreta da parte di chi l’ha vissuta;
- l’indirizzo riguardante le professioni: immagino dei laboratori (officine, uffici, ecc.) il tutto volto al mercato del lavoro;
perché lasciare tutta la partita in mano alle scuole religiose o in mano alle attuali scuole professionali a carattere pubblico con gli evidenti limiti che tutto ciò comporta? In CGIL per es. vi sono le competenze professionali e di esperienza per fare fronte a tutto ciò!
È chiaro che nel mio ragionare c’è una tensione per tutte quelle forme di lavoro, imprese, progetti a carattere autogestito. Penso che questa ipotesi possa essere quella sulla quale investire sul “fare società (altra)”. Ovviamente facendo tesoro delle esperienze di autogestione avvenute e tentate in altre parti del mondo. A partire da quella più conosciuta come quella jugoslava (fallita) a quelle molto più vicine a noi nel senso del tempo come quelle dell’america latina (vedi le centinaia di aziende autogestite dopo l’esperienza della “dollarizzazione”.
Il limite di queste esperienze mi pare risieda sul fatto di tentare quando la merda arriva alla bocca, mentre a mio avviso sono esperienze che dovrebbero maturare dove “va tutto bene signora la marchesa”.
Un diverso uso del tempo
· Io così ragiono oggi, rispetto anche alla riduzione di orario di lavoro. Non mi entusiasma più di tanto la RO a 35 ore perché rimane tutta in una logica industrialista. Un diverso e innovato uso del tempo che tenti di andare oltre la divisione storica del lavoro produttivo e riproduttivo (che in ultima analisi è anche gran parte della divisione del lavoro tra uomo e donna).
· Certamente vanno battute (o comunque va fatta resistenza) verso tutte quelle forme di riduzione di orario che tendono a ridurre la settimana con un allungamento della giornata lavorativa. Ne andrebbe della integrità psico-fisica dei lavoratori, nei fatti riducendo il lavoro al solo salario e il tempo "libero" dedicato al solo consumo. Sarebbe il trionfo del modello americano (in Italia!), costruendo un individuo sostanzialmente schizofrenico, che accetta un lavoro stupido ed eterodiretto in fabbrica, con una falsa possibilità di realizzarsi fuori.
· Quindi il problema di un superamento della divisione del lavoro continua ad esistere, anche e soprattutto nella fabbrica integrata, in quanto il nocciolo duro del Taylorismo, la divisione tra chi pensa e chi esegue, non viene minimamente scalfito.
· Invece vanno sperimentate tutte quelle forme di un diverso uso del tempo nella accezione che dicevo più sopra. Rifaccio la proposta:
· 20 ore di lavoro produttivo
· 8 ore di lavoro riproduttivo
· 8 ore di formazione, professionale e/o culturale
· La scansione delle tre fette di orario risponde ciascuna ai problemi della società moderna. La prima (le 20 ore, con una ipotesi settimanale sui 5/6 giorni lavorativi), risponde alla necessità di ridistribuire il lavoro esistente. La seconda entra dentro la crisi dello stato sociale evitandone lo sfaldamento (con un rapporto di lavoro sostanzialmente fatto dagli Enti Locali), tra l'altro il costo sarebbe compensato da un recupero produttivo della CIG, CIGS, Mobilità, ma ancora di più da un dato culturale che nel tempo si può realizzare e cioè quello di avere un individuo (l'uomo), costruito anche da una attività non direttamente produttivistica, ma su una attività dove l'accento non viene solo dall'efficienza ma dell'efficacia del suo lavoro. La terza, vuole essere nei fatti il superamento della logica borghese sulla formazione degli individui, che vuole l'individuo interessato ai processi formativi quasi esclusivamente nella età giovanile e poi tutta la vita dedicata al lavoro.
· In pratica io scelgo lo stato per la sua capacità di creare il “lavoro di efficacia” e il sistema delle imprese per il “lavoro di efficienza”.
· In URSS c’era una netta divisione tra quello che io chiamo il lavoro di efficacia e quello di efficienza – il lavoro di efficacia oltre che alla cura delle persone e la loro istruzione, era volto alla produzione di strumenti di morte = le armi (perché è questa una attività dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficacia = una mitragliatrice deve sparare sempre senza mai incepparsi, un aereo deve stare sempre in aria, ecc.), il lavoro di efficienza verso la produzione di beni di consumo durevoli (dove appunto il lavoro lo si misura attraverso l’efficienza = quanta produzione oraria). Intanto una prima contraddizione nella costruzione del socialismo = che il meglio della capacità, della scienza e della tecnica era tutto fiondato sulla produzione di strumenti di morte! Quando Lenin aveva vinto la sua battaglia per la egemonia sulla parola d’ordine: Basta con le guerre e la terra ai contadini! Mentre sul lavoro di efficienza c’era la maggiore inefficienza!
I tempi della “rivoluzione”
Tutte le rivoluzioni che si sono succedute nell’ultimo secolo hanno dato vita a lotte esaltanti con immani sforzi e sacrifici (fino alla morte) di masse di lavoratori e di popolo. Tutte le rivoluzioni (compresa quella cubana) hanno fallito l’obiettivo di costruzione dell’uomo “nuovo”. Io penso che in parte ciò sia dovuto al fatto di non avere rispettato i tempi di maturazione di coloro i quali erano stati protagonisti degli elementi di rottura. Valga per tutte l’affermazione di Che Guevara che nel suo libro di istruzioni per la guerriglia dice che l’andatura della banda guerrigliera deve essere data “dall’ultimo della pattuglia”. In caso contrario i più forti rimarranno soli e alla fine perderanno. Così come è avvenuto.

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